Non sono bravo a parlare. O meglio: non mi piace parlare a vanvera. Chi mi conosce bene sa cosa penso delle parole dette, soprattutto in cui epoca in ci nessuno tiene fede alla parola data. Credo che servano poche parole. Chi ti conosce non ne ha bisogno, chi è intelligente ha bisogno di poche parole, chi non capisce non capisce nemmeno con mille parole. Detto ciò, mi mancano le mani e gli abbracci. Soprattutto le mani, che non mentono. Il calore della pelle, il colore, le rughe, la forza della presa, il tempo della presa, il tempo del rilascio, il modo del rilascio, il modo di porgere la mano, il modo di ritirarla, il sudore della mano, la lunghezza delle dita, la lunghezza delle unghie, la pulizia delle unghie, la forma delle unghie, la pulizia della mano, la morbidezza della pelle, la ruvidezza, le vene su dorso, la pelle velata sul dorso di alcuni anziani, la lunghezza delle singole falangi, la sproporzione di alcuni pollici… Con la mano ho appreso la durezza degli schiaffi di mia madre, diventate carezze in tarda età, forse in ritardo. Con le mani ha siglato patti di amicizia che durano da una vita, e patti di lavoro che sono diventati amicizia con gli anni. Con le mani ho sentito la vita andarsene da persone care… Con le mani ho sentito che quello era amore e che quel tenersi la mano era anche stima, riconoscenza, fiducia, passione, trasporto, accoglimento. Con le mani i miei figli mi hanno salutato, afferrando il mio indice e stringendo forte, come se da quello stringere dipendesse tutta la vita.
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