Il nuovo Paesaggio dipenderà, ovviamente, da una società modificata. Per un po’ di tempo ci avvieremo ad essere una società contactless. Ci vorrà altro tempo per tornare ad essere più fiduciosi dei nostri corpi.

Per qualcuno questa pandemia è solo una sospensione di una vita che tornerà a essere normale, uguale a quella di prima. Qualcuno vorrà tornare indietro. Per qualcuno questa è solo una parentesi.

Io invece non lo credo. Ritengo e invece che ne usciremo molto cambiati, per vari motivi.

Primo, la sospensione, la bolla, non sarà di breve durata. Non dico che sarà lunghissima: dico che gli effetti saranno incisivi e diluiti nel Tempo. La prima ondata di questa crisi può anche risolversi in un paio di mesi. Il punto è che per mandare in crisi vera un libero professionista o un artigiano bastano un paio di mesi di assenza di incassi. Per un operaio a cui viene ridotto l’orario di lavoro, lo stesso. Per chi contava di poter lavorare di li a loco, magari nel Turismo, e che invece non verrà proprio chiamato a lavorare, il problema sarà immediato. Intere catene deboli, con scarsa inerzia finanziaria, saranno rotte da questa crisi.

A me pare insomma evidente che l’economia tutta, e l’economia locale soprattutto dovrà riorganizzarsi in tutta fretta. E questa riorganizzazione non potrà essere istantanea.

Secondo fattore, derivante dal contactless a cui accennavo sopra, è l’introduzione delle tematica in tutti i settori della nostra vita. Quindi lo smart working, e anche lo smart learning (lo chiamerei così), e poi, senza fare l’immaginifico, il nuovo sport, la nuova cultura, il nuovo benessere, ecc. Lo smart working (e anche il resto del dominio smart), presenta innegabili vantaggi nel conciliare la vita privata con il lavoro. Ci sono una serie di innegabili vantaggi sotto il profilo ambientale, che non si può far finta di non vedere, anche per chi, come me, non è per la decrescita felice.

Io non appartengo a coloro che hanno una logica “o-o”.

La possibilità dello smart working e, a questo punto direi della smart living, sono una possibilità in più. Passata l’emergenza sanitaria potremo ancora rivederci, se vogliamo, in sessioni plenarie, in cui siamo fisicamente presenti. Potremo ancora fare lezioni in presenza, commissioni, audizioni. Se vorremo. Quando vorremo. Potremo fare riunioni miste, dove parte delle persone sono in presenza e parte in videoconferenza. Non dobbiamo rinunciare alle opportunità.

Come possiamo aiutare l’economia a livello locale, a prescindere da tutte le misure che potrà e vorrà mettere in atto il Governo?

Questa è la domanda che a mio avviso dovrebbe animare e motivare la costituzione di un gruppo locale trasversale e pluridisciplinare che aiuti la politica a fare una buona sintesi. Economia inteso in senso ampio, ovviamente.

Ci saranno attività e professioni che subiranno una fortissima flessione nell’immediato e comunque saranno ridimensionati anche una volta tornati in un regime di normalità. Penso a bar, piadinerie, ristoranti, il turismo, il cinema, il teatro, lo sport, le palestre, i mercati coperti. Tutte queste attività si svolgono in edifici. Così come la produzione e così come l’attività terziaria (le scuole, gli uffici pubblici). Sono edifici, localizzazioni, quantità da ripensare completamente.

Ci saranno invece attività (e edifici), che subiranno un incremento velocissimo nella crisi e che comunque saranno in posizione dominante domani. Penso a produttori di dispositivi medici e paramedici, detergenti, logistica, servizi alla persona a domicilio, soluzioni per smart workers, micro-fattorie vegetali, stampanti 3d, servizi di connettività e di modellizzazione, intelligenza artificiale, ecc.

Bisognerebbe forse partire da una matrice di questo tipo, cercando di fare un matching tra quello che è destinato a perdere di importanza e ciò che invece aumenta di importanza. E capire di conseguenza come la città (e il paesaggio), possono adattarsi, accogliendo anche nuove funzioni e rigenerandosi in velocità. Perché certo una cosa che ci ha insegnato questo virus è che bisogna rispondere con velocità e che il mondo fatto di procedure, gare, bolli, autocertificazioni, non è adatto a fronteggiare queste sfide.

Chiudo con qualche proposta a-sistematica, che ha solo l’intenzione di essere una “mossa d’apertura”.

1) Occorre un piano ricognitivo degli immobili della città, immaginando quali saranno i primi a svuotarsi e quindi i primi a dover essere ri-abitati (perché no?), rigenerati, riusati.

2) Occorre un quadro normativo che consenta di pianificare, progettare e realizzare queste cose con la dovuta velocità. Per esempio obbligare a conferenze di servizi per i piani attuativi, estendere la possibilità della SCIA anche a nuove costruzioni, snellire ancora la ristrutturazione edilizia …

3) Occorre introdurre un quadro di fiscalità, anche locale, che aiuti a mantenere un tessuto produttivo locale per il settore edilizio (contributo di costruzione, monetizzazione, bonus, ecc.)

4) Occorre esternalizzare tutta la progettazione e buona parte della realizzazione di lavori pubblici, riservando agli enti locali solo il controllo. Ciò consentirebbe anche di immettere un po’ di liquidità nel settore dei professionisti.


Scopri di più da Pensai et congettai ...

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

1 comment

  1. Un nuovo Paesaggio #1 e #2

    Caro Bruno,
    le tue analisi, come sempre interessanti e stimolanti, sul momento che stiamo vivendo e su come questo momento sta disegnando il nostro futuro, mi portano ad alcune riflessioni che vorrei condividere con te.

    a) Sono perfettamente d’accordo con te: il momento passerà forse (e spero per il bene di tutti) presto. Ma è un momento che è destinato a lasciare un segno profondo perché sta cambiando le nostre abitudini, ed una volta che le abitudini sono cambiate, è praticamente impossibile tornare indietro.

    b) Lo smart working ma più in generale la “telematica” come tu la definisci, è un qualcosa che c’era già ieri, ma semplicemente, per abitudine, non la usavamo. Dopo una settimana di DPCM Covid-19, ho: trasferito di fatto il mio ufficio a casa, scambio dati con i miei collaboratori in una cartella DropBox, ho fatto lezione all’università su piattaforma Teams, videochiamo i colleghi su Skype, la prossima settimana avrò il Consiglio del mio Ordine in Streamign e, mi pare di capire, che anche la prossima CQAeP di Assisi si terrà on-line.
    Questo è, plasticamente, quello che intendo per “cambiare abitudini”.

    c) E devo dire che, a meno dell’assenza di rapporti umani che è una cosa che a me manca molto, il fatto di non usare praticamente l’auto da circa 15 giorni mi piace proprio!

    d) Concordo pienamente con te: hai voglia di parlare di contromisure finanziarie, bazooka monetari e fregnacce varie: questo è uno tsunami che sconvolgerà l’economia in modo devastante, e la crisi del 2008 (che per il settore dell’edilizia italiano è stata una vera e propria Caporetto, dalla quale non ci siamo ancora ripresi), in confronto ci sembrerà una passeggiata di salute.
    E gli effetti su libere professioni, artigiani e piccoli commercianti ancora non li riusciamo neanche ad immaginare.

    e) Per entrare nel merito più strettamente paesaggistico, alcune considerazioni.
    La città storica, come tu dici giustamente, si è modellata sulla residenza, sul commercio e sul lavoro. Io amo dire che la città, in generale, è una “macchina” che l’uomo ha costruito e costruisce per soddisfare le sue esigenze abitative nel senso più ampio del termine, intendendo con ciò le esigenze di relazione, di lavoro, di sicurezza, ecc.
    Quando la “macchina”, non rispondeva più alle esigenze (non funzionava), storicamente si è sempre provveduto ad adeguarla, con interventi anche pesantissimi sul tessuto urbano: sventramenti, demolizioni, ricostruzioni sono attività che hanno da sempre caratterizzato le attività urbane e che ci hanno restituito le città come oggi le conosciamo.
    Da quando, nel secondo dopoguerra, si è deciso che la città storica non poteva essere oggetto di questi “aggiornamenti”, abbiamo assistito ad una duplicazione dello spazio urbano: da un lato la città storica, destinata ad attività prevalentemente di rappresentanza (turismo, uffici del potere, eventi, ecc.) e dall’altro una periferia, forse brutta, ma funzionale alle esigenze del moderno abitare, e quindi abitata.
    Ma le trasformazioni nella nostra epoca corrono ad una velocità di diversi ordini di grandezza maggiore di quella dei muratori, e anche la “nuova città” sta diventando velocemente obsoleta: basta osservare come le modifiche al commercio imposte dalla grande distribuzione prima e dall’e-commerce poi hanno di fatto desertificato i piani terra degli edifici. Basta fare un giro per quelle che erano famose vie commerciali intorno al centro storico di Perugia (via dei Filosofi, via XX settembre, ecc.) per accorgersi che laddove fino a pochi anni fa c’erano fiorenti attività commerciali, che pagavano fior di affitti per occupare quegli spazi, oggi ci sono solo saracinesche abbassate.
    E questo, da solo, già sarebbe un tema di paesaggio urbano, di urbanistica della città, con il quale cominciare seriamente a fare i conti.
    Oggi si aggiunge un’ulteriore complicazione data da questa rivoluzione a cui il Covid-19, volenti o nolenti, ci costringerà.
    Difficile dire quali saranno gli scenari nel breve e lungo periodo ma, contrariamente a quello che sostieni tu, penso che forse la “città densa”, potrebbe avere nuove chance da questa contingenza.
    Il fatto di lavorare da casa, di poter comprare e avere consegnato a domicilio qualunque bene, dalla pizza al frigorifero, in ultima analisi introducono una grande rivoluzione nella vita di ciascuno di noi: rendono inutile, o almeno non più indispensabile nel quotidiano, la necessità dell’auto.
    Non penso di scoprire niente di nuovo osservando che è l’avvento dell’automobile che ha stravolto il concetto urbanistico di città che aveva retto, tutto sommato immutato, fino ai primi del 1900: l’auto ha costretto a ripensare gli spazi urbani, le vie sono diventate strade appannaggio del traffico veicolare (e difficilmente fruibili dai pedoni), le piazze sono diventate parcheggi, perdendo così quelle connotazioni relazionali che sono alla base del concetto stesso di città

    Le nostre città, oggi, sono in realtà due città vicine ma contrapposte: una, la cosiddetta città storica, vocata alla relazione interpersonale ma clamorosamente inadatta all’auto e quindi a ciò che fino ad oggi ha caratterizzato la nostra quotidianità, ed un’altra, più moderna dal punto di vista trasportistico, ma fatalmente inadatta ad essere “città” nel senso sociale e relazionale del termine.

    Se ci pensiamo, forse la diminuita necessità di trasporto personale determinata dai nuovi modelli di vita e di lavoro, avrà come effetto quello di far cadere molte delle pregiudiziali che fino ad oggi hanno spinto i cittadini a vivere altri modelli di città, alternativi alla “città densa”.
    Si potrà forse tornare a vivere spazi inadatti all’automobile ma clamorosamente più adatti alla vita delle persone, ai loro rapporti interpersonali, alla loro socialità.
    Ovviamente molte, ma non tutte le pregiudiziali potranno cadere. Se il tessuto urbano storico potrà tornare in modo del tutto casuale ad essere di nuovo “moderno”, la stesa cosa non si può certo affermare per quanto riguarda il tessuto edilizio.

    E allora è forse venuto il momento di ripensare una volta per tutte anche il contenuto dei termini “tutela” e “conservazione”, termini che troppo spesso e troppo a lungo sono stati scambiati per sinonimi, ma che sinonimi non sono e non devono essere: per essere tutelato, il tessuto edilizio andrà profondamente trasformato.

    Ma di questo avremo agio di parlare più avanti, magari in un’altra puntata del tuo prezioso diario.

    A presto
    Sergio Falchetti

    "Mi piace"

Lascia un commento

Scopri di più da Pensai et congettai ...

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere