31 dicembre 1985

Avevo cucinato funghi champignons (la cosa mi fa sempre ridere: a me, a cui è rimasta un po’ di Francia addosso, sembra di dire funghi funghi), carote e panna. Poi una bottiglia di spumante, un po’ di pandoro e l’ananas. Avevo guardato Blob (una trasmissione cinica dell’epoca), e poi mi ero goduto il film Cotton Club. Infine avevo preso l’Alfasud ed ero andato in alto, sotto al ripetitore di Monte Martano, a circa 1000 m di quota. Il militare di leva, dall’interno della garitta, mi guardava con sospetto, e lo posso capire. Comincia a nevicare: ci speravo fortissimamente. Nevica. Compone (da noi si dice così quando la neve adagia il suo mantello a terra). Fiocchi grandi e pesanti che diventavano gialli e poi tornano bianchi, illuminati prima, in alto, dai lampioni arancioni della zona militare e poi dai fanali della macchina, che ogni tanto metto in moto per non restare troppo al freddo. E, confesso, per godermi lo spettacolo.
Avevo portato due o tre cassette di Lucio Battisti e le facevo inghiottire, scegliendo un po’ i lati A o B, dall’impianto “Marantz” dell’Alfasud.
Era il Capodanno successivo all’anno di leva, che avevo passato tra l’Ospedale Militare nel complesso di Santa Giuliana a Perugia, la caserma di Orvieto e casa. L’anno era servito: mi ricordo di uno strano senso di maturità, di potenza, di cose da fare. Riprendere a studiare, per esempio. Il servizio militare era stato deleterio, da questo punto di vista, e non avevo superato alcun esame. Anzi, avevo archiviato la mia richiesta di iscrizione a Roma (“Rinuncia agli studi” era stata la formula corretta per tornare in fretta in possesso del diploma), e mi ero re-iscritto, ex-novo, a Firenze. E come guadagnare allo stesso tempo un po’ di soldi, senza pesare sulla famiglia? Continuare a scrivere i miei “Zibaldini”, i miei diari? Perché? Continuare a leggere Krishnamurti, la cui critica mi assorbiva molte energie, poco meno di quelle che liberava? E che fare con miei amori impossibili? Smettere di pensare a R., ormai nelle braccia di un altro; azzardare con E., fidanzata, ma che sento “tentennare”; rispondere a M., che mi ha scritto lettere piene di fiori nell’anno del militare; chiedere a C. il significato del suo sorriso e del suo “ho capito che sei un amico” …?
Penserò a tutto questo, comunque, il 2 gennaio 1986. Oggi, cioè la fine dell’anno 1985, voglio pensare a me.
Guardo il volo scomposto di queste morbide e bianche farfalle che vogliono atterrare. Sono farfalle che volano solo all’ingiù, farfalle a cui solo la gravità dà una direzione. Cerco di individuarne una e di seguirla fino in fondo, ma è impossibile: si perde si nasconde si confonde tra le altre, innumerevoli, che continuano a scendere. Con la macchina spenta, e ammutolito anche Battisti, mi sembra quasi di sentire il rumore dei fiocchi che si posano uno sull’altro e che coprono in fretta il parabrezza. Fa’ freddo. “Pensare a me” senza pensare ad altro diventa una paradossale prigione: una formula retorica, un girare a vuoto, senza senso. “Bru’: torniamo giù”, mi dico.

Clessidre di quercia

Natale era festa:

i campi alla pioggia,

letizia di un giorno

intorno al fuoco.

Si rovesciavano

clessidre di quercia

sognando la Pasqua,

il verde e l’argento .

Nebbia

A Spoleto da ragazzini giocavamo al pallone sul campo in asfalto di Santa Rita, la nostra parrocchia, fin quando la nebbia avvolgeva tutto: le porte, gli spalti in cemento, i pochi lampioni che illuminavano il parcheggio, la sacrestia, gli alloggi dei preti. Il segnale era il centro di quello spazio non più grande di un campo da tennis: se non si vedeva il pallone, posto sul centrocampo, bisognava smettere. Per “impraticabilità”, come ci dicevamo, fingendo di sentirci già in Serie A. Chiudevamo il pomeriggio con le ultime sfide “ai rigori” (il pallone era più vicino). Gli ultimi ad andarsene eravamo sempre noi: Patrizio, Pompilio, Carlo, io. Ci faceva sentire diversi, fortunati, forti. Tornavamo al bar, che era un po’ la nostra casa, rossi in viso e sulle gambe scoperte, a causa dei calzoncini ancora corti. Qualche cliente ci guardava, un po’ spiazzato dalla nostra comparsa, colorita e vociante, e sicuramente faceva dei commenti non sempre favorevoli indirizzati a zia Natalina e a nonna. Penso che loro se ne infischiassero bellamente: eravamo giovani, in buona salute: un po’ di freddo alle gambe non ci avrebbe ucciso di certo.
In campagna, anni dopo, quando la nebbia stazionava, e quando vi era un momento libero senza lavori urgenti da fare, mi piaceva camminare e fare il giro della “Cerquagrossa”. La nebbia intensa sembrava una rugiada fuori tempo e si formavano gocce di acqua sulle foglie dei rovi, dei biancospini, degli olmi campestri, ormai nudi, e poi sull’equiseto, sulla gramigna, tutti a costeggiare le ripe delle strade. Le querce tenevano invece ancora strette le loro foglie, e solo le tramontane di febbraio-marzo avrebbero scompigliato le loro foglie, ormai imbrunite e accartocciate. Facevo questa sorta di “giro di ronda” soprattutto alla fine del pomeriggio, quando la luce grigia e morbida diventava sempre più grigia, sempre più fosca.
Mi piace molto la nebbia, questo dispositivo di rallentamento, di umiltà. Le cose sono sempre lì. Sei tu che devi andare da loro. Devi vedere meglio. Devi capire meglio. Devi fare un altro passo, e sentirlo: sentire il rumore della scarpa sulla terra, sentire le goccioline sul viso, sentire il freddo sulle mani, vedere il tuo soffio caldo che esce e che si perde davanti a te. La nebbia è come l’alcol, che sembra appunto renderti meno lucido, ma che in realtà toglie un velo ai tuoi pensieri, alle tue parole. L’alcol è un buon viatico quando decidi di estraniarti per un po’, di mandare fuori fuoco la (falsa) realtà, per gustarti da solo un momento, per farti coraggio, per dichiarare il tuo amore a quella donna. Mandare fuori fuoco la falsa realtà per ritrovare la vera realtà, quella che è dentro, che è stata sempre dentro, che ha bisogno di essere ripescata.
La nebbia acuisce la vista, il pensiero, i sensi: l’udito, l’odorato. La nebbia amplifica, e devi apprezzare le piccole differenze. Espande il tuo mondo, che diventa paradossalmente di qualche decina di metri. Oltre c’è l’ignoto. O meglio c’è il noto, che aspetta solo di essere riconquistato. Quella quercia è ancora lì, e quando ti vede dice tra sé e sé: “Eccolo, è tornato.”

Il tiglio

Il tiglio arrivò tardi a casa. Ora ce ne sono due, tra la casa e la siepe di alloro, che oggi è gigante. Non so perché zia o nonna non pensarono a piantarlo. Ma è un albero che mi è sempre piaciuto tanto. Così profumato, così dolce nelle sere di maggio. E’ un albero che non vive molto. Direi che è un albero delicato. Verso novembre le foglie diventano di un bel giallo luminoso e cadono quasi tutte insieme. Le foglie sono fragili, sottili, e quindi non possono resistere al freddo. Se capita di passare in un gran bel viale, punteggiato da molti tigli, lo spettacolo aureo è assicurato. Certo: l’Unter den Linden è impressionante, ma ecco, c’è un luogo particolare a Spoleto, nel tratto che va da Via Filitteria al Duomo, che è pieno di magia. Una magia di proporzioni, di materiali, di cromìe, di piccoli accidenti (un grande muro di sostegno, una fontana, un muretto basso, le scale laterali), di microclima. E’ uno slargo di pochi metri, con una forte pendenza e un terrazzamento. Vi sono 3 tigli. Nelle sere di maggio, quando cominciano a schiudersi i fiori, vi è un odore dolcissimo, che arriva quasi alle punte del gelsomino. Vedere i frutti scendere a terra, appesi ai loro “elicotteri”, è sempre uno spettacolo che fa tornare bambini. Siccome è uno slargo racchiuso tra palazzi, il vento è sempre mitigato, e quindi i frutti si depositano ai piedi degli alberi. Poi, in autunno, a fine giornata, lì si danno appuntamento centinaia di passeri e fanno un gran vociare. C’è un bellissimo tramonto sul finire dell’estate, ed è bello andarci proprio in quel momento, per gustare tutta la dolcezza, la languidezza, la lussuria di quella luce aranciata che rimbalza sulle facciate dei grandi palazzi a monte. Bisogna prendersi del tempo e sedersi sul muretto di mattoni del terrazzamento. E aspettare senza aspettarsi nulla: qualcosa succede sempre quando il tempo è sospeso.

Comune di Bastia Umbra

Nuovo PRG Parte strutturale e Parte operativa

Linee d’indirizzo strategiche per la redazione del Piano

Prime opinioni su Ma Yansong.


Ieri ho assistito a un bel pomeriggio di architettura. Grazie a Andrea Margaritelli, la Sala dei Notari era stracolma, con persone in fila anche sulle scale.
Ne faccio una primissima lettura. Talento straordinario innanzi tutto, che ha reso domestiche anche le funamboliche contorsioni di Zaha Hadid. Poi: plateale dimostrazione di una potenza economica e tecnologica cinese, a cui viene quasi voglia di arrendersi come i “barbari” quando videro i romani costruire il Ponte sul Reno in pochi giorni. Potenza economica e tecnologica che sorvola sul tema del consumo di suolo, così esiziale da noi. Non basta infatti costruire sottoterra, o meglio ancora, sotterrare l’architettura per essere ecologici. Non lo dice BMB: lo dice Ma Yansong: la sua idea di natura non è principalmente legata a un’idea di natura “incontaminata”. La sua idea di natura è “poetica”, “emotiva”.
Ribadito ancora una volta che è sicuramente un grande architetto, è sicuramente anche un grande mago, un grande illusionista. Poeta e “fingitore”. Lui usa la natura per far “scomparire” l’architettura. E’ sempre lui a dirlo, non io. E la cosa ha più di un senso, per almeno due motivi. Il primo è che la sua natura è una natura ri-disegnata, ri-pensata, ri-concepita. Con un pensiero talmente raffinato e colto da ridiventare quasi naturale. Come se non ci fossimo mai allontanati da quel dipinto cinese che ha proiettato, illustrando un suo grande edificio ai bordi un lago. Il secondo è che se il contesto in cui nascono i suoi progetti è quello di una congerie di grattacieli prismatici in acciaio e vetro, i suoi progetti (una categoria nuova che sta tra la scultura enorme e una parte di città), pongono immediatamente questi grattacieli nel passato. Su questo ha ragione Walter Mariotti: sembrano appartenere già a un’altra epoca.
E vengo al punto per me più difficile. Alcuni dei suoi progetti sono in realtà dei grandi vuoti, dei grandissimi vuoti, con un oculo di luce zenitale. Semplifico e brutalizzo: modello Pantheon. O se volete essere più moderni: Palazzetto dello Sport di Nervi a Roma. Bene, immaginate ora di ricoprire questi edifici con un bello strato di terreno che sia coltivabile e anche praticabile per delle passeggiate. Ecco il “disappear” dell’architettura. Ora, mentre possiamo convenire che l’esterno del Pantheon non sia un granché (a parte il pronao), e che anche quello del Palazzetto sia sacrificabile, questa metodologia non può essere applicata alla Rotonda del Palladio, per esempio. O meglio: può anche essere applicata, solo che io non lo vorrei. Ci sono architetture di cui sono orgoglioso e che vorrei fossero visibili anche dall’esterno. Credo che una delle grandi lezioni dell’architettura greca sia stata la conquista della “piena luce” e io non mi sento di rinunciarvi solo per avere delle morbide colline su cui passeggiare.

Insegnare, imparare.

La morte recente dell’amico Andrea Ricci, architetto dalle rare capacità affabulatorie, sia nell’eloquio che nel disegno, il conseguente ripensamento (diverso dal semplice ricordo), della mia stagione con il prof. Leoncilli Massi, nonché qualche parola in famiglia sul tema, mi hanno spinto un’altra volta a chiedermi perché per me fosse così importante insegnare. Al di là della (forse) cristiana vanità di farsi chiamare “professore”, cosa che non ho mai spinto a fare né che ho mai usato, della piccola iniezione di autostima per il fatto di sentirsi importante per qualche studente, per me insegnare obbligava a studiare, a imparare, a smontare, a conoscere. Mi è sempre piaciuto decostruire, conoscere cose nuove, leggere, immaginare, imparare. E ho realizzato che per me non c’è modo migliore di imparare se non insegnare.

Un filo d’erba fortissimo


Tutto quello che è venuto dopo aver trebbiato il grano è stato orpello, decorazione. Fuori da quel campo di calcetto, da quella strada, non siamo nulla. Fuori da quel campo d’avena sativa non siamo che evanescenze. Quello che siamo ora era già lì, in nuce. Chi era stronzo allora è rimasto stronzo. Certo: migliorato, civilizzato, incravattato, ma sempre stronzo.
Ormai sbaglio pochissime volte. Guardo negli occhi delle persone e vedo il loro passato le loro paure, le loro esitazioni, i loro sostegni … Vedo e capisco che non passavano i compiti in classe, non marinavano la scuola, che si innamoravano distrattamente, come una cosa che bisogna fare: senza passione, senza sofferenza.
Sto perdendo tempo: dovrei solo tornare lassù a falciare il fieno, a innaffiare le fragole, a tagliare la legna nel bosco. E invece sto ancora qui a sentire questo fantasma che vuole insegnarmi l’urbanistica concertata “dal basso” (che se fosse una cosa musicale avrebbe perlomeno un altro appeal …). Gente a cui tutto è arrivato, ma che non ha ereditato nulla, che non ha mai riconquistato nulla.
Siamo cresciuti facendoci credere che essere avvocato, ingegnere, imprenditore, fosse importante. Ma non era vero: tutte finzioni, tutte medaglie di latta. Tutti fantasmi. A volte questo senso di irrealtà mi prende così forte che devo fare uno sforzo di ri-piombatura, di zavorramento.
Quello che contava, quello che conta, è essere innamorati, avere le mani sporche di terra, la schiena bruciata dal sole.

C.S.A.R. n. 1


Io mi sono aggrappato a Lucio Battisti come all’unico scoglio quando fuori era tutto un’onda furiosa e disordinata. Battisti mi ha dato gli strumenti per “digerire” le cose importanti della vita, per metterle in una giusta cornice: i grandi temi, le necessità quotidiane, la levità, le sorprese, i dolori, le delusioni, le piccole felicità, il tempo perso, i tradimenti …
C’era una tale concordanza del sentire, nel sentire, che era impressionante. A volte pareva che mi leggesse dentro. O che io gli avessi detto quello che pensavo.
Quando i miei amici sentivano Claudio Lolli, Antonello Venditti, io ascoltavo “Emozioni”. Quando più tardi avrebbero ascoltato i Liftiba o i CCCP io cantavo “Le cose che pensano”. Lo sfasamento, insomma, come una costante della mia vita.
Ho pensato così di ri-scrivermi, di ri-velarmi, a distanza di anni, prendendo lo spunto dalle sue canzoni. Una piccola serie che quindi intitolo così: C.S.A.R. (Cosa Succederà Al Ragazzo: forse avrebbe sorriso di questa cosa.)

“Oramai, tra di noi, solo un passo, …”.
Solo un passo, un piccolo passo. Ma quel passo è sempre stato infinitamente, atrocemente lungo: un abisso, una voragine spazio-temporale, una piega della piega della volontà. Quel passo non era un muro. Un muro mi avrebbe respinto, fatto male, costretto a fare i conti con la propria durezza, con la propria logica. No, quel passo era invece una nebbia, una terra di nessuno, una selva, dove ci si poteva solo perdere. E mi ci perdevo, infatti. Un lago, un mare, un oceano, un blu sempre più scuro, un velluto corvino, un imbuto, un coro di sirene che mi invitavano a immaginare, a pensare sempre più, a cercare di decifrare, a non sbagliare alcuna mossa. “Io vorrei …, non vorrei …”. Vorrei dirti che ti amo, che farei tutto per te. Ma non vorrei, non voglio, non posso permettermi una risposta negativa, ferma, che io prenderei come definitiva, lapidaria, scolpita, eterna. Vorrei dirti che non sei una delle tante, anche di quelle che dovessero venire, che questa cosa non passerà mai. Vorrei dirti fammi dire quello che provo, ma non dirmi di no, vorrei dirti non chiudere per sempre la porta. Vorrei dirti che non posso rischiare questa cosa. Vorrei dirti che ho paura, che ho paura di perderti prima ancora di averti avuta, che ho paura di non prenderti, che ho paura che guardi quell’altro come a volte mi è parso che tu guardassi me, come se volessi … Come se volessi sorridermi, accettarmi, accogliermi. Mi sorridi, mi inviti, mi sfiori, ti aggiusti i capelli, ma poi sposti le mani, e per un attimo rimangono ferme, come nell’Annunciazione di Antonello da Messina, come se ci fosse ancora tempo, come se avessi io i pezzi bianchi, come se ci fosse ancora un tempo …
Finché il tempo, il tempo vero, il tempo insipido, il tempo degli orari, degli orologi, finiva inesorabilmente. Il mondo si riprendeva lei, tutta, con i suoi impegni, il suo ragazzo, la scuola, la mamma, le amiche, il lavoro, e io tornavo a casa pensando alla prossima volta. Ma succedeva anche (doveva succedere), che un’altra volta non ci sarebbe stata. C’è sempre una prossima volta che non c’è mai stata.

Primi pani

Nonna e Zia decisero (giustamente), che fare il pane sarebbe stato meglio che comprarlo, per due motivi almeno: il primo, banalmente economico; il secondo di qualità. Infatti il pane comprato alla bottega era una pane “bianco”, di farina raffinata, leggero, e il giorno dopo l’acquisto era immangiabile, se non in qualche zuppa o nel caffelatte.
Dunque cominciarono molto presto a fare pane e pizze nel vecchio forno, vicino agli “stalletti”. Non ricordo come iniziarono con il primo lievito, ma ricordo invece il rito dell’impasto, della formazione di pani, del segno della croce sui pani, del segno della croce davanti alla bocca del forno, di qualche parola a mo’ di preghiera, appena riposta, a fianco, la pala.
Dopo aver impastato una quantità di farina e acqua sufficiente a farne circa 7 o 8 pani Nonna e poi Zia, una volta imparato, li adagiava su un lungo panno di cotone, come un lenzuolo, largo poco più del filone, e con una mossa accurata ripiegava questo panno, in maniera che i pani non si toccassero. Poi tutta la fila di questi pani, messi su una tavola preparata allo scopo, veniva ricoperta da questo panno, in modo da lasciare lievitare i filoni. D’inverno, quando era proprio troppo freddo, questa tavola lunga e stretta veniva lasciata riposare vicino al camino, appoggiandola su due sedie. Normalmente il tepore della cucina era invece sufficiente. Quando l’impasto non poteva dare luogo ad una fila intera, veniva steso su una teglia cosparsa preventivamente di un filo d’olio. E sopra poi si facevano dei piccoli avallamenti sospingendo le dita e lasciando le proprie impronte. Infine olio rosmarino e sale grosso. Che bontà al momento della sfornatura! Un odore dolciastro e caldo si spandeva tutt’intorno! La pizza al rosmarino veniva divorata in pochi minuti dai tre ragazzini affamati che eravamo. Questo pane, anche se fatto con la farina bianca (solo dopo saremmo passati al semi-integrale e all’integrale), era molto più buono e sostanzioso del pane comprato alla bottega. E durava anche una settimana o più. Una volta presa confidenza con il forno (ogni forno ha i suoi tempi di imbiancatura, di reazione, di tenuta), Nonna avviò l’usanza di fare, sotto Pasqua, le rituali pizze salate, e dolci. E po, a ottobre, la pizza bianca con alcuni acini d’uva nera schiacciata sopra, quasi a fine cottura. Una pizza che ho ritrovato solo a Firenze, anni dopo, perdendomi in una viuzza appena fuori dal centro.
Poi abbiamo costruito il forno per il pane, quando demolimmo il vecchio annesso. Lo costruirono Zia e Guerrino, mettendo su un mattone dopo l’altro e facendo anche la camera di cottura in forma di piccola cupola. Un piccolo forno autonomo, tra la casa e il pozzo, alto 2 m a valle e non più di 2,30 a monte, di circa 2 m per 3, in pianta.
Oggi quel piccolo forno rimane, sta. Inutilizzato. Soppiantato da un forno prefabbricato molto più grande, inserito all’interno di un fabbricato strumentale alla conduzione dell’azienda, che comprende anche un piccolo molino, un frantoio, una rimessa attrezzi, ecc. Quel piccolo manufatto di mattoni, due colonne bucate, in cemento armato (quelle che da noi si adoperano per le vigne), travetti di legno e marsigliesi resiste lì, da solo, ormai aggredito anche da qualche erba di troppo e dal melograno che è cresciuto lì vicino. La “cerqua grossa” è caduta, schiantata da una tempesta estiva, ma il forno sta ancora lì: i travetti di legno, della sezione di 5 x 5 cm si sono un po’ inflessi, le colonne si sono un po’ piegate, ma resiste indifferente. E’ diventato quasi un monumento. E’ destinato a cadere da solo: non abbiamo infatti il coraggio di demolirlo. Un monumento nasce anche dalla mancanza di coraggio? Si potrebbe dire che lo teniamo per rispetto. Ma di cosa? Di chi? E quanto durerà questa sopportazione, questo vederlo ruderizzarsi, sopraffatto da rovi, melograno, edera? Tra un po’ dovremo decidere: lasciarlo al suo destino di rovina, oppure conservarlo. Oggi è sospeso tra la l’inerzia e l’apparente apatia. Perché restaurarlo sarebbe possibile, ovviamente. Ma restaurarlo significherebbe cristallizzarlo in un vero e proprio monumento, forse. Formalizzare questa cosa: cresimarla. E questo ci sembra troppo: non può essere un monumento funebre. Forse c’è una sorta di pudore che costringe a adeguarsi al ritmo naturale delle cose. A non enfatizzare: a stare a mezza costa. Il tempo farà il suo corso, il suo lavoro.

Spellarsi

La pastinaca è una pianta erbacea. Quand’è giovane e fresca i maiali ne vanno matti. Le pecore invece non la mangiano, né ho fatto mai caso se le capre la mangiassero, ma mi pare di no. E’ una pianta dall’odore molto forte, che io assimilo al sedano.
Qualcuno la chiama panacea.
La particolarità di questa pianta che allora era molto diffusa intorno alla nostra casa è che è urticante. Almeno per me. Non lo è per tutti. A mia nonna (ovviamente), non dava fastidio. A me devastava. Il problema è che non è urticante come l’ortica: non punge, non si sente quando ci passi attraverso. Anzi la foglia sembra morbida e vellutata, bella verde. E’ solo dopo un po’ di ore che comincia il prurito e vengono delle bolle, delle vesciche, che prudono, bruciano, ecc. Nonna lo aveva detto, e anche zio Claude, ma poiché a loro non faceva effetto, non riuscivamo a visualizzare questa pericolosità. Detto così oggi sembra facile. Io ci ho messo degli anni a scoprirlo e dei buoni decimetri quadrati di pelle. E poi, primo: non sapevamo che laddove il liquido fuoriuscito, lacerando la vescica, si asciugava sulla pelle, avrebbe prodotto nuove vesciche. Secondo: non sapevamo che questo fenomeno si alimentava con i raggi del sole, e con la pelle esposta. Lo avrei saputo solo con internet, facendo delle ricerche. Se si considera che io andavo spesso con i calzoni corti e al massimo una maglietta in mezzo ai campi, si capisce come poteva ridurmi questa cosa.
Il fenomeno era così evidente che il medico che mi visitava per giocare al calcio mi ordinò una pomata da metterci. Ma la pomata non faceva nulla. Avevo già provato da solo anche con l’olio, per lenire il prurito, ma niente.
Il prurito era così forte che mi grattavo fortissimo e poi non resistendo più mi mettevo in una vasca di acqua fredda. L’acqua fredda dava un momentaneo ristoro, ovviamente. Ma una volta passato l’effetto vasocostrittore, il prurito riprendeva più forte di prima.
La prima soluzione che riuscii a dare al problema fu ovviamente evitare (per quanto possibile), il contatto. Ma allora era veramente difficile. Era diffusissima: oggi non c’è quasi più. Qualche volta quindi ero costretto a mettermi pantaloni lunghi e camicie lunghe. Per me un vero inferno. Quando ero giovane, guardavo questi quarantenni cinquantenni sessantenni con i loro jeans e le camicie lunghe e il cappellino e mi sembravano vecchi. Vestirmi così avrebbe voluto confessare pubblicamente che anch’io ero diventato come loro: adulto, e poi subito vecchio. E io non lo volevo. Mi sentivo radicalmente diverso. Non solo non ero vecchio, ma volevo dimostrare che si poteva invecchiare restando con i calzoncini corti e senza camicia. Cosa che si può fare, ovviamente, anche se a costo di qualche grado di sofferenza in più. I miei pantaloni erano di cotone, di velluto, jeans (molto molto raramente): più spesso erano i “bleus”, che mia zia riadattava dalle tute blu (appunto), di mio zio. Le tute erano di cotone extra forte e quindi erano come i jeans. Le camicie invece erano camicie leggere, e penso che non fossero sufficienti a schermarmi completamente dal contatto sulle braccia.
La seconda soluzione fu di fasciarmi fortissimamente con delle bende, il che (l’avrei saputo dopo), funzionava benino soprattutto perché evitava di grattarmi e evitava i raggi del sole. Purtroppo, quando la pustola era matura e si lacerava, il liquido veniva un po’ assorbito dalla benda, ma un po’ rimaneva a contatto con la pelle, e avevo capito che era questione di poco tempo, così che di giorno cercavo di verificare un paio di volte se le vesciche erano bucate o meno. Erano fasciature fatte da me o da Cristina e quindi non professionali: non restavano a lungo, anche a causa dei lavori che facevamo. Quindi la praticai pochissimo tempo.
La terza soluzione fu di grattarmi fino al sangue, togliere la parte di pelle superficiale della vescica, e mettere del sale grosso sulle piaghe. Soluzione drastica e dolorosa, ma che funzionava. Una sorta di “bruciatura”. Il sale all’inizio faceva uscire altro liquido giallastro e poi cristallizzava sulla pelle. Quando si era un po’ asciugato toglievo questa sorta di crosta di sale, lavavo bene e mettevo il sale fino, spingendo con le dita perché aderisse bene alla ferita. Anche questa seconda salatura cristallizzava, ma la lasciavo sulla pelle senza più curarmene. Dopo poco si era formata una ferita come una normale sbucciatura o bruciatura, con una crosta più rossa. E che non produceva più alcun liquido. Piano piano il corpo faceva il suo lavoro, la ferita si rimarginava. Ma dove aveva picchiato la pastinaca subspecie urens i peli non crescevano più: non sarebbero mai più cresciuti. Ho scoperto solo molti anni dopo che la potevamo mangiare, soprattutto le radici.

Il Temposanto

Il Temposanto è quella cosa che porto con me da tanto tempo e a cui non sapevo dare un nome. L’assonanza con il camposanto fa riflettere, e forse non è solo un’assonanza. In effetti, ora che ci penso, il Temposanto è quello che trasforma il cimitero in un camposanto. Nel cimitero infatti non è tanto lo spazio a subire una trasformazione (anche lì c’è molta brutta architettura), quanto invece il Tempo. Chi entra in quel recinto cerca, subisce, attua, realizza, coglie, accetta, una sospensione del tempo, un suo rallentamento. Tutto ciò avviene in maniera quasi spontanea, ed è molto bello vedere queste persone silenziose, pensose, che curano delle pietre, delle immagini, delle frasi, delle date, dei fiori. Ecco, ogni tanto io riesco quasi a ricreare, a richiamare, questa sorta di Tempo, dove ci sono solo cose semplici e immutabili. Certo, deve esserci anche un’occasione particolare, perché questo tempo richiamato, evocato, voluto, si accompagna sempre a un senso di irrealtà, di sospensione. Non sempre arriva quando vorrei, non sempre avviene, accade. Forse è più corretto immaginare che passi, che avvenga, e che a volte io sia pronto per sentirlo, per coglierlo, per tuffarmici. Quando succede è un piccolo miracolo. Un Tempo che prevede un’estasi, o meglio: che implica l’estasi. Un Tempo basato sui tempi delle cose che tornano sempre, su cui si può fare affidamento: il sole che sorge a est, la pioggia che viene solo all’ingiù, la tramontana, che arriva sempre da lì. Un Tempo rituale. Un Tempo che non conosce la parola durata, sviluppo. Un Tempo che lascia tempo. A volte sento proprio il bisogno di questo tempo, che agli altri deve apparire sicuramente improduttivo e quindi perso. Di questo tempo che in qualche modo crea spazio, che si fa culla, che si fa terra nuda. Questo tempo, sempre più prezioso, può chiamarsi solo Temposanto.

Paesaggio italiano n. 47 – Trani

Motorino Benelli (2)


Poi ci fu, come sempre, un’ultima volta, preceduta da un antefatto, che è questo.
Tornando da Uncinano, misi dell’alcol nel serbatoio. Un po’ per fare una prova e un po’ perché il problema del motorino era quello che bisognava dargli da mangiare o meglio da bere (la miscela), e io al solito non avevo soldi. Tornavo dalla spesa al negozio del paese e avevo comprato dell’alcol perché nonna doveva fare delle iniezioni di Voltaren. Lungo il percorso mi venne l’idea di spremere tutto il litro d’alcol nel serbatoio (a nonna avrei detto che al negozio l’alcol non c’era). Il motorino fece circa 3 km in perfetta normalità, poi cominciò a tossire allegramente, poi uscì una fiamma molto lunga dal tubo di scappamento, poi si spense. Tornai spingendo il motorino per 4 km circa, di notte, sulla strada sterrata. Per rimetterlo in sesto dovetti faticare un po’ e spendere un po’ di soldini.
Poi l’addio. Al crepuscolo, un giorno di aprile, andai a controllare le pecore, che non volevano saperne di rientrare all’ovile, decidendo di prendere una strada poco frequentata (allora poco frequentata: oggi è una bellissima strada a schiena d’asino, con ghiaia e con cunette di guardia). Il fanale era quello che era e non vidi una buca davanti a me, un po’ nascosta dall’erba. La buca non era grandissima, ma le ruote della minimoto erano di piccolo diametro (non so: 30-40 cm), e quindi la ruota anteriore ci sprofondò dentro: feci una capriola in avanti, netta come un tuffatore professionista. Solo che il Benelli fece pressappoco la stessa cosa e ricadde sopra a me. Il tubo di scarico mi stava bruciando la gamba e quindi scalciai per togliermelo: cosa che si stava rivelando più difficile del previsto. Non riuscivo proprio a divincolarmi e non riuscivo a capire il motivo di quella difficoltà gestuale apparentemente semplice per un giovanotto di 18 anni. Non riuscivo proprio a capire cosa mi tenesse attaccato al motorino, se una tasca del giaccone o altro. Lo verificai solo tastando in fretta e scalciando, poiché la luce era sempre più scarsa e il tubo di scappamento mi stava sempre bruciando la gamba. Il motivo era questo: la leva del freno si era infilzata nella coscia, al livello dell’inguine. Stavo cercando di uscire nella direzione sbagliata, quella in cui la leva impediva la manovra di uscita. Pensavo che il ferro avesse bucato solo i pantaloni, invece era entrato nella carne per pochi centimetri, come verificai tastando con le mani. Mi divincolai, mi rimisi in piedi e mi abbassai i pantaloni, per vedere. Nonostante la pochissima luce che ormai rimaneva del giorno, constatai che stranamente usciva pochissimo sangue. Il motorino non voleva saperne di ripartire, e la forcella si era tutta disallineata rispetto alla ruota. Tornai a casa spingendo il motorino (un’altra volta), zoppicando il meno possibile: dissi che le pecore non le avevo viste. Andai a lavarmi in bagno e di questa cosa non dissi mai nulla a nessuno. Il giorno dopo rammendai in silenzio il buco dei pantaloni. La storia d’amore con il Benelli era finita.

Monteluco

Monteluco era l’estate interminabile, le lunghe camminate per arrivarci, con mio zio Claude. Salendo ci faceva cantare un ritornello francese: “Un kilometre à pied ça use, ça use les souliers; deux kilometres à pied ça use, ça use ….”. Una canzoncina che non aiutava affatto, e che faceva venire solo una gran sete. Ma a lui piaceva e credo si divertisse a farcela cantare a lungo.
Spesso portavamo con noi un cocomero, comprato il giorno prima. Partivamo molto presto: alle 5, alle 5,30. Una volta arrivati in cima lo mettevamo a bagno nella fontanella proprio all’inizio del bosco. Un’acqua freschissima, allegra, che cancellava in un attimo la fatica fatta per arrivare. Più tardi lo avremmo divorato insieme a qualche panino. Appena finito ci si bagnava tirandoci le bucce del cocomero, o allora rincorrendoci con le pistole a acqua. Piccole pistole che bisognava ricaricare troppo spesso e che, immancabilmente, schizzavano di sghembo un misero filo d’acqua, sicché era inutile prendere la mira. Poi c’era il prato, dove correre dietro al pallone, guardare le prime ragazze, capire il gioco reciproco degli sguardi e dei sorrisi, il rito dei primi approcci: il pallone che inevitabilmente andava a finire nel loro gruppetto, la loro maniera goffa di rendercelo, la nostra maniera goffa di fare qualche complimento.

Poi, però, c’era il bosco. A Monteluco c’era (c’è), un bosco di lecci che ha sempre avuto un grande fascino per me, legato a un non so che di misterioso.
Era sempre pulito, e questo aumentava il senso di ampiezza e di grandiosità. Quel senso di maestoso l’avrei ritrovato solo molti anni dopo, salendo sul Monte Cucco, fermandomi sotto i suoi faggi. Avrei coltivato questo senso di autonomia, di serenità, nel corso del tempo, tornandoci periodicamente, da solo, in una sorta di pellegrinaggio laico, che avrei ripetuto soprattutto in occasione di momenti speciali della mia vita.

Era una cosa solenne e sacra, diversa da quella macchia che avrei conosciuto qualche anno dopo e che si poteva incontrare subito fuori dalla nostra casa in campagna. Una macchia fatta di carpini, ornielli, corbezzoli, ginestre, e qualche roverella. Entrare in quel luogo di grandi lecci, di grandi ombre, senza quasi un sottobosco, voleva dire fare un salto nello spazio e nel tempo. Nello spazio inteso come misura. Gli alberi erano più grandi, gli spazi tra gli alberi erano più grandi, l’ombra era più cupa e verde. Nel tempo perché si intuiva che gli alberi erano lì da molto tempo, da prima che noi arrivassimo, e che sarebbero restati lì anche dopo che noi li avremmo lasciati. Custodisco il suo silenzio come un piccolo tesoro personale. Ci torno ancora, anche d’autunno, anche d’inverno, e ne sono geloso. Come se quel bosco l’avessi capito solo io. Ci sono dei luoghi che ci fanno stare bene, “dei luoghi di potere”, come dice Castaneda, dei luoghi che scegliamo come compagni fidati. Oppure, come mi piace pensare, dei luoghi che ci scelgono, e ci chiamano.

Salvare Adriano: Vallice II


Carla, una delle figlie del proprietario, aveva invitato gli amici della nostra classe a passare un pomeriggio a Vallice.
Un pomeriggio di piena estate, a scuola finita. Una quindicina di giovanotti chiassosi sulla spiaggietta di terra. Tra noi, Adriano, che aveva avuto l’idea di imparare proprio quel giorno, chiedendomi: “Come si nuota a stile libero?”. Glielo spiego: si mette giù la testa, si guarda il fondo, si fanno due bracciate, si gira la testa, si prende aria, si rimette giù la testa e si fanno altre due bracciate e così via. Mimo il movimento. Glielo faccio fare anche a lui dal bordo: tutto funziona perfettamente. Ha un fisico tonico, è giovane, i movimenti da sincronizzare sono semplici. Entriamo in acqua e mi rendo conto che devo averlo spiegato benissimo perché ha messo giù la testa e si è avviato verso il centro del lago come un nuotatore provetto. Io penso: “Tu guarda: Adriano, il mite Adriano, il mitissimo Adriano, come mi ha preso in giro! Sapeva già nuotare, lo stronzo!” E invece, alla quarta ripresa dell’aria, si rende conto di essere arrivato quasi al centro del lago, si gira intorno, va subito nel panico, sbraccia e affonda. Io mi tuffo immediatamente e lo raggiungo quando ha già fatto un paio di volte su e giù sott’acqua. Gli altri continuano i loro giochi: schizzi d’acqua, creme solari, musica alta, coca cola… Appena gli arrivo vicino si aggrappa scompostamente a me, mi graffia e mi tira sotto. Cerco di risalire a prendere aria, ma lui mi tiene sotto, cercando così di avere lui la testa fuori dall’acqua. Realizzo che così rischiamo di morire entrambi. Mi allontano da lui passando dietro e riesco a prendere aria. Mentre io risalgo lui sprofonda di nuovo, si rigira e si aggrappa un’altra volta a me. Lo lascio fare: mi affonda, vado sotto, ma lui è fuori con la testa. Gli blocco le gambe e lo tiro su mentre io resto in apnea. Lui prende aria e piano piano mi avvicino a riva, quasi in un nuoto sincronizzato: io sott’acqua, lui fuori come un sirenetto. Quando finisco l’aria risalgo e cerco di tenerlo ancora su, passando da dietro, per quello che posso. Poi mi allontano un po’, prendo aria anche io e lui mi spinge sotto, di nuovo. Questa volta lo cinturo alla vita, da dietro, con un braccio, e con l’altro mi avvicino a riva, sempre completamente sott’acqua, fin quando il fiato me lo permette. Lo rifaccio un’altra volta e un’altra volta ancora e finalmente tocco il fondo, abbiamo piede. Gli altri amici non si sono accorti quasi di nulla, hanno pensato a uno scherzo tra noi. Ci allontaniamo un po’: lui scoppia a piangere e mi dice che mi sarà riconoscente tutta la vita. Io non so che fare, non so che dire. Mi rendo conto che abbiamo rischiato molto. Adriano smette di piangere, ormai è andata: io guardo il verde smeraldo dell’acqua e mi dico che è comunque bella …

Vallice 1

Tra i posti che ho amato moltissimo c’era Vallice.
Vallice era un luogo magico, frutto di un’intuizione fantastica di un uomo buono: Amerigo C. Aveva comprato questa piccola casa tra le colline che dividono Spoleto da Terni, in prossimità di Giuncano, e nell’insenatura più profonda aveva realizzato uno sbarramento e dunque si era formato un laghetto. Acqua purissima e freschissima, che confluiva dai campi e dai boschi lì intorno.
A Vallice ho fatto il bagno l’8 aprile del 1985. Era il Lunedì di Pasqua. Giornate bellissime. Ho preso l’Alfasud verso le 11: vi ho caricato le pinne la maschera un tubo di gomma lungo circa 5 m un po’ di filo di ferro dolce, un paio di pinze.
Sono andato a Vallice. Non c’era nessuno. Ho trovato un ramo piuttosto grande già segato. Ho legato il tubo di 5 m al ramo da una parte e l’altra estremità del tubo al boccaglio della maschera. Ho buttato tutto il sistema in acqua, mi sono seduto ho messo le pinne e mi sono tuffato. L’acqua era gelata e per un momento ho pensato che avevo fatto una cazzata gigantesca. L’acqua era talmente fredda che mi sembrava che il petto non riuscisse fisicamente ad ampliarsi e quindi ospitare l’aria. Non so come, ma ho superato questo momento e ho cominciato a nuotare sottacqua con qualche difficoltà, poiché comunque il corpo tendeva a tornare su e quindi dovevo sempre puntare con la testa verso il basso. L’inerzia del tronco era molto più alta della mia battuta di gambe e quindi il boccaglio tendeva a storcersi e fare entrare l’acqua. Quindi una volta sono dovuto risalire rimettermi maschera e boccaglio un po’ più correttamente e poi sono partito di nuovo sotto questa volta muovendomi più piano verso il fondo, sui 4 5 m di profondità Un paesaggio un po’ deludente fatto di pini e roverelle abbattute dal bulldozer e ormai completamente sommerse dall’acqua. Un fondale che era tutta l’argilla che era lì intorno. Quindi verde di qualche alga e grigio chiaro della terra. In ogni caso ho fatto un bel giretto. Quando sono tornato su ero bianco su tutto il corpo. Mi sono sdraiato sulla spiaggetta di argilla dopo essermi asciugato con l’asciugamano. Poco dopo sono diventato rosso e ho cominciato a sudare ovunque: dal petto, dalla schiena, dalle cosce, dalle braccia, dal viso. E’ durato una decina di minuti. Mi sono rimesso la camicia leggera i pantaloni e sono andato a Spoleto, con il finestrino aperto, piano piano, gustandomi già il ricordo di quello che avevo fatto.

Architettura, identità, inclusività

Ieri sono stato al Palazzo Lucarini di Trevi, una bella realtà che frequento da sempre. C’era la presentazione del testo Ars interpretandi, con Maurizio Coccia, Franco Purini e Enrico Ansaloni. Oltre ai commenti interessanti di Franco Purini, di Ruggero Lenci, di Laura Thermes e di altri intervenuti, ha chiuso la giornata l’amico Enrico Ansaloni dicendo (sintetizzo a memoria): “[….] la critica non c’è più perché noi non prendiamo più posizione [….] va bene tutto [….] il valore di questo testo sta anche nel fatto che coloro che vi hanno scritto hanno preso posizione …”
E’ un tema che mi appassiona molto, e da tempo. Ieri ha risuonato ancora in me. E mi pare di essere arrivato a questa conclusione (provvisoria). Vedo due temi principali: il primo riguarda l’oscillazione tra l’identità e l’inclusività; il secondo riguarda il modo di formarsi delle idee prevalenti.
Identità-Inclusività: siamo sottoposti a due spinte contrapposte: dobbiamo prendere posizione (scegliere, decidere), e dobbiamo essere inclusivi, il più inclusivi possibile. A me sembra una schizofrenia epistemologica. L’inclusività, che si vuole spingere sempre più in là, amplia il suo dominio, e quindi molte definizioni e differenze scompaiono. Includere significa accogliere, abbracciare, far entrare all’interno di un gruppo. E quindi le differenze devono farsi minime se non scomparire. Non posso accettarti, non posso includerti, se rimani completamente diverso da me. Quindi io mi devo un po’ modificare, e tu ti devi un po’ modificare. Più alta è la tua rigidità e più io mi devo adeguare, flettere, plasticizzare. E questo ogni volta che c’è qualche elemento estraneo che cerco di integrare, di includere. Il mio cerchio si fa sempre più ampio, più capiente, più inclusivo. Ma io che cosa divento? Voglio dire, in sintesi, che il concetto di inclusività, fa a mio avviso svanire il concetto di identità. O rischia di farlo saltare, di indebolirlo. Si ha paura di affermare la propria identità. Come se la rivendicazione della propria identità fosse inconciliabile con la convivenza e con l’integrazione. Porto all’estremo, al limite, il ragionamento: se io includo tutti nel mio gruppo, non c’è più nessun altro diverso da me, o abbastanza diverso da me. E dunque per tornare all’esortazione di Enrico Ansaloni, che la spingeva anche su un territorio etico, perché dovrei prendere posizione? Per tornare al nostro soggetto (l’architettura): perché dovrei criticare aspramente il bosco verticale di Boeri? Perché dovrei criticare gli scheletri di Calatrava, la laminatura di Koolhas? Vogliamo o non vogliamo integrare le esigenze ambientali nella pratica architettonica? Nella teoria architettonica? Vogliamo o no integrare l’urbanistica tattica nei nostri tentativi di rigenerazione urbana? Vogliamo o no valorizzare l’architettura ipogea? Vogliamo o no includere i mercati a km zero? Vogliamo o no coltivare il fascino dell’autorialità? Vogliamo o non che il nostro ultimo oggetto architettonico sia valutato anche sui flussi di cassa che consentirà di far affluire nelle casse comunali? Se dobbiamo includere qualsiasi cosa, di noi non resta più nulla. La nostra malattia è una anoressia assiologica. Se vogliamo costruire solo ponti e non più muri (com’è bello dirlo, com’è facile dirlo), sarà impossibile un giorno distinguere le città. Il “prendere posizione” è allora una posizione epistemologica forse di retroguardia. Non è più il caso di prendere posizione. Se non diamo un valore ad alcune cose non c’è niente per cui prendere posizione. Se la vita di un albero è questione di fondamentale importanza per la città, non c’è più niente da fare. Se la vita di un animale vale quanto la vita di un essere umano, non c’è più niente da fare. Se il Broletto di Aldo Rossi a Perugia vale quanto i palazzi dell’INPS lì di fronte, la guerra è già persa.
Secondo tema. E’ cambiato e molto, anche il modo in cui si forma l’opinione. Mentre qualche decennio fa l’opinione vincente (prevalente, dominante), poteva formarsi solo a seguito di un processo medio lungo di selezione, di affinamento, di dibattiti, di libri, di convegni, oggi l’opinione si forma in un tempo velocissimo, e le idee non hanno più il tempo di subire una critica argomentata. Oggi l’opinione si forma immediatamente, sui social, e produce un proprio effetto valanga. Un’idea avrebbe potuto prendere tutta un’altra strada, un altro sviluppo, un’altra efficacia, se nei primi momenti fosse stata veicolata in quel certo modo o su quel canale. Anche per le idee si apre un mondo fatto di sliding doors. Una volta preso quel treno, tornare indietro è molto difficile.
E perché poi prendere posizione (soprattuto contraria allo Zeitgeist)? Per rischiare di essere marginalizzato dal mercato? Di essere contro il mainstream? Non si sta meglio (molto meglio), trasportati invece dalla corrente? Non abbiamo più il coraggio di manifestare la propria idea, quando dopo pochi minuti saremo sommersi di commenti negativi (se va bene), o di insulti (se va meno bene).

Io camminerò

La sera l’autobus che partiva alle 19,40 da Piazza Garibaldi a Spoleto ci lasciava a San Martino alle 8,20: 4 km di strada per tornare a casa. Estate a parte, dunque, le porte dell’autobus si riaprivano e ci consegnavano al buio e al silenzio. Dopo i primi 50 metri, in cui il lucore dei lampioni della strada provinciale ancora accompagnava i passi, subentrava po’ di paura. Paura ordinaria del buio, soprattutto dei cani pastore. Ma non c’era alternativa: adattarsi un po’ a quel nero e andare avanti, pensando a altro. Ricordo che una sera, appena sceso, ho continuato a cantare la canzone che stava passando alla radio dell’autobus: “Io camminerò”, la canzone di Umberto Tozzi o Fausto Leali (non ricordo bene). Cammino e canto. E mi immagino una storia d’amore importante, dove posso dire a una donna: “Perché sei così bella, se non sai quello che vuoi?” Mi rendo conto che il significato, il vero significato, mi sfugge. La melodia e il ritornello mi ipnotizzano (la potrei cantare ancora oggi), ma ci deve essere un altro significato: non può essere questa frase, quasi priva di senso. M’immagino una donna ideale, una composizione raffaellesca (questo lo dico oggi), di parti di altre donne: gli occhi di Mireille Mathieu, la voce un po’ roca di F., la dolcezza di P., la risata travolgente di E., il profumo di mandarino di quella signora che mi è passata vicino oggi… Non so come, ma la cosa sembra funzionare. Continuo a cantare e a pensare alle parole: “[….] e una sera impazzirò, quando mi dirai che un figlio avremo, avrò [….]”. La canto a voce alta, e cerco di immaginarmi cosa voglia dire, cosa si possa provare nel sentire una donna che ti dice questa cosa. Cosa vuol dire diventare padre? Cosa vuol dire avere un figlio? Si impazzisce veramente? Come reagirei? Come reagirò? Come dovrei reagire? Mi faccio tutte queste domande mentre mi rendo conto che ancora non ho mai fatto l’amore con una ragazza. Come si fa? Come si chiede? Si chiede? O in quei momenti si diventa muti e si capisce lo stesso? E come si arriva a quei momenti? E dove si va a far l’amore a quindici anni? Si fa l’amore solo d’estate? E Patrizio come ha fatto? A chi potrei chiedere senza sembrare del tutto ignaro dell’argomento? Una domanda alla volta, un ritornello alla volta, arrivo a casa. Il camino è acceso, ho fame: anche le domande se ne vanno in fumo.

In fuga da tutto

Spesso, tornando da Spoleto, verso Perugia, passavo vicino al cimitero di Foligno, dove papà è restato per tanto tempo, a fianco del suo papà. D’inverno, le luci dei loculi dei piani più alti dei moderni padiglioni sono visibili dalla strada, e sembrano una piccola città nella città. Raramente sono andato a fargli visita. Solo pochi, pochissimi, cimiteri aggiungono poesia al ricordo, e dunque non è necessario frequentarli. Almeno per me. Quando con l’auto passavo veloce su quella strada a grande scorrimento, alla vista di quei padiglioni, il primo pensiero era sempre (dopo un “Ciao papà”): sarò stato, finora, all’altezza delle sue aspettative? Dei suoi sogni su di me? Su suo figlio? Che cosa pensava di me? Come mi vedeva, da adulto? Come si immaginava sarei diventato? Non lo so. Non lo saprò mai con certezza. Nessuno potrà dirmelo in maniera convincente. Oramai, davvero nessuno potrà più farlo. Chi muore porta via con sé tutte le risposte, e lascia solo le domande. So solamente che non sono così bravo a fare soldi, come lui era. Né ho la sua capacità seduttiva. Non sono un tombeur de femmes, come lui sembra che fosse. Non ho il suo sorriso, né il suo modo di fare, la sua spavalderia, che è quello che doveva aver affascinato mia madre. Non la sua prestanza atletica: correva in bicicletta e per fare le gare nelle città vicine partiva già in bicicletta da Foligno (scuderia Ugolinelli). Da quello che mi hanno raccontato, abbiamo solo lo stesso vezzo di alzarci presto, molto presto, di andare a prendere il caffè al bar e il giornale la mattina. E il “vizio” di vestirsi bene: lui sempre, io quando posso. Mi dicono che la camicia bianca era una sua “fissa”, ed era coccolato da madre e sorella in questo. Ho solo due o tre ricordi “diretti” di lui, che ripasso mentalmente di tanto in tanto, per paura di perderli. Il resto sono ricordi di racconti di nonna, di zia, di zio: ricordi di ricordi, dunque. E’ andato in fuga, di quelle fughe che si fanno da soli, a 33 anni. Oggi si direbbe “un ragazzo”. Ma io me lo ricordo come un uomo, adulto: negli anni ’60 si diventava uomini prima. E adesso sono nella condizione paradossale di essere padre e di ricordare un padre che avrebbe potuto essere mio figlio. La mia vita è andata come è andata, va come va, ho fatto il meglio che potevo per non deluderlo. Chissà se gli sarei piaciuto.

Le rose dello stagno

Quando siamo arrivati in campagna, zia Natalina aveva fatto piantare, ai lati dell’ultimo tratto di strada che inquadrava la casa secondo un perfetto angolo “acropolico”, dei cipressi. Cento cipressi cento, piramidali, di cui attecchirono solo tre, ma che oggi sono imponenti. In prossimità dell’angolo di casa, sempre a sinistra e a destra, due cespugli di rose. Roselline quasi selvatiche, di colore rosa pallido, ma profumatissime. Alla lunga ne resistette solo uno, quello sulla destra. Verso maggio queste rose non curate, mai potate, divenute nel tempo un cespuglio cupoliforme, ci regalavano un profumo intenso, che si apprezzava soprattutto la sera. Non so perché non le curavamo: in fondo erano l’unica concessione a un mondo durissimo: erano l’unica nota di gentilezza. Il cespuglio è cresciuto lì per 20 anni e forse più: indisturbato, solitario, sdegnoso, autosufficiente, mai malato. Solo io lo vedevo? Solo a me faceva un po’ compassione? Avevo preso dunque una talea e l’avevo piantata in un vaso (in realtà un pozzetto di ispezione in c.a.), e portata in camera, nella mia camera blu. Per un po’ di tempo la talea era cresciuta, aveva messo delle foglie, ma poi si era ammalata. Al centro della camera non batteva mai il sole, il terreno non era ben calibrato, non respirava. E in fondo era ingiusto tenerla in casa (in gabbia), quando fuori avevamo ettari e ettari di terreno disponibili. Non ero riuscito a salvarla, dunque ero umilmente tornato da loro. Anche quell’anno avevo aspettato maggio, con un’idea in testa. Ne avevo colte due o tre esemplari, da portare in omaggio a R., e le avevo nascoste in un immancabile libro (un libro grande, in questi casi), che avevo sempre con me quando andavo a Spoleto. Ma una volta arrivato, avevo dovuto constatare che le rose erano tutte ammosciate, e quindi le avevo buttate poco prima di salire le sue scale. Il tempo del viaggio in autobus non era sufficiente ad essiccarle, a renderle minimamente stabili. Non erano quei bei fiori secchi che si trovano di tanto in tanto in qualche vecchio libro, e non erano appena colte: un disastro a mezza via! Rubarle a Spoleto, sì, avrei potuto (conoscevo i punti giusti, andando verso Villa Redenta), ma non profumavano come le mie e dunque non l’ho mai fatto. Comprarne una sola sarebbe stato ridicolo: un mazzo sarebbe eccessivo (con quale giustificazione? In quale occasione? In un perfetto e anonimo mercoledì pomeriggio?). Ho provato più di una volta a coniugare il profumo del fiore con la decenza estetica dell’omaggio, con il suo “portamento”, ma non ha mai funzionato. O il profumo o la struttura. Ho provato anche (certo che ho provato), a trarre un profumo dalle mie rose, ma senza alcol, alambicchi e attrezzature varie, il massimo che riuscivo a fare era un’”acqua di San Giovanni”. Fresca, colorata, ma anch’essa troppo fragile e effimera. Poco intensa, dal colore impresentabile anche solo dopo pochi giorni. Dovevo inventarmi qualche altro regalo. Così ho ripreso a divertirmi con lo stagno fuso, scoprendo che gettare lo stagno fuso nell’acqua fredda creava dei monili dalle forme molto curiose, di un bel grigio lucente, quasi cromato. In un solo atto avevo calibrato la giusta quantità di stagno, la temperatura dell’acqua, l’altezza da cui far cadere la fusione. Un piccolo gioiello di gestualità. Non avevo un profumo, ma una forma sì. Una bella forma mi avrebbe salvato, come sempre.

Convolvolo minore

I primi maiali che uccidevamo, in inverno, erano magri. Come noi, d’altra parte. Li avevamo
allevati per una decina di mesi, con un po’ di granturco (poco), con gli
scarti dei nostri pranzi, con le ghiande, con un’erba che chiamavano “farfane”, con la pastinaca, e il convolvolo minore, che nonna chiamava “rippio”. Il convolvolo è una pianta erbacea strisciante-rampicante: tenera, fa dei bei fiori a campana che vanno dal rosa al bianco.
In primavera e in estate andavamo a cogliere molta erba, che davamo
ai maiali da sopra il muretto del loro box. Belle foglie tenere, leggermente carnose. Con l’autunno andavamo a raccogliere le ghiande, sfidando l’erba bagnata ai piedi delle querce (roverelle), e la tramontana, che si infilava tra il Monte Subasio e il Monte Pettino. Le querce sono spesso solitarie, o comunque non soffrono la solitudine, e dunque sono più esposte al vento. Con le prime tramontane, le ghiande cadevano anche sulla nostra schiena curva, rimbalzando poco più in là. Le mani si intirizzivano e Zio Claude (prendendoci in giro), ci insegnava a battere le braccia con forza, incrociandole orizzontalmente sul tronco, finché le mani non riprendevano un colore rosso acceso.
I maiali andavano ammazzati d’inverno, perché d’inverno era più facile preparare gli insaccati e farli stagionare al freddo e all’aria. Avevamo lasciato, in casa, la stanza di nord-est, che chiamavamo la “sala della salata”, perché lì andavano messi sotto sale, per molti giorni, i prosciutti. Li posavamo su una tavola inclinata e sotto un grande peso (la base in cemento degli ombrelloni che erano al bar del Viale Trento e Trieste). Le salsicce andavano invece messe ad asciugare, come dei festoni, sulle delle pertiche.
Dicevo che era impensabile comprare, per i maiali, la farina e il mangime (che comunque mai sarebbe entrato in casa). Dunque occorreva nutrirli con altro: gli avanzi dei nostri pasti, il granturco, l’erba, le ghiande … Questi lavori (erba, ghiande e poi tutto il resto adesso che ci penso), erano compiuti sempre in compagnia, il che consentiva di parlare tra noi. Raramente uno solo di noi si avventurava nei campi: forse solo nonna lo faceva, in qualche
pomeriggio. Ecco: si lavorava molto, ma si parlava (anche), molto. Quasi tutte
le occasioni di lavoro e di tempo perso erano occasioni per parlare e
per conoscersi, per confrontarsi, per misurarsi: per capire. Finito il lavoro, anche lo stare intorno al camino o (qualche tempo dopo), davanti alla televisione, era comunque occasione per
stare insieme. Con quelle grandi produzioni RAI stavamo ancora tutti insieme: Orzowei (la sigla delle nostre corse con la lancia in mano!), il Gesù di Zeffirelli, Il ricco e il povero, C’era una volta il west …
Abbiamo cominciato ad allontanarci a causa degli infissi buoni, dei termosifoni, del congelatore, del Festival di Sanremo, che per me fu “divisivo”, come si direbbe oggi. La televisione, in pochi anni, stava cambiando, e non bastava più a tenerci vicini, anzi. Il progresso, che avevamo salutato con entusiasmo, ci ha dispersi in poco tempo, come una lavatrice impazzita a cui si apra lo sportello.

Paesaggio italiano n. 43 – Spoleto

Spoleto (1)

Una volta Spoleto era mia. La conoscevo palmo a palmo: ogni singola pietra. Conoscevo i vicoli, le ore, le ombre, i profumi, anche. Oggi è cambiata (per me Spoleto è una donna, ovviamente). Non la riconosco più, non riconosco più quella sterminata area che ha consumato in periferie poco curate. Vederla desertificata, disabitata, abbandonata, mi angoscia. Sì, c’è qualche intervento che ha restaurato qualche palazzo. Ma le incompiute sono maggiori. Non so, mi sembra che abbiamo perso la poesia in cambio di qualche parcheggio in più. Una volta la passeggiavo di notte, la accarezzavo, spesso da solo, a volte con qualche amico. Soprattutto d’inverno, con la pioggia e la nebbia, mi appariva meravigliosa. Il Duomo la notte si rifletteva sui mattoni bagnati della piazza e sembrava di stare più a Venezia che a Spoleto. E così la fontana di Piazza del Mercato, Piazza Pianciani, San Gregorio … O quella volta d’inverno che nevicava e io feci a tarda sera il cosiddetto “Giro della Rocca”, scoprendo che i fari di luce arancione che illuminavano il Ponte delle Torri stavano illuminando il Ponte con una luce verde-blu: la neve (molta), aveva piegato i rami dei lecci lì vicino e la combinazione di luce arancione, neve, e verde intenso dei lecci restituiva una luce irreale, da sogno. Sono tornato altre volte, quando nevicava, ma non ho mai più avuto quella fortuna.
Ho frequentato le scuole medie annesse all’Istituto d’Arte, che allora erano a Palazzo Collicola. Davanti al palazzo c’era una bella fontana settecentesca, fornita di una cannella di ottone, che consentiva di bere l’acqua sempre corrente. La vasca era di grandi blocchi di calcare bianco, con belle curve. A fianco c’era un carrozziere e pareva una cosa del tutto normale.
Le aule della scuola non erano sicuramente “a norma”, la palestra era lontana (bisognava scendere vicino a San Domenico, in una piccola chiesa sconsacrata il cui pavimento era stato coperto da parquet). Oppure andare direttamente allo stadio: una passeggiata urbana di 10 minuti. La scuola, nel suo complesso, non rispettava sicuramente gli standard del notorio DM del ’75, eppure … Eppure, che esperienza salire quelle scale così larghe e ben voltate, che esperienza guardare i nostri soffitti a cassettoni, o andare nell’ala dove il preside aveva il suo ufficio, con le pareti e le volte dipinte a grottesche. Che emozione vedere quei muri scavati con delle nicchie, delle porte dipinte en trompe l’oeil che nascondevano piccolissime scale a chiocciola. E poi le finestre enormi, i lampadari, dei quadri, dei busti …
Oggi i nostri figli li mandiamo in scuole prefabbricate (se va bene) degli anni 80 e 90, chiuse nei loro recinti, fuori dal centro storico, dove si può arrivare con le auto. Tutto “a norma”, ma che tristezza!
L’esame di terza media lo facemmo nel grande corridoio, o meglio nella grande loggia che dava verso sud. Oggi la chiameremmo una “serra solare”. Il soffitto era dipinto, le vetrate con archi a tutto sesto erano amplissime, ed entrava una luce limpidissima. Dal mio posto riuscivo a vedere il profilo del Monte Pincio, i suoi alberi, sullo sfondo di un cielo azzurro implacabile. Il pavimento era in cotto, ormai vissuto e disconnesso in qualche giunto, ma di un bel colore aranciato. Erano bellissime giornate di giugno. Guardavo Francesca, il suo profilo francese, ma lei guardava un altro. In verità aveva sempre guardato un altro, per tre anni. E io mi ero illuso che in quei tre anni avrebbe cambiato idea. Ormai, anche se non lo sapevo, non l’avrei più rivista: le mie chances erano finite con l’ultima sessione orale dell’esame, in cui il professor Falconi mi chiese la differenza tra la scherma, il fioretto e la sciabola. Quando uscii dall’aula, con la consapevolezza che sarei stato promosso, lei non c’era più, aveva tagliato il presente, e chiuso un ciclo.

Il salice

Quando le api si avvicinavano al salice, io capivo che la vera primavera era arrivata: le api gli ronzavano intorno. Lo avevamo piantato sopra la vecchia vasca di recupero dell’acqua piovana che zia Natalina aveva fatto tombare appena arrivati. Il salice è cresciuto bello e rigoglioso per tanti anni, e per tanti anni mi sono lasciato fisicamente accarezzare dalle sue fronde quando vi era un filo di vento. L’ombra del salice è delicata per cui ci si può sempre stare, anche quando si è sudati. Il salice è cresciuto per molti anni senza alcuna potatura, poi è morto, poco prima che anche zia se ne andasse. Il salice è uno dei primi alberi a fiorire, quando sta per arrivare la primavera. I fiori (i miei amici botanici mi diranno che non sono tecnicamente “fiori”, ma ci siamo capiti lo stesso), non sono appariscenti, ma sono dolci, ed è forse per questo che le api, appena uscite dall’inverno, vanno subito a rifocillarsi. Tra l’altro credo che dal salice le api traggano anche qualche sostanza fondamentale per loro, come dal pioppo. In effetti, l’acido salicilico (l’aspirina), deriva dalla corteccia del salice.
Quante ore passate in sua compagnia! Non so perché non sono riuscito mai a dargli un nome, anche se lo avrebbe meritato. Alla sua ombra ho immaginato e scritto un breve romanzo in cui il salice riusciva a leggere i miei pensieri e i pensieri di chiunque altro si fosse seduto lì sotto. Sopra il salice mi sono riposato qualche volta con Fabio mentre stavamo ristrutturando la casa. Il suo verde chiaro la ingentiliva. Sotto questo salice ho studiato da solo per l’esame di Storia dell’architettura II del Prof. Godoli, e letto per la prima volta del cubismo cecoslovacco, quando a Forlì uccidevano il senatore Ruffilli. Sotto il salice ho provato a parlare con mamma, quando ero indeciso se continuare a studiare a Firenze o trasferirmi a Nancy, dove c’era una Facoltà “paradiso” (60 insegnanti, 472 studenti). Forse riusciva a leggere i nostri pensieri, ma non era in grado di suggerire le parole giuste. Un salice piangente silente.

Estetica solare …

Rilancio questa molto interessante Sentenza del Consiglio di Stato su pannelli fotovoltaici e beni culturali. La rilancio soprattutto perché c’è una bellissima frase della sentenza in cui si motiva la possibilità dei pannelli in base all’impossibilità di applicare ad essi le categorie estetiche tradizionali. Che è il punto su cui insisto da tempo: noi guardiamo con occhi vecchi un paesaggio che deve necessariamente evolversi (come sempre ha fatto), e con elementi che hanno bisogno di una visione complessiva delle nostre esigenze. Qui sotto il link anche alla sentenza.

https://t.me/bruno_broccolo_architetto

Alcune idee in materia di paesaggio, architettura e materie correlate

Elenco qui una serie di punti/suggerimenti in materia di architettura, urbanistica, paesaggio e materie affini, che a mio avviso avrebbero bisogno di essere oggetto di approfondimento, di discussione, di indagine, ovviamente secondo i vari livelli di government e con le più varie forme di governance. Alcuni punti sono più “generalisti”, altri più tecnici: ogni lettore potrà modulare il suo grado di interesse. Certo (1): ho dimenticato qualcosa. Certo (2): ci sono cose più importanti a cui pensare. Certo (3): non ho fornito soluzioni esplicite, ma apparentemente solo l’indicazione di temi. Solo che finora, questi temi, pure importanti, a me cari, languono dimenticati da qualche parte. Argomenti che ormai nessuno, sia esso singolo cittadino, sia esso organismo collettivo, sia esso istituzionale, mi sembra porti sui tavoli dell’attualità. Dunque li propongo qui in maniera molto semplice, a-sistematica, quasi come “messaggi in bottiglia”, con la sola speranza che forse qualcuno ne potrà trarre idee migliori, o domande migliori, che sarebbe già una bellissima cosa.

01) Finanziare una cattedra di Paesaggistica a Perugia.
02) Finanziare una cattedra di Restauro architettonico a Perugia. Rilancio qui un’idea la cui primogenitura (almeno per quello che mi riguarda), si deve all’amico Paolo Belardi.
03) Finanziare una cattedra di Urbanistica a Perugia. [Per questi tre primi punti, data la loro importanza e necessità in Umbria, credo non ci sia bisogno di particolari giustificazioni. Finanziare una cattedra significa attrarre un professore ordinario, che auspicabilmente possa iniziare a costruire una “scuola”.]
04) Approvare il Piano Paesaggistico regionale (PPR), “vestendo” così i vincoli e snellendo quindi alcuni procedimenti.
05) Aprire un tavolo con il Ministero Beni Culturali per risolvere le questioni legate alle sanatorie e ai condoni rilasciati nel tempo in assenza di autorizzazioni paesaggistiche.
06) Insistere presso il Ministero Beni Culturali per avere in Umbria e concordare un’interpretazione univoca dei procedimenti di sanatoria in ambiti vincolati dopo il Decreto “Salvacasa”.
07) Creare un archivio digitale unico dei progetti. Ogni ente (Comune, Regione, Provincia, ASL, ARPA), è profilato e vi va a “pescare” il dato che gli serve. Ogni cittadino, ogni tecnico, carica una sola volta il proprio contenuto su un unico server (once only).
08) Aprire a tutti, con molta più incisività, i dati (open data), che riguardano lo stato dell’ambiente e del territorio.
09) Incaricare le Province (o lasciare alla Regione), il compito di fare i Quadri Conoscitivi dei Piani Regolatori per le parti strutturali (vincoli, stato dell’ambiente, ecc.) del PRG, senza che ogni più piccolo Comune spenda soldi per rifare un’analisi del contesto che si sovrappone o duplica altri lavori. Questi Quadri Conoscitivi dovrebbero essere basati su sistemi GIS, quindi in formato shp. Consentire di conseguenza ai Comuni di fare Documenti “Strutturali” molto più leggeri.
10) Rimettere in funzione il “Tavolo permanente di confronto” previsto dalla legge regionale 1/2015 per discutere della stessa legge e delle materie correlate. Il tavolo di confronto dovrebbe prevedere la rappresentanza dei professionisti umbri, indicati quindi dalla RPT o scelti in altro modo dalla Regione, della amministrazione pubblica comunale e possibilmente anche della Soprintendenza.
11) Nel merito della LR 1/2015 rivedere ruolo, responsabilità e funzionamento della CQAP. La Commissione dovrebbe essere più qualificata, possibilmente intercomunale, più remunerata, più trasparente, e anche con qualche responsabilità amministrativa in più in caso di contenzioso per aspetti “estetici”.
12) Coordinare meglio i procedimenti di formazione dei PRG con le procedure di VAS. Oggi c’è ancora qualche disallineamento, che si ripercuote sui tempi.
13) Creare un fondo regionale per la demolizione dei detrattori paesaggistici e ambientali. La premialità attuale non riesce ad innescare un effetto volano per costruire nel costruito.
14) Per le operazioni di rigenerazione urbana (costruire nel costruito), bisogna abbinare una fiscalità che consenta un radicale e significativo abbassamento dei costi degli interventi nei brownfield rispetto ai greenfield. Se il suolo è un valore, questo valore deve essere pagato da qualcuno. Se il privato non trova il suo equilibrio perché oggettivamente oggi non è raggiungibile, una parte di questi costi deve essere necessariamente assunto dalla collettività.
15) Dopo il COVID sarebbe stato necessario ripensare radicalmente il nostro abitare. E ancora siamo in tempo. Favorire e incentivare, con Legge Regionale, nella costruzione di nuovi edifici, almeno una stanza in più per il tele-lavoro e una stanza in più all’aperto (balcone, loggia). Quindi diritto al sole (e all’aria): è noto infatti che l’aria indoor è molto più inquinata dell’aria outdoor.
16) Rivedere, nella legge regionale 1/2015, quali sono le reali dotazioni territoriali necessarie in ogni Comune (le dimensioni dei Comuni a mio avviso obbligano a una granularità e articolazioni degli standard).
17) Qualificare e gestire i nuovi usi del mondo contemporaneo: RSA, Residenze per Anziani Autosufficienti (RAA), Student housing, vertical farm, edifici per generazione di energia, data center, edifici per accumulo di energia, glamping, case sugli alberi, ecc.
18) Recepire il Regolamento Edilizio Tipo approvato in Conferenza Unificata: la Regione Umbria è ormai la sola a non averlo fatto. E produrre un unico Regolamento tipo di dettaglio per tutti i comuni dell’Umbria.
19) Chiedere ai privati i dati tecnici dell’intervento in formato excel in modo da poter estrarre le informazioni per iniziare a popolare i GIS comunali con i dati provenienti dal basso, nel momento in cui i tecnici incaricati trasmettono una “pratica” in Comune.
19) Incentivare chi vuole “tornare indietro” e riconsegnare i suoi terreni allo spazio rurale. Gli incentivi potrebbero essere anche diritti edificatori. E dunque istituire il Registro dei crediti edificatori (o almeno aiutare i Comuni a istituirlo). Tra l’altro non si vede perché non si possa pensare a un mercato regionale di questi crediti.
20) Riorganizzare e fornire una disciplina omogenea per tutti i Comuni per i procedimenti in variante al PRG per gli insediamenti produttivi tramite il SUAP (DPR 160/2010).
21) Fare chiarezza su cosa si intende per consumo di suolo, distinguendo da una parte la qualità reale dei suoli e dall’altra tenendo in considerazione gli eventuali diritti acquisiti.
22) Favorire in modo molto più incisivo i concorsi di progettazione, anche presso i Comuni più piccoli, per innalzare la Qualità dell’Architettura. All’Architettura di qualità deve essere concessa qualche operazione coraggiosa in più, anche e soprattutto nei centri storici.
23) Avere un solo portale, valido per tutti i Comuni umbri in materia di edilizia (SUE). O imporre che i portali funzionino tutti con la stessa architettura logica e la stessa struttura.
24) Avere una sezione FAQ nel sito regionale (o obbligare i Comuni a metterlo nei loro siti), in materia di edilizia e urbanistica: il 70% del tempo del front-office è impiegato dagli istruttori a rispondere alle stesse domande da parte dei diversi tecnici: un patrimonio di conoscenze che viene ripercorso ogni volta. La sezione FAQ potrebbe essere affiancata o sostituita dall’Intelligenza Artificiale perché le risposte sono in buona parte attività automatizzabili.
25) In materia di energie rinnovabili, a mio avviso il problema è più estetico che tecnico (ecco tornare di nuovo l’importanza dei primi 3 punti, anche se con i tempi siamo in ritardo), e occorre in rapidità un’operazione capillare e continua di sensibilizzazione sul tema del paesaggio e, in contemporanea, sul tema del nostro fabbisogno (crescente), di energia. Il Valore del Paesaggio e il Costo dell’Energia: il Costo del Paesaggio e il Valore dell’Energia.
26) Nei limiti delle possibilità consentite dalla normativa nazionale, condensare l’attività edificatoria in due titoli abilitativi.
27) Rivedere la costruzione delle tabelle per la determinazione degli oneri “concessori” (il Contributo di Costruzione), in funzione anche della Qualità dell’Architettura.
28) Creare un fondo di anticipazione regionale per consentire ai Comuni di progettare in anticipo e di avere un “parco progetti” spendibile per finanziamenti dell’Unione Europea o dello Stato. Se si aspettano i bandi si arriva sempre in ritardo nella progettazione del lavoro pubblico.
29) Redigere un documento guida, dal taglio pratico e concreto, per supportare i Comuni nella redazione della SUM (Struttura Urbana Minima). Disaccoppiare amministrativamente questo strumento dal PRG per fare in modo che il suo aggiornamento e la sua implementazione siano molto più veloci rispetto al procedimento di formazione del PRG, e che possa dunque essere approvato anche in variante al PRG. Questo strumento può essere redatto con l’aiuto dell’Università, certo, ma soprattutto del Centro Regionale di Foligno.
30) Redigere un testo unico sulla ricostruzione, non tanto per gli aspetti tecnici (abbiamo un’ottima struttura per questo), quanto per gli aspetti economici e sociali. Il tema non è COME ricostruire: il tema è PER CHI ricostruire.
31) Spingere (nudge) verso il BIM anche la filiera privata delle costruzioni.

Lo “Scudo”

Cristina e io decidemmo di andare a trovare nostra madre a Nancy nell’estate del 2002. Partimmo con un vecchio “Scudo” della FIAT, che chiesi in prestito a Patrizio. Beatrice aveva 16 mesi e quindi ancora prendeva il latte al biberon. Pietro era più grande, ma sempre un bambino. Lo Scudo aveva un solo problema, che Patrizio mi aveva anticipato: dopo un po’ di km l’acqua del radiatore si scaldava e bisognava fermarsi. Partimmo senza cellulare, senza navigatori, senza carte stradali, piantine o altro. In fondo eravamo stati tante volte in Francia e quindi non sarebbe stato difficile. Solo che avevamo deciso di passare da Digione, dove all’epoca abitava mio fratello Enrico. E dunque il viaggio che mi ero prefigurato prevedeva di andare verso Milano, di girare a sinistra a un certo punto verso Torino, di trovare il passo o la galleria del Monte Bianco, e di uscire in Francia andando fino a Digione. Partimmo di sera perché così avremmo rischiato di meno con l’acqua del radiatore dello Scudo. Arrivammo a Milano, sbagliammo tangenziale e prendemmo la est invece della ovest, in piena notte. Chiedemmo informazione a una pattuglia della Polizia in una stazione di servizio, che ci consigliò di tornare indietro. Cosa che facemmo. Nulla di grave: un’oretta di ritardo sulla tabella di marcia. Andando verso Torino attraversammo questo paesaggio piatto e diradato (solitario, a tratti), che non avevo mai visto, e di cui ricordo solo la quantità infinita di insetti che si spiaccicavano sul parabrezza. E dunque mi fermavo spesso a mettere l’acqua nel serbatoio dell’acqua tergicristalli. In prossimità di Torino seguimmo le indicazioni per il tunnel del Monte Bianco. “Le tunnel du Mont Blanc” era un mito della mia giovinezza in Francia: mia madre ne parlava sempre con sua sorella, con le sue amiche, con Philippe, con Zio Claude, con zia. Con gli adulti insomma. E a me sembrava una cosa mostruosa da sconfiggere.
Arrivati al tunnel ci fu un po’ di attesa da fare (sfruttammo il tempo per dare da mangiare a Beatrice e per cambiarla, poi si addormentò con Pietro vicino).
Piccola digressione: quando faccio un viaggio in auto, l’unica cosa che mi mette ansia (prima molto di più, e pour cause, viste le mie avventure con vecchie automobili), è capire come posso uscire d’impaccio se la macchina ha un guasto improvviso. E dunque ripasso mentalmente una mappa e una lista di amici a cui potrei chiedere aiuto in caso di necessità. Se sono verso Forlì penso a Francesco, verso Modena penso a Sara, a Firenze a Alessandra, a Milano a Stefano. Ma a quel tempo verso Torino non avevo nessuno a cui far riferimento, e dunque non vedevo l’ora di passare il confine. Digione era lontana, ma se avessimo avuto un guasto mio fratello Enrico mi avrebbe tirato fuori, in un modo o nell’altro.
Passato il tunnel arrivammo poi al primo casello autostradale francese che era ancora un po’ buio. Chiedemmo indicazioni per arrivare a Digione e dormimmo un paio d’ore in macchina. Arrivammo da Enrico leggendo i cartelli stradali e dopo pochi giorni di sosta eravamo da mia madre, a Nancy.
Poi venne il momento di ripartire. Ricordo mia madre e i miei fratelli che ci salutano con le lacrime agli occhi, con mia madre preoccupata. Partimmo di giorno, perché volevo fare il percorso in Francia con la luce del sole, arrivare in Italia con la notte, in un paesaggio conosciuto. Il viaggio di ritorno prevedeva Sainte Marie aux mines, Basilea, la Svizzera, Chiasso, Milano e poi casa. Il ritorno fu punteggiato dalle nostre soste tecniche e dal mangiare ogni tanto, ma comunque seguimmo il programma (che era solo latente, in testa). Solo a Basilea ci sbagliammo (Basilea era sempre un cantiere), e tra interruzioni e deviazioni sbucammo in Germania. Anche qui piccolo dietro front con risate dei doganieri tedeschi e nostro conseguente “vaffanculo kartoffen”. Poi le tre ore e mezza della Svizzera e poi finalmente altro luogo mitico di famiglia: Chiasso. Mi ricordo che a Milano era notte fonda e che ero molto stanco. Ci fermammo alla stazione di servizio San Giuliano a mettere il gasolio e prendere un caffè buono (finalmente!). Alla ripartenza puntai una stella che mi sembrava più lucente delle altre, verso sud est, verso casa. Il motore diesel aveva fatto un buon lavoro, con il suo ritmo lento e rassicurante. Ripartendo lo ringraziai. Da Milano in giù, in Italia, d’estate, non poteva succederci più nulla di grave.

Careggi: colonne sonore

I primi tempi è stato Paolo Conte. All’inizio dormivo in un letto di questo grande camerone per tre studenti, ospitato da Sergio e Luigi. Alla sera si mettevano spesso le cassette (audio-cassette), di Paolo Conte, con la sua Verde Milonga o il suo Diavolo rosso, che non conoscevo. Luigi frequentava gruppi emergenti e musica contemporanea (molto contemporanea), tra cui anche i CCCP e gli emergenti Litfiba. A me non piacevano, non li capivo: mi rifugiavo nel mio Lucio Battisti e in lui ritrovavo tutto il ventaglio delle sensibilità e delle emozioni umane. Sergio provava a convincermi con Fabrizio De Andrè e altri cantautori, le cui posizioni politiche o ideologiche, però, me li facevano evitare. Non per motivi politici: è che ritenevo queste incursioni indebolissero la purezza e la forza delle emozioni. Ricambiavo il loro “corso di alfabetizzazione” alla musica con battute ciniche, cercando di tirarmi fuori dall’imbarazzo. Da parte mia, insomma, poche parole: la timidezza e la presunzione si alimentavano a vicenda. Si sarebbero nutrite a vicenda per tanto tempo ancora. Davvero non so come si siano potuti affezionare a me, soprattutto Sergio, con cui il rapporto è stato più intenso e coltivato negli anni a venire. Dopo un po’ di tempo i miei due amici furono trasferiti nella “Torre” di Careggi: stanze singole accoppiate, con il bagno in comune. Un vano più lungo che largo (2×5 m ca.), che prevedeva un tavolino fisso sotto la finestra di fondo, un letto singolo addossato al muro, un tavolo quadrato ricoperto di formica blu, un piccolo armadio a muro. Dunque una stanza larga, nella parte più generosa, non più di 2 m: una cella “laica”.
Non c’era molto spazio e di conseguenza la sera montavo una brandina da campeggio che Sergio aveva portato (per me), da Jesi, costituita da tubi di metallo e tela di jeans. La brandina andava montata la sera e smontata la mattina. Poiché non vi era proprio spazio per poterla lasciare aperta nella distanza rimasta libero tra il tavolo e la parete, una volta montata andava spostata sotto il tavolino e quindi dormivo per una buona parte infilato lì sotto: una sorta di TAC innocua e silenziosa. Finché non spengevamo la luce, mi divertivo a verificare l’esistenza di qualche disegno misterioso sull’intradosso del tavolo. Mettevo un pigiama blu comprato alla Standa di Piazza Dalmazia e mi coprivo con una coperta simil-militare. Tempo dopo trovammo il modo di non smontare e rimontare quotidianamente la brandina, ma di lasciarla sempre pronta, diritta in piedi tra il muro e il tavolo. Solo che, lasciandola sempre tesa, la struttura cominciava ad allentarsi, quindi dovetti migliorarla con una cordicella che torcevo, la sera, in modo da rimettere tutto in tensione, come facevo con il carico di fieno sul rimorchio, a casa.
Compiuto questo piccolo rituale di preparazione mi stendevo sulla brandina con una gestualità misurata fatta di una sequenza precisa di movimenti. Ci raccontavamo poi le nostre giornate, le preferenze sull’architettura, la nostra vita fuori dall’Università, i miei tormentati amori (platonici), di Spoleto. Poi era come se ci fosse un segnale tra noi, una pausa più lunga, una mancata replica a una battuta: facevamo dunque silenzio, pigiavo il registratore e partiva Chet Baker. Era una cassetta di Chet Baker registrata a Macerata, di nascosto, in un qualche locale di second’ordine, che Sergio aveva recuperato e avuto non so come. Qualità acustica pessima, ma pathos incredibile. C’era anche My funny Valentine, che Chet Baker suonava e “cantava” forse più ubriaco (o peggio), del solito, con una passione così forte che la ricordo ancora adesso. Ho comprato pochi anni fa My funny Valentine su iTunes, e la riascolto in versioni più “pulite”: mi commuovo lo stesso, anche se quella registrazione era ineguagliabile. Il registratore, finito il nastro dell’audio-cassetta, si spengeva. “Tac”: il pulsante di sinistra scattava e io mi addormentavo.
Ho ritrovato Giovanni Lindo Ferretti quando è tornato alle sue radici appenniniche, prima e meglio di quanto abbia fatto io.

Les lauriers-roses

Mamma adorava gli oleandri. Le facevano pensare all’Italia. A Nancy non ce n’erano, o almeno io non me li ricordo. Passo per il Viale della Stazione di Spoleto e ripenso a lei e al primo viaggio che facemmo per venire in Italia nell’estate del 1972.
Che coraggio aveva! Partire da Nancy con 4 figli piccoli per approdare nel centro dell’Umbria! Donna sola, vedova, doveva essere una decisione coraggiosa: almeno così mi sembra oggi.
Mi ricordo di quella Ford Taunus 17 azzurrina. Siamo sull’autostrada dopo Milano e rivedo quel jersey a dividere la carreggiata con gli oleandri bianchi e rosa tutti in fiore. Mi affaccio in avanti dal sedile posteriore e vedo la lancetta del tachimetro (una lancetta arancione che spazza da sinistra a destra un tachimetro oblungo, e che a me pare subito mal disegnato, visto che nella parte centrale del tachimetro almeno metà di questa lancetta scompare sotto il profilo superiore della maschera di plastica), che segna i 170 km all’ora. La cosa mi fa un po’ paura e mi rende euforico allo stesso tempo. Abbasso il finestrino e cerco di mettere la mano fuori, ma il vento me la spinge violentemente all’indietro: cerco di controllarla e faccio prendere alla mano più o meno aria, inclinandola in su o in giù rispetto al terreno. Scopro che l’aria è consistente e scopro che l’acqua che mi pare di vedere sull’asfalto, in lontananza è solo un effetto del calore: è un miraggio! Azzardo a mettere fuori un po’ la testa con l’aria che mi si infila nella bocca e che mi gonfia la guancia in maniera insostenibile.
Poi il viaggio continua: rivedo solo questa strada lunga e poco frequentata e un sole pazzesco, e mia madre che ci dice di guardare le stazioni di servizio con scritto su Coupons per fermarsi a fare benzina, perché l’euro ancora non c’è e immagino che mamma pensi bene di mantenere le lire cambiate in Francia per le spese che avremo nel restare a Spoleto per qualche tempo.
E poi ancora e ancora km e arriviamo alla prima curva che sale e che scopre il Lago Trasimeno sulla destra, prima di Passignano. Imploriamo mamma di fermarsi poiché vogliamo fare il bagno. Il lago ci sembra un paradiso: bello, azzurro, grandissimo (eravamo abituati al lago di Gérardmer, piccolo lago tra Nancy e Mulhouse, nei Vosgi). Ma mia madre resiste e tira diritto, immagino tra i nostri pianti. Poi Spello con una fila di cipressi piramidali lungo la strada sulla destra: mi ricordo questo ritmo serrato di luce ombra, anche fastidioso, a tratti. Detto en passant, Spello è l’ultima città umbra in cui vi è, direi, quasi una cultura del cipresso, quasi Toscana. Infine il cartello stradale “Spoleto”: sappiamo di essere arrivati. Il Viale della Stazione è costeggiato da prunus e da oleandri. Arriviamo proprio davanti al bar gestito da zia, con Patrizio seduto sotto l’ombrellone di tela, un gelato enorme in mano.
Con l’oleandro realizziamo nei giorni seguenti le prime “lance” o le frecce di archi improbabili, insieme agli amici che ci facciamo a Spoleto (io lego subito con Carlo). Tra l’oleandro si nascondono spesso le lucertole a cui diamo la caccia, e il cui colore brunastro si confonde con le foglie secche. La siepe d’oleandro sarà anche la siepe che ci permetterà di giocare a calcio nei giardinetti e di evitare che il pallone finisca sempre nel Viale della Stazione, costituendo una sorta di fitta barriera.
L’oleandro punteggia insomma la mia vita: sull’autostrada verso l’Italia nel 1972, l’infuso che mi preparo (e bevo), nel 1985, nel mio periodo da militare, per cercare di alterare il mio ritmo cardiaco per ottenere una licenza di convalescenza maggiore di quella che normalmente riesco già ad ottenere. L’oleandro infine unico arbusto che riesce a crescere intorno alla casa di campagna, con pochissima acqua, nessuna potatura, pochissima “manutenzione”. Una delle ultime foto di mia nonna la ritraggono seduta sulla sedia del bar, vicino all’oleandro: mi rendo conto adesso che hanno la stessa durezza e la stessa fierezza.
Ora che andiamo spesso in vacanza in Puglia, noto che l’autostrada diventa, in maniera preponderante in Abruzzo, un trionfo di oleandri: alti, esuberanti, densi di fiori bianchi e rosa. Ci sono gli oleandri, andiamo verso il sud, verso il nostro Midi, non può succedere nulla di male. Guardo nel retrovisore i miei figli, seduti sul retro, e per simmetria mi lascio guardare (anche se fingo di non vedere). Torno sulla strada e mi faccio accompagnare dagli oleandri ai lati della strada: chissà quanto sarebbero piaciuti alla mia mamma.

Motorino Benelli (1)

Era un piccolo motorino giallo, di quelli bassi (adesso vedo su internet che si chiama mini-bike, ma forse si chiama così solo adesso): un Benelli giallo 50 cc. Per me è stata la libertà assoluta, per un po’ di mesi, per fare qualche giretto lì intorno, senza essere sposato ad alcuna corriera.

Una volta tornai di sera, da Spoleto, d’inverno, con una pioggia importante. Sulla strada regionale cercavo di seguire, fin quando potevo, i fanalini rossi delle auto davanti a me. Quando la distanza tra noi si faceva importante dovevo rallentare, illuminando la strada con il fioco fanale del Benelli. La strada che conoscevo così bene (che presumevo conoscere bene, devo dire), mi era parsa subito più lunga del solito, fatta solo di catarifrangenti e targhe ettometriche. Senza casco, senza occhiali, il mio giaccone verde era tutto bagnato e schizzato (un quadro pointilliste e vivant), a causa delle auto davanti e di quelle che mi sorpassavano. Volendo riposarmi (e farmi vedere da Carla), mi ero fermato a casa sua, che era lungo il tragitto. Carla era una ragazza bellissima, ovviamente, e l’occasione di fare colpo mi si era presentata come una folgorazione. Ero completamente fradicio: dalle scarpe, a ogni passo usciva dell’acqua, facendo una sorta di piccola schiuma ai lati. L’avrei sicuramente intenerita, pensavo, avvicinandomi al campanello. Quando si è giovani si è anche un po’ stupidi. La madre, nel venire ad aprire la porta, si era spaventata, perché avevo la faccia totalmente coperta di schizzi, acqua sporca, ed ero appunto tutto zuppo, dalle scarpe ai capelli. Mi aveva invitato subito a andare in bagno a lavarmi. Ho sporcato tutto il suo bel pavimento con le mie scarpe schiumose e sonore, come due rospi che saltavano alternandosi in avanti. E così, in bagno, mi sono guardato allo specchio: una visione orribile. Non avrei intenerito nessuno, al massimo avrebbe(ro) pensato che fossi un cretino. Mi sono lavato il viso, ho farfugliato qualcosa a Carla e alla madre, dicendo che non potevo far tardi e che a quel punto asciugarmi tutto sarebbe stato ancora peggio, poiché avrei poi dovuto comunque riprendere la strada, e sono ripartito. Sono arrivato a casa in condizioni disperate, poiché gli ultimi 4 km di strada erano in ghiaia, senz’asfalto: i parafanghi non “paravano” più nulla e il fanale era sepolto da una patina di fango acquoso e giallastro, che avevo già cercato di pulire più volte con le mani. Sono entrato in casa come un uomo d’argilla.

L’acquazzone


C’era solo l’Alfasud in casa e dunque, avendo conseguito anche io la patente di guida, dovevamo un po’ dividercela con Patrizio. Quel giorno d’estate era uno dei “miei” giorni. Ci eravamo accordati perché lui lasciasse la macchina vicino alla stazione ferroviaria, nel grande piazzale che vi era tra la recinzione del vecchio cotonificio e l’area dei binari. Il piazzale era ancora in ghiaia. La stazione di Spoleto si trova in fondo al Viale della Stazione (appunto), lungo circa 700 m, e con un dislivello significativo rispetto all’innesto con Via Flaminia. Era costume tra noi lasciare le chiavi dietro la ruota lato guidatore, a terra.
Io volevo uscire con lei, il pomeriggio. Le avevo anticipato qualche giorno prima che quel pomeriggio sarei passato alle 16,30 al massimo a casa sua. Dunque mi sono messo la camicia buona e ho fatto in piena estate i quasi 4 km di strada bianca che portavano alla fermata dell’autobus delle 15,40. Avevo messo da parte anche pochissimi soldi per poterle offrire qualcosa. All’arrivo a Spoleto, alle 16 circa, ecco che viene giù il diluvio universale, mentre io mi incammino dalla fermata di fine corsa verso la stazione. Ma non era certo un temporale estivo che poteva preoccuparmi a vent’anni. Dunque continuo a camminare sotto la pioggia, anche se questa comincia a diventare un vero e proprio diluvio. Decido dunque, a tre quarti del percorso di rifugiarmi sotto una vetrina di un negozio e comincio a guardare questo temporale pazzesco che non sembra voler finire presto. Mi dico che comunque ho ancora tempo (mi prendevo sempre, come ora, un po’ di anticipo). Guardo infine questo fiume d’acqua che scende lungo il viale, le cui caditoie non riescono più ad assorbire una tale mole d’acqua. Seguo con lo sguardo piccoli oggetti trascinati dalla corrente: mucchi di aghi di pino, foglie vecchie, pacchetti di sigarette, volantini vari e realizzo che tutta quest’acqua è destinata … al parcheggio sterrato della stazione!!! Comincio a correre verso la stazione inzuppandomi completamente e da lontano vedo che l’Alfasud è circondata da un quindici centimetri di acqua sporca. Mi tolgo le scarpe, arrotolo i pantaloni fino ai polpacci, la camicia fino al gomito, e mi avvicino di gran carriera all’auto. Ci sono diversi spettatori di questa scena, al sicuro, sotto la grande pensilina della stazione: chi aspetta l’autobus, chi qualcuno che lo venga a prendere, chi è molto in anticipo sul treno … Immagino che mi prendano per un tipo strano, ma non mi importa: il mio unico timore è che chiamino i carabinieri o la polizia. Arrivo alla macchina e comincio a tastare il terreno dietro la ruota e fortunatamente lì non c’è stata corrente e quindi le chiavi ci sono ancora. Le asciugo (si fa per dire), entro e metto finalmente in moto. Mi tolgo la camicia, srotolo i pantaloni e metto l’aria calda al massimo. I vetri cominciano subito ad appannarsi quindi decido di aprire un po’ i finestrini (il temporale sta finendo), e faccio due giri interi di Spoleto in seconda marcia con il motore su di giri e l’aria calda al massimo. La strategia funziona, solo che sto facendo tardi e a me non piace e poi penso è uno dei primi appuntamenti con la macchina a disposizione: lei può, io no. Passo al bar vicino a casa sua e decido di comprarle un cornetto Algida, diminuendo subito del 25% il mio budget. Parcheggio sotto casa, faccio i tre piani di corsa, suono il suo campanello, con il gelato in mano, ancora in buono stato. Lei apre la porta e con quel sorriso che mi ha sempre fregato, mi dice: “Oggi non ho voglia di uscire, mi dispiace. Non ho proprio voglia.” Non ricordo quale altra giustificazione adduce, ma insomma mi pare molto determinata e quindi comincio a scendere le scale. Non so cosa pensare. Non voglio dirle che ho fatto un’ora di camminata sotto il sole per prendere l’autobus, e tutto il resto per avere la macchina, perché a quel punto lei si sentirebbe obbligata a uscire con me a causa del senso di colpa. Per me è inaccettabile, una sorta di ricatto, un ottenere il risultato con un raggiro. Prima cosa, dunque, mangiare il cornetto algida che si sta sciogliendo. Seconda cosa: ridere. A chi raccontare infatti questa storia senza farsi prendere in giro da amici o da Patrizio? E’ una storia inenarrabile. Terza cosa: come continuare con lei? E soprattutto: continuare?
L’ultima domanda trova risposta poco tempo dopo, poiché si fidanza (all’epoca si diceva così), con un tizio, un altro natural winner, sorriso spavaldo e sicuro, qualche anno più di me, macchina nera sportiva e occhiali Rayban da top gun ante litteram. Da lì in poi è solo un aumentare la distanza tra noi. Lei è bellissima, salta in alto come una farfalla, corre come una gazzella, ha l’eleganza naturale della pantera. Ma è destinata ad altri. Fine.
Ci rivediamo circa 30 anni dopo, piove forte, e decidiamo di fare una passeggiata prendendo un misero ombrellino dall’auto. Ognuno con la propria vita: mariti mogli separazioni compagni figli lavoro genitori ecc. A un certo punto mi dice: “Ho pensato spesso a quello che mi dicevi quando ci vedevamo, tanti anni fa. Ma allora non lo capivo …” E io, cercando di fare il “ganzo”: “Eh, lo so, io sono sempre stato avanti ….”. Lei, con un tono e un sorriso che non saprei come definire: “Guarda che con le donne essere avanti non è sempre un vantaggio: vuol dire solo che sei fuori tempo.”
Già, il tempo: ormai siamo tornati al punto di partenza, fradici entrambi, e ognuno rientra nella propria auto, nella propria vita. I vetri si annebbiano immediatamente …

Un piccolo autobus verde

Andavamo a scuola prendendo questo piccolo autobus verde che passava nella strada provinciale di fondovalle alle 7,20. Per prenderlo ci alzavamo alle 6,40. Con la bella stagione non vi erano grandi problemi. Solo che la bella stagione arrivava quando la fine della scuola si avvicinava. Da ottobre ad aprile era uno strazio poiché lo stradello che percorrevamo era appunto una strada su cui potevano passare solo trattori era di terra. Quindi di fango, tutta in discesa. In inverno ci alzavamo con il buio: Patrizio si alzava un po’ prima e metteva i jeans nel letto prima di indossarli, a causa del freddo. Si lavava come si lavano i gatti (come gli ripeteva nonna), prendendo poche gocce d’acqua e pulendosi a malapena gli occhi. Io mi lavavo un po’ più intensamente, prendendo un po’ d’acqua dal grande fusto, nei primi anni. All’epoca non usavamo ovviamente deodoranti: erano proprio fuori dal nostro orizzonte e poi li avremmo considerati anche un po’ cose “da femmine”, se non peggio.
Raramente il focolare era in funzione e dunque zia e nonna si alzavano per ravvivarlo, metterci su qualche tizzone e prepararsi un caffè, che sarebbe arrivato molto tempo dopo che noi eravamo usciti.
Ci mettevamo gli stivali, ci arrotolavamo i pantaloni e poi partivamo nel buio completo, senza torce. Il buio non è mai completamente buio e dunque arrivavamo alla fermata in tempo. In fondo alla strada di terra, prima del ponticello, lasciavamo le scarpe buone in una busta di plastica, che nascondevamo sotto un grande pino domestico, in mezzo alla ripa, ma accessibile con una certa facilità. Tempo dopo, il proprietario di una casa lì vicino, avendo scoperto in silenzio e con discrezione il nostro “traffico” per il cambio delle scarpe, ci offrì di fare il “pit-stop” nel suo garage. Le scarpe sarebbero state sempre asciutte, calde (d’inverno, fuori, erano infatti molto fredde), e avremmo potuto sederci comodamente con calma per cambiarci. Perché tra l’altro dovevamo cambiarci le scarpe in piedi, appoggiandoci a qualche albero o l’un l’altro. Credo che il suo nome fosse Dante: bisogna che io lo ringrazi, seppure tardivamente. Ci sono persone che si incontrano nella vita e che fanno piccoli grandi gesti di altruismo, di gentilezza. Non l’ho mai ringraziato all’epoca, a voce, di persona, per timidezza (la mia solita timidezza). Come può ringraziare un ragazzino di 15 anni per un gesto di gentilezza che viene ad un adulto, da un vecchio (così sembrava allora), quando il ragazzino sa di essere ragazzino, nonostante capisca la bellezza del gesto ma nonostante questo sa di non poter ringraziare con una profondità e con una consapevolezza che normalmente non ci si aspetta da lui?
Scendendo il sentiero in fretta e a volte correndo per non arrivare in ritardo i nostri vestiti si macchiavano di fango, di terra, e quindi bisognava correre in un certo modo, senza “tallonare” troppo. La cosa era un po’ complicata e buffa, a rivederla oggi: una sorta di “passo dell’oca”, di corsa. Più di una volta sono scivolato in quelle discese piuttosto ripide e fangose, e dunque sono tornato a casa, con il lato positivo del non essere andato a scuola, anche se con il ritorno a casa moriva la possibilità di vedere per qualche minuto (forse), le ragazze che mi piacevano.
L’autobus faceva un giro enorme perché “perlustrava” tutte le frazioni e arrivavamo a Spoleto verso le 8, comunque ancora presto per entrare a scuola. In quella mezz’ora si apriva un florilegio di opzioni, che però partiva da una prima scelta: marinare la scuola (fare sega). In quella mezz’ora c’era appunto la possibilità di vedere Roberta passare e accompagnarla per andare a scuola alle “Magistrali”, oppure più tardi Eloisa, o Manuela. Impossibile convincerle a marinare o assentarsi dal lavoro (Manuela lavorava già). Era una cosa, marinare, che facevamo soprattutto io e Francesco. Andavamo poi ad allenarci (arti marziali), oppure a giocare al pallone, o a conoscere Spoleto, con la sua macchina fotografica.
Il ritorno con l’autobus verde era lunghissimo: partiva da Spoleto alle 13,40 e arrivava alla nostra fermata alle 14,30. Da lì percorso a ritroso: cambio delle scarpe e via per la salita sulla strada di terra. La fame era pazzesca, poiché le nostre risorse quotidiane prevedevano i soldi solo per la merenda di mezza mattina. Patrizio aveva più fame di tutti perché lasciava spesso indietro Cristina e me. Spesso anche io prendevo qualche metro su Cristina per cui si formava questa piccola formazione lineare, anche perché in campagna, con il terreno disagevole, il sentiero è uno e si batte quello. Di qua o di là significava solo più fango, più fatica, più tempo. Lo stesso fango negli ultimi mesi di scuola (maggio, per me), si sarebbe asciugato a una velocità folle e avrebbe lasciato delle fessure molto ampie nel terreno. A volte sembrava di sentire la terra respirare attraverso quelle crepe. Interi tratti di strada soprattutto dove l’acqua aveva ristagnato si riconfiguravano su una estesa rete di spaccature, di fessure, di disegni ipnotici.
Anni dopo, con l’Alfasud, una volta usciti dal medioevo, è capitato di incrociare quell’autobus e di provare quella strana sensazione di nostalgia. Mi sono fermato e ho guardato con attenzione il conducente, per vedere se lo riconoscevo e ho sperato che dentro ci fosse qualcuno, ma era vuoto. Quel parallelepipedo verde, illuminato da dentro, con una luce che tanti anni dopo avrei ritrovato solo nei quadri di Hopper, era surreale: eravamo surreali. Siamo stati surreali, per un momento. Poi siamo tornati a fingere di fare cose importanti: il lavoro, i pensieri, il tragitto, la prossima fermata, lo sgarbo di un amico …

Attività consiliare n. 1

Inizio questa piccola rubrica di sintesi dell’attività finora condotta, cercando di cogliere in questa comunicazione la volontà di avvicinare gli iscritti all’Ordine e la “volontà di trasparenza” che ha animato tutti coloro i quali si sono candidati alla carica di consigliere.

Nelle sedute fin qui tenutesi ho proposto di aprire il Consiglio a tutti gli iscritti, riservandosi solo, eventualmente, una parte in cui ci sono deliberazioni che attengono a fatti o contengono dati personali. Ho anche proposto di pubblicare in streaming le sedute. Il Consiglio non ha approvato e ha rinviato ad ulteriori approfondimenti.

Ho proposto al Consiglio di rivedere la modalità di verbalizzazione, prevedendo la redazione elettronica e l’approvazione del verbale al primo punto della seduta successiva.
Il Consiglio ha deciso di rinviare il punto al momento in cui si rivedrà completamente il “Regolamento del funzionamento dell’Ordine”.

Ho proposto al Consiglio di pensare a una sede diversa, in affitto o in acquisto, reputando la sede attuale non adeguata alla categoria degli Architetti. Il Consiglio ha approvato l’idea, impegnandosi ad una interlocuzione con vari soggetti istituzionali.

Ho votato contro alla proposta dell’arch. Stefano Tini (a cui riconosco la buona intenzione), che prevede di istituire un servizio di ascolto e ricevimento degli iscritti, reputando impossibile limitarsi alla sola fase dell’ascolto. Ritengo inopportuno che la voce del Consiglio sia data a una sola persona, su argomenti che possono essere i più vari. Ritengo inoltre che il servizio si sovrappone alla normale segreteria da un lato e che dall’altro erode la rappresentanza del Consiglio, eventualmente appannaggio del Presidente. E che infine possono esserci altri modi di aiutare gli iscritti, laddove questi ne abbiano bisogno.

Sul Bilancio preventivo 2026 mi sono astenuto, ritenendolo un bilancio del tutto ordinario, senza idee di rilievo in materia di formazione, di trasparenza verso gli iscritti, e senza idee sulla Fondazione Umbra per l’Architettura.