Credo che il mio amore per le parole venga da un episodio che risale a mia nonna, che legge un messale (non saprei come altro identificarlo), con pagine a fronte in latino, e che recita queste parole: “Di’ solo una parola, e l’anima mia sarà salvata”. Ho 10 anni, guardo in alto, dove anche lei sembra guardare, e mi chiedo qual è questa parola. Con alti e bassi, ho sempre continuato a chiedermelo.

Mia nonna era nata a Pascelupo-Scheggia, un posto a confine tra le Marche e l’Umbria. Aveva governato le capre sul Monte Catria a partire dai cinque anni. Aveva iniziato a leggere ripetendo il libretto di un’opera (non ricordo se fosse la Tosca). Si chiamava Dusolina, in omaggio a Eleonora Duse, che immagino mio bisnonno apprezzasse alquanto.

Aveva imparato il francese a 55 anni suonati, seguendo suo figlio (mio padre), emigrato in Francia. Aveva visto le due guerre, sotterrato in una notte nel giardino di casa una motocicletta alla fine della seconda, tessuto vestiti sfibrando le ginestre sulla riva del fiume, aiutato a fare il carbone, tirato fuori dal pantano l’OTO con dei rami messi sotto i cingoli, indicato gli alberi da segare per la “tralla”, insegnato a mungere e a fare il formaggio, falciato il grano sotto una luna piena, fumato fino all’ultimo giorno Gauloises senza filtro, bestemmiato.

Nonna aveva tuttavia, per una sorta di contrappasso, quest’usanza della benedizione serale.

Non potevamo andare a dormire se prima non eravamo passati da lei, chiedendo: “Benedizione”. Ci toccava la testa e ci diceva: “Che Dio ti benedica”, con le mani completamente deformate dall’artrite che l’aveva colpita ancora giovane. Io la ricordo, da sempre, con queste mani “accartocciate”, incapaci di aprirsi completamente. Anche il braccio era dolorante, sicché ogni benedizione sembrava una cosa solenne, poiché vi erano lentezza e dolore.

A quel tempo, questo rito serale non mi piaceva: non lo capivo. Mi sembrava il retaggio di una cultura antica, superstiziosa, contadina (nel peggiore senso del termine), e, alla fine inutile. Un rito stanco, svuotato: una formalità. E poi, che potere aveva mia nonna per poter “benedire”? Quando nonna se n’è andata, questa usanza tutta nostra, intima e famigliare, l’ha seguita.

Oggi, molto tempo dopo, guardo i miei figli e capisco quello che ho perso: quello che abbiamo perso. Non so quello che succederà domani e allora spero con tutto il cuore, la sera, che domani vada tutto bene per i miei figli, per la mia famiglia, per me. Era un bel rito, il momento di una cosa importante, e l’abbiamo dimenticato.

Nonna non aveva nessun potere di benedire, ovviamente. L’unica cosa che poteva fare era trasmettere il suo immenso amore per noi. L’amore era così grande e la speranza del bene così intensa che l’unico atto che poteva riassumere tutto ciò, in maniera sintetica ma compiuta, era un atto di benedizione. Quell’amore avrebbe potuto fare da tramite (intercedere), e Dio ci avrebbe benedetti e resi inattaccabili dal male. Implicava, tra l’altro, di non poter andare a dormire con l’ira. Anche se avevamo litigato, se eravamo stati sgridati o puniti, occorreva passare da lei, da loro, e allora a quel punto anche un piccolo gesto o una parola serviva per colmare la distanza che si era creata. Tutto veniva riassorbito da quella piccolissima, intima, liturgia. Tutto veniva rimesso nella giusta prospettiva: non c’era nulla che poteva mettere in discussione la profondità di quell’accettazione, di quell’accoglimento.

Nonna era capace, a suo dire, di togliere il malocchio a cui potevamo essere stati esposti, se accusavamo qualche malessere. Faceva tutto con un piatto, dell’acqua e tre gocce d’olio. Recitava qualche strana formula, ci faceva il segno della croce e ci liberava dal malocchio. Ho saputo, molti anni dopo, che mia madre non sopportava (oltre a tante altre cose), soprattutto questa strana abitudine, e che considerava quasi stregonesca. Una pratica superstiziosa, certo. Che non faceva del male a nessuno. Nonna non ci ha mai impedito di prendere la tachipirina o un antibiotico, insomma. Non ha mai preteso di guarirci solo con un piatto d’acqua e con l’olio. Aiutava la medicina ufficiale, diciamo. E’ la medicina che non voleva saperne, di lei. E infatti è morta in ospedale.


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