Le mosche

Le mosche erano onnipresenti, d’estate. Nei campi, nelle stalle, in casa, nei fienili, in strada … C’è una differenza da fare tra moscerini, piccole mosche, mosconi, mosche cavalline (tafani), in funzione soprattutto del loro fastidio. Moscerini e piccole mosche sono poco fastidiose e inducono, più che altro, a pensare alla sporcizia. I mosconi sono molto più noiosi e molto più sporchi. Le mosche cavalline, invece, fanno anche male: la loro puntura è veramente dolorosa. L’unico vantaggio è che si sentono, quando “atterrano”, e che occorre loro un po’ di tempo per assestarsi, e quindi c’è tempo per sentirle e scacciarle. C’erano dei lavori o dei momenti in cui ogni tanto uno si poteva concedere il sollievo di scacciarle tutte con un cappello, una maglietta, le mani, una piccola fronda d’olmo. Ma c’erano lavori in cui si avevano le mani impegnate e non si potevano distogliere per nessuna ragione.

Uno di questi era la tosatura. Le pecore si tosano ovviamente all’inizio dell’estate, quando le mosche iniziano a popolare le giornate. I primi anni avevamo formato un piccolo gregge, composto in prevalenza da pecore Suffolk e sopravissane. Il loro vello è corto e compatto. Per tosarle bisognava prenderle una ad una, rovesciarle sulla schiena e solo dopo rimetterle in piedi. Ma non c’era un sistema automatico: bisognava tenerle ferme bloccando le zampe con le mani. Dunque eravamo Patrizio e io a tenerle ferme, mentre il tosatore faceva il suo lavoro. Impossibile lasciare la presa, dunque, non solo per il rischio di prendersi qualche calcio scomposto dell’animale, ma anche perché la macchina tosatrice (all’inizio erano grandi forbici), può fare dei tagli e delle ferite alle pecore. Il caldo e l’umidità attiravano parecchie mosche, piccole ma fastidiose. Che arrivavano vicino agli occhi, sul naso, sulla bocca, dalla quale riuscivamo a scacciarle solo sbuffando o scuotendo la testa (come fanno gli animali). Per buona parte del tempo bisognava solo sopportare, avere pazienza, rassegnarsi. Come fanno gli animali. In una società che già da allora puntava sulla competizione, sul natural winner, sul never give up, quelle piccole mosche obbligavano alla rassegnazione, alla resa.

Devo fare una piccola digressione sulla lana: il paradosso della vicenda è che dopo tutta la fatica fatta per tosare, bisognava anche bruciare o sotterrare la lana, perché nessuno la voleva. I primi anni abbiamo pagato per tosare e abbiamo pagato perché qualcuno venisse a prenderla. Solo Nonna Dusolina un anno era riuscita a scardazzare un po’ di lana (previa lavatura), e non so se ne facemmo un materasso. Dopodiché, i miei ragionamenti sulla fiducia nella natura hanno preso il sopravvento: ho detto che se le pecore soffrivano così tanto con la lana d’estate, Dio le avrebbe fatte con il pelo caduco come gli alberi e che se tutto il genere umano fosse morto le pecore avrebbero continuato a vivere lo stesso. Le argomentazioni convinsero il resto della famiglia e non le abbiamo più tosate.

Le mosche davano lo stesso fastidio lavorando con il fieno o con la paglia. Non al momento del taglio o del caricamento in pieno campo, perché lì c’era sempre un po’ di vento e quindi ci sono poche mosche. E poi si aveva una libertà di movimento e delle micropause che nella tosatura non vi erano, che consentivano di scacciarle. Il problema era lo stivaggio di queste “presse”, soprattutto nelle ultime file del fienile o del pagliaio, quando ci si avvicinava fila dopo fila alla copertura (spesso di lamiera), ed era un caldo spaventoso, vi era una polvere micidiale, e un sudore che andava negli occhi. Ecco, a tutto questo si aggiungevano ancora una volta le mosche.

Ovviamente erano anche in casa. Non c’erano zanzariere e la gestione degli oscuranti e delle porte non era eccellente da parte di noi più giovani. Abbiamo provato di tutto: carta moschicida, creme da spalmare, bombolette spray, ecc. Avevo escogitato anche una trappola per ridurre la popolazione in cifra assoluta: lasciavo, dopo il 1981, la finestra del bagno aperta tutto il giorno. Poi la sera la chiudevo e spruzzavo il Raid. Ne morivano molte, ma non abbastanza, evidentemente, perché il giorno dopo il numero mi pareva lo stesso.

Nei lunghi pomeriggi estivi, quando non ero impegnato nelle mie “invenzioni impossibili” (deltaplano, macchina per seminare il mais, trappole per vipere, ecc.), e noi ragazzi facevamo finta di fare la siesta, guardavo queste piccole mosche in camera. Alcune giravano nel centro esatto della stanza. La cosa mi faceva impazzire: ci doveva essere un motivo sul perché giravano nel baricentro della stanza, a quell’altezza, con quella velocità. Nei miei primi libri sulle erbe officinali, si raccontava di come Plinio riferisse che le rondini in greco si chiamano kelidon perché vanno a prendere la celidonia nei campi. E questa celidonia serve a pulire gli occhi dei rondinotti appena nati. Ecco, quello che mi appariva assolutamente straordinario era questa capacità di osservazione della natura, che avevamo irrimediabilmente perso. E che dunque rendeva impenetrabile il girotondo di quei piccoli insetti volanti.

Altre mosche, più grandi, continuavano a tentare di uscire attraverso il vetro della finestra, infilandosi in quella fessura di luce che gli oscuranti interni lasciavano, a causa della loro macroscopica imprecisione. Tentavano e ritentavano senza sosta, fino a esaurire l’energia.

L’ostinazione di quelle mosche sembrava a prima vista l’opposto della rassegnazione. A ben guardare, invece, era ancora null’altro che rassegnazione, ma nell’insistere. Nemmeno l’ostinazione era dunque una risposta. Avevo girato per molto tempo su un’orbita ellittica i cui due fuochi si erano rivelati inconsistenti. Come una mosca.


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