Quella sera d’estate abbiamo rischiato di morire. Eravamo andati a piedi a trovare una ragazza di cui Patrizio si era infatuato e che abitava dall’altra parte della collina, a 5 km di distanza. Abbiamo camminato nel buio fino a fiancheggiare quella grande casa colonica (Villamane, da Villa Magna: Villa Grande), che normalmente era disabitata e che invece in quel periodo ospitava dei pastori. Pastori “hard” che facevano solo quel lavoro, e che erano aiutati dai cani a pascolare liberamente il gregge nei campi non recintati. I cani che di norma aiutano i pecorai sono pastori maremmani e bastardi, incrociati tra pastore tedesco e pastore belga (i più raffinati). C’erano alcuni pastori che usavano anche i pastori scozzesi, ma il loro pelo lungo, in quei prati incolti, spesso teatro incontrastato di avena selvatica, di orzo selvatico e di bardana, poneva molti problemi, e quindi ce n’erano pochi.
Il complesso colonico era recintato, poiché lì la sera i pastori riportavano il gregge per mungerlo. Per un po’ non ci siamo preoccupati dei cani che abbaiavano perché pensavamo di essere in sicurezza. Non lo eravamo: i cani avevano trovato un piccolo pertugio nella rete e quindi stavano uscendo dal recinto, abbaiando sempre più forte. Abbiamo cominciato a correre a perdifiato per la discesa, ma gli otto cani (li contammo qualche tempo dopo, passandovi con qualcuno), ci stavano raggiungendo. Patrizio mi ha salvato la vita, spingendomi letteralmente nella scarpata di rovi e di biancospino. Poi anche lui si è proprio tuffato. Potrei dire che ci siamo gettati “nel buio più totale”, ma non sarebbe la verità. All’aperto, in campagna, il buio non è mai totale: c’è sempre la possibilità di distinguere la strada bianca, la sagoma degli alberi, di una grande siepe. Ma non molto di più. Ci siamo tuffati par coeur, confidando anche nella memoria, che lì ci proponeva questa scarpata di valle, inaccessibile da sopra. Patrizio mi ha salvato la vita, il che compensa almeno parzialmente il fatto che fosse stato proprio lui a metterla in pericolo, decidendo di andare fin là a piedi.
Nei rovi piangevo: lui pregava e mi diceva di pregare. A me pareva disonesto pregare Gesù solo nel momento del bisogno e quindi mi astenevo. Per rispetto, insomma. Siccome vivevo un periodo un po’ difficile con la religione, con la fede, con Dio, avevo smesso da un po’ di pregare la sera e anche di andare alla messa. Per coerenza, mi pareva troppo ingiusto pregare solo nel momento in cui avevo bisogno. Dunque qualche buona lacrima e i tremori della paura.
Io dicevo a Patrizio che certo morire sbranato dai cani non me lo sarei mai aspettato, e lui mi diceva di non pensarci. I cani continuavano ad avvicinarsi: ci annusavano ma non se la sentivano di infilarsi con convinzione in quel ginepraio di spine.
Non era la prima volta che avevo rischiato di morire.
Avevo rischiato in un laghetto collinare di pessima fattura (un invaso di poche migliaia di metri quadrati), con Carlo, cercando di aiutarlo, in affanno tra canne e fondo melmoso. Avevo rischiato di capovolgermi con il trattore di notte per arare un altro solco su una ripa troppo in pendenza. Avevamo rischiato, tutti noi, camminando di notte sui tetti dei magazzini di Tattini in Viale Trento e Trieste a Spoleto. Avevo rischiato nel bosco, quando l’albero si era piegato nel senso sbagliato (per me), e lo avevo scansato per un attimo.
Ma lì era diverso: vi era più tempo. Mentre nelle altre occasioni il rischio, anche se letale, si era presentato ed era scomparso in un attimo, qui la consapevolezza era diversa. Con il tempo i cani si facevano più audaci e si avvicinavano, sentivano anche il sangue che avevamo su braccia e gambe. Con il tempo vi era più tempo per pensare, per immaginare. E purtroppo era tempo impiegato a ipotizzare soluzioni (che non vi erano), o a visualizzare le immagini dei cani che mi avrebbero azzannato prima il polpaccio, poi le braccia, poi i fianchi. Siccome avevamo visto come i cani si dividevano gli agnelli morti, la prefigurazione non faceva altro che incutere terrore.
Passò un’auto poco dopo il nostro tuffo, ma avemmo solo il coraggio di alzare la testa e di vedere le sagome e gli occhi dei cani che erano in cima alla ripa, sulla strada, illuminati dal bagliore dei fari. Per molto tempo, poi, solo il bisbiglio orante di Patrizio, il ringhio dei cani, i rumori notturni della campagna (qualche trattore in lontananza, delle cicale). Finché sentimmo avvicinarsi una seconda automobile. Uscimmo sulla strada arrancando e sbracciando pieni di spine da tutte le parti, graffiati e sanguinanti. Uscimmo con la speranza di aver indovinato il tempismo (dopo l’ultima curva, ci siamo detti), che l’auto si fermasse e con la consapevolezza che più il tempo passava e meno probabilità di intercettare un’auto ci sarebbero state. Uscimmo infine con il rischio che se l’auto non si fosse fermata saremmo stati alla mercé dei cani. L’auto si fermò: i cani si allontanarono a causa del rumore, dei fari, e delle urla di quell’uomo. Era oltre la mezzanotte: avevamo passato 2 ore e mezza senza muoverci in quella sorta di nicchia fachiresca che si era creata. Questi ci portò prima a casa sua, dove ci fece bere un po’ di whisky, ci fece pulire un po’ e poi ci riportò a casa. Raccontammo solo molto tempo dopo quello che ci era successo.
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