OTO è la marca del primo trattore che comprammo da un venditore poco onesto, che ce lo fece “digerire” un milione di lire (il casolare e la terra ne erano costati 34). Mia zia era ovviamente inesperta, ed anche Guerrino non si dimostrò all’altezza. Un trattore a cingoli di 18 cavalli di potenza, per quelle pendenze, significava poco. Ed infatti la potenza era modestissima e dopo la forza necessaria a trascinare se stesso gliene rimaneva ben poca per spostare il carico. Il carico: esauriti i soldi per il trattore, pagato in contante, non avevamo pensato che il trattore era poca cosa senza rimorchio. Nonna, quindi, si era inventata questa cosa della “tralla”, che suppliva al rimorchio. La tralla era in pratica una slitta, fatta con i due lunghi principali di olmo, che nonna era andata a scegliere con il bastone indicandoli a Guerrino. I traversi erano in olmo ed in quercia. Sopra avevamo messo una rete di recinzione, che costituiva di fatto il fondo della tralla. La tralla aveva il vantaggio di essere facilissima da caricare (ma lo avrei scoperto dopo, quando comprammo il rimorchio), e lo svantaggio di pesare più del rimorchio, per il nostro povero OTO. Il legno dei diritti principali, poi, si consumava in fretta, scorticandosi sui campi e sulle strade poderali di ghiaia. Mio zio pensò bene, allora di fare due puntali e delle ali in ferro, da mettere sotto i diritti, a contatto con il terreno. Il legno arrestò di consumarsi, a scapito del peso complessivo della tralla, che aumentò ancora. L’OTO sbuffava con quel carico dietro, e spesso in salita un cingolo cominciava a tirare più dell’altro, facendolo andare di traverso. Se avesse potuto, OTO si sarebbe messo di traverso e magari avrebbe preferito la discesa. Abbiamo trasportato di tutto con la tralla: sassi, erba, fieno, legna, letame, paglia, acqua … Tra pendenze eccessive, sassi, manovre azzardate è anche successo che uno dei cingoli si è sfilato dalle ruote. Per quanto fosse piccolo, era un trattore pesantissimo, e rimettere un cingolo era un’impresa da mezza giornata di lavoro per un uomo come Guerrino e due adolescenti inesperti quali eravamo Patrizio ed io. Occorreva accorciare la distanza tra le due ruote con un’enorme chiave inglese, rimette il cingolo tra i denti della ruota, e poi allungare la distanza delle due ruote in modo da rimetterlo in tiro. Il tutto con l’aiuto di leve, spranghe e bastoni, poiché il cingolo pesava tantissimo. OTO aveva una batteria da 24 volt che d’inverno non riusciva mai a metterlo in moto. L’olio era troppo freddo e la batteria troppo debole per provare più di due-tre volte l’accensione. Se non partiva alle prime volte occorreva metterlo in moto con la manovella. Sì, c’era una manovella che faceva girare un immenso volano d’acciaio, pesantissimo, il quale forse forniva l’inerzia necessaria ai pistoni (o al pistone?). Far girare il volano era faticosissimo e generalmente lo facevamo in coppia: io e Patrizio o Patrizio e Guerrino. Occorreva poi essere velocissimi nel comprendere che l’accensione era andata e che il motore prendeva i giri, perché se la manovella rimaneva nel volano diventava molto pericolosa. D’inverno, allora, lasciavamo il trattore la sera su una piccola discesa (5-6 m), che gli avevamo predisposto lungo la ripa vicino casa. La mattina, prima di metterlo in moto gli mettevamo un vecchia pentola con della brace sotto la coppa dell’olio. Quando era bello caldo, ingranavamo la marcia, giravamo la chiave, spingevamo il bottone e via, sperando e pregando che andasse in moto. L’ultima spes ce la aveva insegnata un vecchio maresciallo dell’Esercito che aveva fatto la guerra in Africa e che conosceva questi trattori OTO Melara: dalla parte opposta del volano c’era la presa d’aria del motore: bisognava mettergli davanti uno straccio imbevuto di benzina. D’inverno OTO serviva a poco: a trasportare un po’ di legna. Ma con il fango che rendeva l’argilla dei nostri luoghi un vero e proprio pantano, l’OTO cominciava subito a slittare e ad infossarsi. Fu ancora nonna a cavarci fuori dal fango, obbligando Guerrino a tagliare un po’ di olmi del diametro di 7/8 cm e a metterli di traverso sotto i cingoli. Non ricordo se nel milione di lire era compreso anche l’aratro o se fosse costato anche quello qualcosa. L’aratro era tutto di ferro, e con le ruote. Bisognava andargli dietro perché a fine solco occorreva sganciarlo con un dispositivo tipo freno ed aiutarlo nella curva. Poiché il terreno era in pendenza, si arava “a solco morto”, e cioè solo in discesa, risalendo a vuoto. Erano belle “passeggiate”. Spesso poi il coltello che sta davanti al vomere e che taglia verticalmente la fetta di terra, si caricava di erbacce risalendo sempre più e tagliando la fetta sempre meno in profondità e deviando dal parallelismo del solco precedente. Deviare significava lasciare un po’ di terreno non arato (tragedia), poiché il principio inviolabile dell’aratura è quello di fare solchi paralleli o quasi paralleli. Arare con questo aratro implicava anche il solo lavoro diurno. Era infatti impossibile, per chi andava dietro, camminare nel buio e sganciare al punto giusto. Arare di notte, invece, sarebbe diventato qualche anno più tardi uno dei miei lavori preferiti. E simile all’aratro, se non peggio, era l’altro strumento principe che avevamo comprato subito dopo: l’estirpatore. Noi lo chiamavamo erpice: non so perché. Era peggio perché l’estirpatore andava passato dove generalmente vi erano molte erbacce infestanti: cardi, carote selvatiche, ecc. Quando si caricava di erbacce bisognava tirarlo su e scaricarlo della matassa formata: dei veri e propri mucchi di erbe, terra, sassi. Comunque sia, con l’OTO siamo andati avanti 5 anni, fino all’acquisto del FIAT 455C. Alla fine ci eravamo affezionati a quel suo TAM TAM TAM, a quel suo sbuffo nero. Saperlo in moto e sentirlo era rassicurante. L’abbiamo venduto, uscendo dal medioevo, ad uno che ne apprezzava il valore da collezione, credo.


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