La cicoria selvatica ha tenuto su la nostra famiglia per circa tre anni. La cicoria di campo ha rappresentato infatti la nostra cena per 3 anni. O meglio: la cicoria rappresentava il contorno, di cui la “bruschetta” rappresentava il primo ed il secondo. E’ stato così, immancabilmente, per 3 anni. A pranzo vi era la pasta con il sugo di “battuto” (grasso del maiale tritato fino e conserva di pomodoro), e la sera bruschetta e cicoria. Questa abitudine necessaria era interrotta solo il giorno di Natale e di Capodanno, quando il negoziante del paese ci regalava un panettone ed una bottiglia di spumante dolce. Forse ce lo regalava per compassione, visto che all’epoca non avevamo liquidità ed il quaderno dove registrava le nostre spese era spesso in rosso. Ma a noi quella compassione andava benissimo, e le nostre donne erano talmente forti da accettare questi regali senza farselo e farcelo pesare. Solo nel 1980 abbiamo cominciato ad uscire dal medioevo, come l’ho definito in seguito, ed anche il nostro pasto è cambiato. Abbiamo (io almeno) ho ri-mangiato dopo anni una banana, per esempio.
Vi erano invero altre due o tre occasioni in cui questa routine alimentare si interrompeva ed era nel giorno della trebbiatura, per esempio, o per una festa, una cresima. In quel giorno nonna ammazzava un’anatra. Le anatre sono più “spartane” delle galline, mangiano di tutto, allevarle è meno costoso. Nei primi anni sono state loro, insieme ai piccioni (praticamente autonomi nel procacciarsi il cibo), a essere la nostra fonte di proteine.
Avevamo seminato anche una piccola area vicino al pozzo con della cicoria che andava tagliata periodicamente e che ricresceva di continuo. Questa non poteva essere venduta, perché si presentava male nella busta (eravamo attenti al packaging, si direbbe). Mentre invece il tarassaco (piscialetto), si presentava benissimo, così come i crispigni, ancora interi e con le loro radici.
La cicoria fa dei bellissimi fiori, che sono i primi ad aprirsi la mattina e che tendono a richiudersi con il caldo più torrido. Anche se il mio colore preferito è il blu della cosiddetta “asprana” (in italiano Bluglossa Azzurra), la cicoria presenta molte nuance delicate di un blu azzurro violetto da cui anni e anni fa si tirava pure una tintura. Solo che quando “è andata in fiore” la cicoria è troppo dura e amara per essere mangiata.
Dunque: in prima istanza la cicoria era il nostro cibo principale. In secondo luogo ci consentiva di fare un po’ di liquidità. Nonna andava di giorno a raccogliere la cicoria nei campi, e poi l’andava a vendere il giorno dopo presso le famiglie borghesi di Spoleto. La metteva in una busta di plastica trasparente, veniva con noi alla fermata dell’autobus e all’arrivo partiva per il suo giro di vendite, che consisteva semplicemente nel suonare a tutte le porte dei condomini del Viale Trento e Trieste, di Via Cerquiglia, di Via Flaminia, finché non aveva venduto tutta la cicoria e intascato due o tremila lire. Liquide, esentasse. Per noi erano una salvezza. Quei pochi soldi si trasformavano subito in zucchero, farina, sigarette, un paio di scarpe …
Più tardi Nonna avrebbe portato a vendere delle galline o dei polli con la stessa modalità. I polli erano vivi e, sebbene, fossero legati, facevano rumore nel sacco di plastica e noi ci vergognavamo che lei venisse con noi sullo stesso autobus. Quando Patrizio e io abbiamo cambiato squadra di calcio e quindi avevamo a disposizione una borsa più grande e di finta pelle per fare l’allenamento (era una borsa Superga, oblunga, rossa e bianca), usavamo una di quelle per metterci i polli. Poi nonna passava di porta in porta, vendeva l’animale e, se la proprietaria voleva, nonna uccideva seduta stante la gallina o il pollo e lo preparava in quella casa. Era la dimostrazione inoppugnabile che il pollo era ruspante e che era vivo (fino a poco prima).
La cicoria (il tarassaco), mi aveva guarito anche da due porri che avevo sulle dita di una mano e che mi portavo dietro dalla Francia: ricordavo insomma di averceli sempre avuti. Mia madre mi metteva tintura di iodio e altre pozioni simili, immagino. Ma quei due piccoli porri non erano mai scomparsi. Il “latte” del tarassaco, invece, con il suo alcaloide amarissimo, lo aveva proprio tolto con grande facilità. Sì, nel tempo ero diventato espertissimo di erbe. Con i pochi soldi che riuscivo a mettere da parte mi ero comprato tutti i libri di Maurice Mességué, che all’epoca erano pubblicati da Oscar Mondadori.
La cicoria mi ha consentito infine di fare un servizio militare con molti giorni di convalescenza a casa.
Partii come renitente alla leva, con i carabinieri che mi vennero a prendere all’ospedale di Spoleto, dove avevo chiesto di essere ricoverato per una (finta) appendicite. In fondo non avevo né padre né madre e formalmente, dallo stato di famiglia, mia sorella Cristina risultava vivere con me e disoccupata. All’epoca non sopportavo i militari e non mi pareva giusto che io dovessi fare il militare, mentre a Patrizio, per esempio, era arrivato il Congedo illimitato in una bella busta verde. Avevo letto tutto quello che trovavo in italiano di Gandhi e di Capitini, seguivo Pannella alla televisione. Mi consideravo un non-violento e pacifista, ovviamente. Ero convinto che attraverso il rapporto che aveva fatto il Maresciallo della locale Stazione dei Carabinieri sulla nostra situazione familiare avrei avuto anch’io il congedo. Mi ero iscritto infatti alla facoltà di architettura di Roma il 30 ottobre, sicuro che la faccenda fosse ormai sistemata. Il foglio per presentarmi alla caserma militare di Orvieto arrivò il 4 novembre. Con Patrizio escogitammo dunque questa cosa della finta appendicite, senza tuttavia avere una strategia precisa. Ovviamente ero sano come un pesce e i carabinieri vennero a prendermi qualche giorno dopo all’Ospedale, accompagnandomi sul treno in partenza verso Orte.
L’avventura del mio servizio militare meriterebbe forse un piccolo racconto a parte. Qui basterà dire che l’infermeria di Orvieto mi inviò, come di prassi, a fare una verifica all’Ospedale Militare di Perugia. Qui fui notato da un colonnello medico che mi vide leggere Storia della filosofia occidentale di Bertrand Russell. Il colonnello mi disse se mi sarebbe piaciuto fare il militare lì e passare molti giorni a casa in convalescenza. Ovviamente accettai. Il “trucco” con cui far saltare gli esami del sangue era semplicemente restare a digiuno completo per tre giorni, con due bicchieri d’acqua al giorno. Ciò avrebbe obbligato il mio fegato a produrre più bilirubina. Il terzo giorno, invece di bere acqua, bevvi un decotto molto intenso di cicoria di campo, molto amaro. L’esito dell’esame fu: Iperbilirubinemia post-epatitica, con un valore di 2,9. Con un valore di 3 avrei avuto il congedo per motivi di salute. Il 2,9 mi regalò 30 giorni di convalescenza a casa, in prossimità del Natale. Tornai a casa studiando la possibilità di decotti più intensi, a base di cicoria
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