Una vita da architetto è il titolo dell’ultima pubblicazione di Giorgio Grassi, architetto che ho sempre ammirato per la coerenza, la lucidità, il coraggio delle scelte.
Il titolo è ripreso dalla canzone di Ligabue “Una vita da mediano”, e già il fatto che sia lo stesso Grassi a dirlo è emblematico riguardo alla freschezza dell’autore, a dispetto dell’età anagrafica. L’architetto di Grassi è ovviamente il mediano di Ligabue, e cioè il giocatore che più di altri si adopera con saggezza ed equilibrio per far funzionare la squadra, contemperando gli istrionismi dell’attaccante all’ottusità del difensore. Giorgio Grassi è evidentemente un altro tipo di architetto rispetto alle tante archistar del momento: lo è per scelta etica prima e (di conseguenza), per linguaggio e risultati formali. Trascrivo un passaggio che impietosamente marca la distanza tra lui ed altri:
“Tutto il resto, le forme più diverse e fascinose, quelle di cui è chiaro che il principale obiettivo è di attirare l’attenzione, quelle forme che puntano tutto sulla loro originalità e diversità, quell’ansia che esprimono così evidente di conquistare a tutti i costi per rentrare a far parte del grande circo della nuova architettura contemporanea, tutto questo mi disgusta e mi mette a disagio. Per questo la tentazione più forte è sempre quella di tirarmi fuori, di prendere le distanze, perché mi vergogno, mi vergogno per loro e mi vergogno per me, per come sono loro senza vergogna e per essere uno di loro mio malgrado.”
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