La neve scendeva immancabilmente di notte. Non so perché: quando si è piccoli è così. La mattina era dunque come se il buon Dio ci avesse fatto una sorpresa, un regalo. Uscire e rovinare quell’integrità a me pareva quasi un peccato. Anche un singolo passo avrebbe rotto quell’incantesimo, quella purezza. Così, prima di uscire restavamo diverso tempo solo a guardare. E anche sull’uscio, io almeno rimanevo sempre incerto sul primo passo da fare. 

Quando l’abbondanza del manto ce lo permetteva (e bastavano pochi centimetri), facevamo una sorta di bob con i sacchi di plastica del concime. Preparavamo la pista, camminandoci sopra, per comprimere la neve, e poi ci ripassavamo sopra, lentamente, con il sedere. Una volta disegnata la pista, il divertimento era assicurato: ci passavamo l’intero pomeriggio, fino a che rientravamo vicino al focolare tutti rossi in viso e bagnati.

La neve era così bella: rendeva il mondo silenzioso, più silenzioso di quello che era già. Un mondo delicato, educato, virginale. Dalla finestra della camera mi dicevo che da qualche parte, in qualche momento, era necessariamente caduto un ultimo fiocco. Mi colpiva quest’idea dell’ultimo fiocco, che si vede cadere su quella distesa bianca, in una immensa solitudine.

Crescendo, purtroppo, quel senso di meraviglia si è perso, non saprei come.

Con la neve alta sono tornato dalla mia visita militare. L’autobus che rientrava il pomeriggio da Perugia è arrivato tardissimo e ho perso la coincidenza per tornare a casa la sera. Dunque ho dormito nella sala d’aspetto della stazione ferroviaria di Spoleto (all’epoca non avevamo ancora allacciato il telefono), e poi ho preso la prima corriera, la mattina molto presto, che mi ha lasciato, al suo capolinea,  a 7 km da casa. La mattinata era di un azzurro splendente e crudele. Ho cominciato a camminare seguendo le tracce delle poche auto che erano già passate, cercando di restare sul pulito, ma dopo un po’ le scarpe erano bagnate. Sentivo freddo ai piedi,  dunque le ho tolte e ho arrotolato i calzoni. A un certo punto ho tolto anche le calze sperando così di poter scaldare meglio i piedi che almeno si erano liberati dell’umidità. Ho camminato e camminato nella luce cristallina,  facendo scrocchiare la neve, che nelle parti in ombra aveva formato una sorta di dura crosta, che mi feriva a ogni richiamo del piede. Gli ultimi mille metri sono stati i più duri, tutti in salita. Sono arrivato con il collo dei piedi che sanguinava. I miei stavano macellando il maiale: quando sono passato nell’aia, il mio tragitto, segnato dal sangue dei passi, ha intersecato quello del maiale, già sgozzato e trascinato in malo modo verso il fusto dell’acqua bollente. 

Spesso occorreva comunque lavorare quando pioveva o quando tirava una tramontana gelida, per esempio raccogliendo le ghiande o le olive. Significava passare qualche ora pomeridiana a cercare le ghiande in mezzo a erba bagnata (meglio), o alla terra bagnata (peggio), con una tramontana che fischiava nella schiena. A volte le dita si intirizzivano e allora sbattevamo le braccia intorno al torace come ci aveva insegnato Zio Claude. Raccoglievamo, noi ragazzi, anche le olive cadute per terra, che non potevamo certo lasciare agli uccelli. All’epoca le olive si raccoglievano più tardi di quanto si faccia oggi, quando le stesse erano tutte nere, praticamente. E dunque molte erano già cadute dagli alberi.

Quando nevicava o pioveva di brutto, invece, bisognava fare come gli animali: restare nella tana (vicino al fuoco), ed aspettare che passasse. Non si poteva andare a scuola, non si poteva lavorare nei campi. A noi più giovani non è che la cosa dispiacesse tanto. Ho capito poi che quelle giornate mi avevano insegnato, in silenzio, l’umiltà. Mi avevano insegnato a perdere. E’ ovvio: anche prima, benché molto giovane, avevo perso, e tante volte. E continuavo a perdere, in molte cose. Solo che non avevo mai imparato “intimamente” a perdere. Odiavo perdere, odiavo me stesso perdente, odiavo colui che aveva vinto, odiavo il senso di colpa verso il vincitore, odiavo la mia goffaggine, la mia incapacità, odiavo il mondo. Piangevo. La grande neve, le grandi piogge, invece, mi avevano costretto a un bagno di realtà: c’era qualcuno più bravo di me, più forte di me. Ci sarebbe sempre stato qualcuno più bravo di me nella mia vita, in qualcosa, e io non avrei mai potuto batterlo, nemmeno con tutto l’allenamento e la preparazione del mondo. 


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1 comment

  1. Complimenti Bruno, ho letto ora La Neve. Hai una grande sensibilità che ti fa scorgere cose e sentimenti ai quali non a tutti è dato raggiungere. Leggerò con interesse anche tutte le altre riflessioni che hai scritto. Penso di essere fortunato di averti conosciuto. Con stima. Gino

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