Per portare un po’ di soldi a casa, nell’estate del 1977 mia zia, Patrizio ed io fummo costretti ad andare “a tabacchi”, come si diceva. Mia sorella Cristina, più piccola, restò invece a casa ad aiutare la nonna nei lavori domestici. Il mio primo giorno di lavoro fu di 17 ore. La sera vomitai dalla fatica, mi misi a piangere e dissi che non volevo più tornare.
Non avevamo mai lavorato (in fondo venivamo comunque dalla città, per quanto piccola, e io avevo 14 anni), e quello ci sembrò l’inferno. Alle 5 del mattino eravamo praticamente in mezzo al campo. Il titolare dei campi di tabacco, Giovanni, era un pazzoide (ex muratore convertito sic et simpliciter a coltivatore), e ci veniva a prendere dove finiva il sentiero di terra e dove iniziava l’asfalto (altro segno di civiltà, per noi), con una FIAT 850. Vi salivamo in 8: 5 donne dentro, io e Patrizio davanti, sul cofano, sopra i fanali. Il pazzoide andava molto piano, questo è vero, ma la mattina alle 5 è sempre molto fresco.
Io e Patrizio, ignari di quello che ci attendeva, ci eravamo presentati il primo giorno con scarpe da ginnastica e calzoncini corti, una maglietta e tanta ingenuità. Dopo 15 minuti di “carreggio” (portavamo le foglie dalle donne, che coglievano, ad un piccolo telaio “telarino”, dove un’altra donna le sistemava e le infilava con un controtelaio con degli aghi, in modo da infilzare le foglie e bloccarle), eravamo fradici a causa della rugiada mattutina. Completamente bagnati e infreddoliti. Capimmo perché le donne, una volta arrivate al campo, si vestivano come soldatesse pronte per la guerra.
Aspettammo la levata del sole come una liberazione. Verso le 9 il sole era già alto e questa volta eravamo fradici di sudore. A quel punto ci siamo tolti la maglietta continuando a “carreggiare” a torso nudo. L’altra cosa che non sapevamo e che le foglie di tabacco appena colte, dal gambo, rilasciano la linfa, che contiene nicotina. La linfa, quando si asciuga diventa una colla terribile, ed infatti si erano impiastricciati tutti i pochi peli che avevamo sulle braccia e a Patrizio sul petto. Quando siamo andati alla prima pausa della colazione (già stravolti), ci siamo resi conto del perché le donne e tutti gli altri avevano dei guanti: il tabacco è amarissimo. Non siamo riusciti a mangiare la nostra colazione (due fette di pane con un formaggino Galbani in mezzo): tutto ciò che toccavamo diventava immangiabile. Nel campo non c’era acqua corrente e per lavarsi bisognava andare sulla riva di un laghetto artificiale o sacrificare l’acqua da bere. A pranzo riuscimmo ad andare al laghetto a lavarci le mani, che si rivelò operazione non semplicissima. Senza sapone occorreva prendere della sabbia e della terra e poi strofinarsi vivacemente. La tortura del primo giorno si concluse verso le 20. Tornammo a casa sconvolti. Gli ultimi metri, camminando verso casa, pensavo che non sarebbe stato possibile ricominciare anche l’indomani e misi a piangere. Arrivati a casa, eravamo così stanchi che non ci lavammo nemmeno: io e Patrizio ci mettemmo sul letto vestiti così come eravamo. La notte sognai di stare ancora in mezzo al campo a “carreggiare” il tabacco. Anche mia zia era probabilmente distrutta, ma non ci fece capire nulla.
Due nostri coetanei, il giorno dopo non si presentarono e dunque la loro esperienza “a tabacchi” si fermò quel primo giorno. Il giorno Patrizio e io ci vestimmo con dei pantaloni lunghi e delle camicie lunghe: i guanti ed i stivali non avevamo avuto tempo di comprarli e li avemmo qualche giorno più tardi, quando avevamo riempito i due forni con “la prima foglia” (quella più bassa, che spaccava la schiena). Poi comprammo anche degli impermeabili, imparando a modulare il vestiario in funzione della rugiada, del sole, del tipo di foglia.
Le donne, contrariamente a quello che pensavo, erano piuttosto immediate e impudiche nei loro racconti, che andavano dalla loro vita di casalinghe, alle loro preferenze e esperienze sessuali, alle loro battutacce riservate alle proprie suocere. A volte ero un po’ in imbarazzo (avevo 14 anni e facevo finta di non sentire), mentre Patrizio lo era molto meno.
I fiori del tabacco sono molto belli, di un rosa pallido e delicato, a forma di piccolo calice, e contrariamente alla linfa delle foglie, raccoglievano dell’acqua piovana o della rugiada che a berla era molto dolce.
Nonostante ciò, ho cominciato a odiare le piante di tabacco e quel modo di concepire l’agricoltura che noi non riuscivamo a ottenere. Le piante crescevano in file ordinatissime, con un ritmo preciso sia tra le file che sulla stessa fila. Crescevano in maniera sincronizzata, maturavano in maniera sincronizzata, fiorivano dunque negli stessi giorni. Tra le file non c’era nemmeno un filo di erba infestante, mentre noi conducevamo a casa una lotta titanica contro la gramigna e i cardi selvatici, a colpi di zappa. Mi resi conto poi che tra quelle file ordinate non solo non vi erano erbe infestanti, ma non vi era nemmeno la vita: non c’erano cavallette, grillotalpe, lucertole, orbetti, serpi, nidi di uccelli, … niente di quello che trovavo nei nostri campi a casa.
Quella non era terra: era un sostrato marrone inodore, con un fuso granulometrico perfetto, atto a sostenere delle cose che vi crescevano fino ai due metri di altezza. I fiori venivano tagliati appena possibile, e mi sembra di ricordare che quando venivano cimate a queste piante si iniettava una sorta di ormone che impediva nuove fioriture. La cosa mi faceva un po’ tristezza e ho cominciato a sviluppare lì l’idea che quella non fosse agricoltura, ma una grande officina meccanica-chimica, di cui gli operai erano quelle povere piante, parte di innumerabili catene di montaggio verticali.
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