Zia era nata il 25 dicembre, e quindi i miei nonni l’avevano chiamata Natalina. Poi crescendo, invece, l’avrebbero chiamata sempre Lina: un nome più asciutto, più deciso. Aveva seguito mio padre in Francia, partito come emigrante, e lì aveva conosciuto il suo futuro marito, che per me e Cristina sarebbe diventato Zio Claude. Aveva aperto un bar a Nancy, in Rue Phalsbourg, con una scritta dipinta sul vetro del sopralluce: “Chez Lina”, da pronunciarsi ovviamente con l’accento tonico sulla “a”. Per quelle strane coincidenze della vita che fanno riflettere sul senso del tempo, ho un’immagine molto chiara di me stesso il giorno del mio ottavo compleanno: sono seduto proprio davanti alla porta del bar, sul cordolo in pietra che delimita il marciapiede, con i piedi sulla strada, in corrispondenza della caditoia stradale (che in Francia è spesso un’asola verticale sul ciglio del marciapiede), e faccio il conto di quanto manca ai miei venti anni, che immagino come un traguardo liberatorio e che visualizzo purtroppo molto in là: 18 marzo 1983. Ebbene, il 18 marzo 1983, in occasione della morte del papà di Zio Claude, e quindi di un nostro viaggio a Nancy, nel bel mezzo di una passeggiata solitaria e senza meta, ripasso davanti a quella porta e a quel marciapiede, e l’immagine di quel ragazzino mi si presenta in maniera talmente forte che per un attimo mi devo appoggiare al muro. Per un lungo momento ho paura della mia memoria e di questa coincidenza, e spero anche di sbagliarmi. Rifaccio i calcoli, mi sforzo di richiamare alla memoria ricordi, date, eventi significativi, ma niente: l’immagine è troppo forte e precisa: è andata proprio così. Mi allontano con questo senso di forte straniamento pensando che lascio su quell’angolo di strada due fantasmi: quello del 1970, e quello del 1983, che guarda quello del 1970.
Dopo la morte di mio padre (suo fratello), zia era tornata in Italia, immagino con un po’ di attrito con suo marito, che invece aveva deciso di restare in Francia. In Italia aveva preso un piccolo bar lungo il Viale della Stazione di Spoleto, che condusse per circa 5 anni. Stanca di quella vita fatta di orari sballati e priva di un significato appagante, comprò il casolare nel 1975 con 500.000 lire, chieste in prestito a suo cugino Carlo per pagare il notaio.
Bisogna riconoscerle il coraggio, o l’incoscienza, di una scelta così spavalda e ambiziosa: acquistare 17 ettari di terreno con un casolare disabitato da tempo, senza riscaldamento, senza energia elettrica, senza acqua corrente. E ancora di più bisogna valutare la decisione di andarci a vivere con tre ragazzi di 16, 13, 12 anni, con la madre di 68 anni, senza l’automobile, a 4 km dalla fermata dell’autobus più vicina. Oggi non saprei come giudicare questa scelta: da una parte non posso che avere un’ammirazione smisurata; dall’altra sono spaventato dal rischio che ha corso. In ogni caso bisogna riconoscerle una capacità, una tenacia, una determinazione, non comuni.
Piccola parentesi sullo zodiaco. Pur non credendo all’oroscopo quotidiano, devo ammettere che mi diverto a vedere se ci sono alcuni tratti simili tra persone dello stesso segno. Tra le persone del capricorno che ho incontrato, molto importanti nella mia vita, ho sempre notato questa tenacia (al limite dell’ostinazione, direi), e anche questa scarsa capacità di valutare compiutamente le persone, di tenere in conto anche il peso dei sentimenti o dell’irrazionalità nell’agire umano, che hanno invece una forte valenza. Per le persone di questo segno che ho conosciuto da vicino, gli obiettivi si traducevano in porte da sfondare, in muri da abbattere, sfide da vincere. Il panorama che c’è dall’altra parte del muro è meno importante dell’aver abbattuto il muro. Il bellissimo panorama che c’è di là diventa solo la analitica certificazione che hanno vinto la sfida, di cui spesso hanno dimenticato la ragione.
Tornando a zia, i suoi cugini, all’epoca benestanti, non avevano condiviso la scelta, anzi. Per confermare la piccola e debole teoria di poco sopra sullo zodiaco, più loro dicevano che non ce l’avrebbe fatta, più aumentava la motivazione. I figli di questi cugini cominciarono ad evitarci, e in effetti non vennero mai nemmeno una volta in campagna a renderci visita, mentre a Spoleto ci frequentavamo spesso.
Non ho più visto una persona dedita al lavoro come zia, se non una vecchia signora, che venne nel 1977 a cogliere il tabacco con noi e che rispetto alle altre donne aveva un’età più avanzata: oggi dovrebbe essere centenaria. Il suo nome era Domitilla, che ovviamente tutti arrotondavamo a “Mitilla” e poi, nel lavoro, per non sprecare fiato, troncavamo a “Mitì”. La immagino ancora viva e ancora più curva su se stessa, intenta a raccogliere erba campagnola, a curare l’orto, a dar da mangiare alle galline. Tra le due donne vi era grande stima, tant’è vero che zia la chiamò ad aiutarla in cucina quando l’agriturismo cominciò a impegnarla molto.
Rispetto a Mitilla, Zia aveva comunque una capacità di calcolo impressionante (calcolo mentale, da commerciante), e calcolo inteso come capacità di traguardare obiettivi a lungo termine. Tutto era messo in una prospettiva ventennale. Nello scegliere il casolare, e la vita di sacrifici che ne sarebbe conseguita, lei confessò anni dopo che puntava sul fatto che gli adolescenti che eravamo sarebbero diventati presto dei giovanotti e poi degli uomini, apportando così sia capacità operativa nel lavoro, sia nuove idee. E per un periodo andò infatti in questo senso, finché la vita non si mise a sparigliare un po’ le carte.
Aveva gli occhi neri e luminosi, con un’impareggiabile capacità di arrangiarsi in cucina e di creare buoni pranzi, e buone cene, con 4 elementi, sempre quelli: patate, pomodori, un po’ di carne, fagiolini, formaggio … I primi anni dell’agriturismo funzionavamo anche come piccolo ristorante su prenotazione: amici benestanti di Spoleto telefonavano chiedendo di poter stare a cena sotto il grande olmo davanti alla casa. Sapevano che sarebbero stati in un luogo tranquillo, con la sicurezza della massima discrezione, con una brezza fresca, con un vino rosso di campagna senza pretese. Così capitava che io portassi a tavola a professori di storia dell’arte, architetti affermati, politici regionali, direttori di banche, con la scontrosità di cui solo chi è timido conosce la fonte, conigli alla cacciatora, patate in insalata, pomodori arrosto, e, a volte, un poderoso cous-cous con harissa (appreso quando era in stata in Francia).
L’ho vista camminare interi pomeriggi nella polvere dietro l’aratro dell’OTO, dietro l’estirpatore, mungere le pecore fino a sera, fare il formaggio e contemporaneamente pensare e poi preparare la cena per noi tutti, lavare i vestiti con l’acqua del pozzo, cogliere le olive con un freddo implacabile fino ad avere le dita viola, e vomitare la sera, per la fatica, in disparte. Insomma sacrifici (no cinema, no teatro, no balere, no sagre), per anni, dolore e sudore in quantità. Il tutto senza mai un lamento. Il tutto anzi con l’ottimismo pacato e sicuro di chi pensa che adesso è difficile, ma che domani andrà sicuramente meglio.
Tra noi non c’era bisogno di molte parole, considerate in gran parte superflue. Io facevo l’imitazione di Ollio o di Enrico Montesano e la facevo ridere, e lei mi chiedeva poche cose, molto più prosaiche, ma che le servivano, lo capisco solo oggi, per capire se andava tutto bene. Poi, o meglio: prima, c’era il fare: lavorare, studiare, onorare i debiti, aiutare chi stava peggio. L’insegnamento passava attraverso l’esempio silenzioso, senza aggettivi, fermo come le montagne.
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