Il 14 luglio 1983 era il giorno della mia maturità. Il 13, la “Notte prima degli esami”, io ho dormito. Non ho mai fatto “nottate” per lo studio, adesso che ci penso. La sera del 13 luglio ho deciso di diventare vegetariano. La cosa sembra abbastanza banale, oggi. E lo sarebbe, a dimenticarsi il contesto. Quando dico che a un certo punto siamo usciti dal Medioevo, dico che finalmente eravamo tornati in sincrono con la civiltà: acqua corrente, elettricità, automobile, trattore, ecc. “Fuori dal medioevo” significava anche mangiare carne: maiale, soprattutto, e poi agnello, pollame, ecc. Rifiutare tutto questo significava ripiombare, almeno in parte, nel medioevo. Era condannarsi all’emarginazione: nessuno infatti avrebbe avuto tempo di prepararmi un altro tipo di pasto, quando avrei scansato la carne. Facendo una scelta così costosa, mi assumevo anche l’onere di accontentarmi di quello che c’era in comune, o di farmi il pranzo da solo. Nel 1983 a Spoleto non c’erano negozi “bio” (li avremo aperti noi, sei anni dopo), e anche se ci fossero stati non ci sarebbero stati i soldi per comprarmi seitan o tofu, per esempio. In ultimo, ero solo un ragazzo di 20 anni, che faceva una scelta contro tutti, al buio.
La scelta derivava dall’insopportabilità della sofferenza che davamo agli animali. Certo, nulla di paragonabile agli allevamenti intensivi che vedevamo dal vero presso altre aziende o di cui avevamo notizia da parte di chi frequentava le stalle del nord Italia. Ma pur sempre sofferenza. A parte il rito dell’uccisione del maiale a fine anno, piuttosto cruento, vi erano anche altre occasioni di sofferenza. Una molto difficile, per me, era la castrazione dei maiali, soprattutto le femmine. Ai piccoli maschi era più facile tagliare quel che c’era da tagliare. Io e Patrizio tenevamo il maialino sollevandolo per le zampe posteriori e il “castrino” (en passant, lo stesso soggetto che mi aveva portato a Forlì con le pecore), tagliava la pelle con un bisturi, infilava un dito, tirava fuori i genitali non ancora formati e con lo stesso bisturi tagliava il piccolo cordone che portava ai genitali non ancora formati. Poi spruzzava uno spray viola, immagino disinfettante. Il maialino non era contento e tenerlo fermo era comunque un bello sforzo, anche per due giovanotti quali eravamo. Per le femmine la cosa era più cruenta. Le tenevamo sempre per le zampe posteriori, ma il “castrino” questa volta faceva un’incisione piuttosto profonda sul fianco dell’animale, che urlava di dolore, infilava due dita a cercare non so bene cosa, che comunque riusciva a tirare fuori e a tagliare. L’operazione non era velocissima, perché la maialina si dibatteva molto più fortemente dei maschi, il che complicava la ricerca tattile del “castrino”, e si alimentava un circolo vizioso. In qualche modo si riusciva a spruzzare anche a loro il disinfettante viola.
Altre occasioni di sofferenza “gratuita” erano date dai tentativi di mia nonna di ammazzare le anatre o i conigli. A causa dell’artrite deformante alle mani e a causa dell’età, i suoi colpi non erano né precisi né potenti, con il risultato che il coniglio prendeva tre o quattro colpi tra le orecchie e la schiena, e l’anatra delle accettate sul collo senza che queste lo troncassero definitivamente.
Dunque ero diventato macellaio (boia), per pietà. Ammazzavo io anatre, oche, conigli, galline, piccioni, che poi lasciavo alla lavorazione successiva di nonna, di zia, di Cristina, che aveva imparato a pulire gli animali, a macellare e a tagliare.
La decisione di non mangiare carne la presi con un certo ritardo rispetto ad un evento che mi aveva molto impressionato. Avevo allevato una capretta bianca (Saanen, quelle di Heidi, per intenderci), che la madre, dopo un parto trigemino, non aveva voluto allattare. L’avevo salvata dandole il latte mattina e sera con il biberon. Anche sapendo che la fine era segnata fin dall’inizio, mi ci ero affezionato ed era diventata come un cane. Le capre sono intelligentissime e divertentissime. Giocano gran parte della giornata, si arrampicano, saltano, fanno gli scherzi agli altri animali, mangiano di tutto. La mia mangiava anche il cornetto Algida, i cappelli di stoffa del consorzio agrario di Guerrino, i libri, le cortecce degli alberi da frutta. Era diventata più che domestica: un animale da compagnia. Poi è venuta la sua ora. Ogni animale ha un suo grido di sofferenza: il maiale piuttosto intenso, l’agnello pressoché muto. La capretta invece emette un grido lancinante e sembra che chiami “mamma”. Il suo belato è diverso da quello della pecora e sembra proprio “mamma”. Poiché la mia capretta era appunto più che domestica, è venuta sul ceppo e si è lasciata sgozzare senza intuire nulla. Tuttavia quando il coltello le ha trapassato la gola, si è messa a chiamare “mamma” e sembrava guardarmi. Purtroppo (o per fortuna, in questo caso), gli occhi delle capre hanno geometrie e colori completamente diverse dalle nostre, perché sostenere uno sguardo quasi umano sarebbe stato impossibile per me.
L’episodio mi ha segnato: la scena ha continuato a riproporsi. L’immagine ha continuato a lavorare. Ho comprato un libro sugli Hunza, ho riletto Gandhi, e mi sono determinato a non mangiare più carne. Questo ha significato che molte volte mi sono preparato il mio pranzo, o una parte di esso, perché mia zia non aveva assolutamente tempo di variare in cucina e di preparare cose differenti. Serviva una data particolare, un giorno particolare, per comunicare questa intenzione, e siccome avevo perso l’occasione della morte della capretta, ho scelto il giorno prima della maturità. Poiché odio le regole meccaniche e assolute, rompo questa mia legge una volta l’anno.
Quando ho scelto, ovviamente molti profetizzavano la mia desistenza, altri prefiguravano scenari di denutrizione, morte in giovane età, assenza di amminoacidi essenziali, ecc. Avevano torto, ma io non ho alcun piacere a dirlo: è andata così. I fatti sono ostinati.
Oggi è diventato di moda essere vegetariani, ed è anche facile trovare buoni prodotti sostitutivi. E’ diventato troppo di moda, e mi rendo conto che se tutti diventassimo vegetariani occorrerebbe un altro pianeta da coltivare a soia. Così come per essere integralmente “bio”. Sono diventato vegetariano per evitare di dare tanta sofferenza agli animali. Ma riconosco che la mia è una posizione filosoficamente debole e poco coerente. Infatti continuo a ammazzare formiche, mosche, zanzare, vespe, calabroni, qualche ragno che fa paura a Paolo o a Beatrice. E dunque non faccio mai “proselitismo”. La sofferenza è sofferenza, questa è la realtà. So che per condurre la mia esistenza di cittadino occidentale benestante, molte vite devono finire. Cerco solo di farne finire il meno possibile.
Scopri di più da Pensai et congettai ...
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.