Arare era uno dei lavori che mi piaceva di più, oltre al tagliare la legna nella macchia. Arare da solo, di notte.

Pensare che all’inizio non amavo affatto questo lavoro, perché di fatto l’aratro era trainato dall’OTO e quindi bisognava andare dietro a quell’unico vomere e sganciare l’ingranaggio a fine solco, in modo che l’aratro si adagiasse su un fianco, ormai inoffensivo, nell’attesa di riagganciare e di riprendere un nuovo solco. Abitavamo in collina, e molti campi potevano essere arati solo “a solco morto”, come si dice, e cioè in discesa. Quindi il viaggio di ritorno era a vuoto, sul trattore o in equilibrio sul manubrio dell’aratro. Anche se anni dopo, sui libri di Tecnologia rurale, erano illustrate tecniche di aratura “a girapoggio”, io non le ho mai viste applicate, da noi. Presumo perché il girapoggio trattiene l’acqua, mentre noi dovevamo pensare a farla defluire al più presto, vista la tendenza a franare delle nostre colline. L’aratura con l’OTO implicava dunque due persone: una sul trattore e una alla manovra dell’aratro. Patrizio era più grande e conduceva lui il trattore, oppure era Guerrino e mia zia dietro. Spesso, in questi terreni incolti, il coltello dell’aratro si caricava di erbe e radici e quindi bisognava liberarlo, alzandolo a mano o fermandosi per liberarlo con calci e bastoni di fortuna. Il campo risultava così punteggiato da questi mucchi di erbacce (gramigna, carote selvatiche). E così anche la capezzagna, dove ovviamente l’aratro “staccava” per curvare e invertire la marcia. Per fortuna questa modalità è durata pochi anni. Nel 1981, infatti, abbiamo comprato un Fiat 451C di seconda mano (45 cavalli di pura potenza!), e l’aratro, sempre a traino, era manovrabile con una corda dallo stesso conducente. Tirandola seccamente, questa faceva scattare una leva e il vomere si alzava completamente dal terreno, sostenuto solo dalle due ruote.

I trattori Fiat all’epoca erano tutti di un colore curioso: un arancio spento, e così gli attrezzi (aratro, estirpatore, erpice, ecc.). Noi guardavamo, o almeno io, al verde intenso dei John Deere, o al bellissimo blu dei Landini, al rosso dei SAME, e non riuscivo a capire un arancio così sottotono.

Il vomere dell’aratro rovesciava una striscia di terra di circa 40 cm di media. Il nostro campo più grande era largo 200 m, il che significava 500 passaggi, senza considerare le capezzagne in testa e in fondo al campo. Il campo era lungo circa 450 m: un passaggio durava 3-4 minuti, più il ritorno un po’ più veloce. Per farla breve occorrevano giorni (e notti), intere per arare. Qualche volta ci siamo alternati, Patrizio e io: lui il giorno, io la notte. Striscia dopo striscia. Il giorno presentava la scomodità del caldo (il 451C era scoperto), del sudore delle gambe sul sedile in finta pelle, delle mosche, e il vantaggio della luce e quindi di poter guardare il paesaggio, almeno. Di giorno, per più anni, c’è stato un pettirosso, impavido, a tenermi compagnia. Mi anticipava di pochi metri, sulle zolle appena rovesciate. Poi quando ero troppo vicino, volava di altri 5-6 metri in avanti. Probabilmente sfruttava la paura che le vibrazioni del terreno potevano produrre sui piccoli insetti e che praticamente gli saltavano in bocca. Così per buona parte dei pomeriggi. Le rondini, invece, più prudentemente, sfrecciavano basse solo sul campo arato, dietro di me. La notte era più fresco, ovviamente, ma l’unica cosa che si poteva guardare era il solco illuminato dai fari del trattore. Non c’era nessun pettirosso: si era soli, con il rumore del motore, lo sferragliare dei cingoli, la polvere in controluce.

Arare era diventato per me un esercizio di disciplina, di pazienza. Nonostante la noia e la delusione pazzesca di dover ricominciare daccapo un solco che sembrava quello del viaggio precedente, e il rumore del motore che rendeva completamente rimbambiti, dopo tante ore, bisognava andare avanti, nella polvere, solco dopo solco. E andavo avanti.

Arare libera il profumo della terra. Forse solo chi lo ha fatto riesce a capirlo: ogni luogo, ogni terra ha un suo profumo. Soprattutto di notte, dove i sensi sono più attenti, e dove l’umidità li amplifica, potevo distinguere i vari profumi e sapere in che zona del campo mi trovavo anche senza fari. Ogni tanto bisognava liberarsi il naso, poiché la polvere lo aveva ostruito quasi completamente. Era l’occasione per bere e per fare pipì. Fare pipì in piena notte, da solo, sotto un cielo stellato, era (è: si può dire?), una cosa bellissima. Una pipì sana, trasparente, liberatoria, era un’esperienza di comunione con il creato. E per godermela appieno spesso mettevo il gas al minimo, spengevo i fari e mi allontanavo di qualche metro.

Poi via, riprendere il solco, continuare ad arare, continuare a lavorare. Nel dialetto spoletino arare si dice sempre “lavorare”, forse perché è l’operazione più importante, quella che dà il via a un ciclo che sta per ripartire …

I miei amici di allora non capivano che cosa ci fosse di bello in quel tipo di lavoro. Rivedo ancora gli sguardi di Francesco, di Fabio, di Roberto, che intuiscono che c’è qualcosa di più per me in quel “lavoro”, ma che nonostante ciò continua a sfuggir loro. Probabilmente pensano sia un’altra delle mie stranezze, un’altra di quelle cose che mi rende particolare.

Arare mi ha “consacrato” nel coraggio di cominciare un lavoro che all’inizio appare sovrumano. A dire il vero, molti altri lavori di quei tempi, “insegnavano” la stessa cosa. Molti lavori, prima di iniziarli sembravano dire: è impossibile, non ce la farai mai, è troppo grande, ce ne sono troppe, è troppo lontano, ecc. Ripenso per esempio alla vera e propria paura che prendeva a guardare lo stesso campo (quello grande), disseminato di innumerevoli “presse” di fieno o di paglia, che bisognava radunare in piccoli gruppi, mettere in verticale (con la legatura in basso), trascinandole con un gancio … Allora le presse erano rettangolari, e sembravano zollette di zucchero sparpagliate su un tavolo giallo-oro da Polifemo o da un altro gigante.

Ecco, arare “insegnava” in maniera più intensa. Non sapevi quanto ci avresti messo, non potevi contare i solchi a venire: dovevi solo iniziare. Quando mi avviavo per affondare il coltello del vomere mi tornava sempre in mente una frase che avevo letto in “La Via dello Zen” di Alan W. Watts molti anni prima: “Un viaggio di cinquemila li inizia sempre con un passo”. A me faceva sempre pensare, oltre all’iniziare, che il viaggio fosse in effetti fatto di cinquemila “lì”. Di cinquemila altrove, insomma. Ogni passo era dunque diverso dall’altro. Ogni solco era diverso dall’altro.


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