I primi tempi l’acquedotto non arrivava fino a casa. Andavamo al pozzo, distante una cinquantina di metri da casa. Io, zia e Patrizio tiravamo su dal pozzo dei secchi da dieci litri con la corda, che poi portavamo in cucina e versavamo in un grande recipiente di plastica, coperto da un telo. Cristina aiutava nel portare i secchi tra la casa e il pozzo. Quell’acqua ci serviva per lavare e mangiare, facendola bollire. È stato dopo un po’ di tempo che Guerrino ha agganciato una carrucola, ricavandola dalla ruota di una Vespa, su una delle travette in ferro che reggevano la copertura del pozzo. Per noi è stata una grande cosa: si faticava veramente molto meno a tirare su i 200 litri d’acqua che ci servivano quotidianamente. D’estate l’incombenza del pozzo diventava ancora più pesante, poiché bisognava avere l’acqua anche per innaffiare un po’ di orto che, si sa, è molto vorace. Nei primi tempi l’orto era limitato a poche decine di mq e a poche piante, che non richiedevano molta acqua. All’inizio piantammo anche meloni e cocomeri e credo fummo gli unici ad avere cocomeri bonsai, poiché questi potevano stare in una mano! Appena arrivati, Zia aveva fatto tombare una cisterna interrata che raccoglieva l’acqua del tetto per paura che noi, ancora piccoli, ci cadessimo dentro. Con il senno di poi avrebbe fatto comodo, ma capisco che avere tre ragazzini in giro intorno a una cisterna di una quindicina di mq, di cui si ignorava anche la tenuta del solaio, avrebbe messo paura a qualsiasi genitore.

Verso il 1978 zia commissionò ad un ruspista di fare uno scavo per allacciarci all’acquedotto comunale, il cui punto di raccordo distava circa 150 m. Portammo il tubo fino all’angolo sud della casa, dove c’è ancora un rubinetto esterno. Avremmo portato l’impianto all’interno qualche anno dopo, con l’occasione della ristrutturazione dell’abitazione. Ma già quella piccola grande comodità ci parve un risultato straordinario. L’acqua era potabile, era vicina, e per riempire le taniche era sufficiente girare il rubinetto e aspettare! Il primo giorno lasciammo aperto il rubinetto aperto per qualche buona ora, con un tubo che portava l’acqua nell’orto, un po’ per pulire le tubature e un po’ per verificare fosse tutto vero!

Scoprimmo poco dopo che l’acquedotto comunale entrava in sofferenza d’estate e spesso siamo rimasti senz’acqua per tre giorni di seguito. Facevamo delle riserve, ma spesso queste finivano, e ad ogni modo l’acqua delle taniche non era buona da bere, dopo un giorno di “fermo” in quella plastica. Ho imparato a mie spese (poi, più tardi, i libri sul Taoismo me lo avrebbero confermato), che le cose migliori devono fluire, scorrere. E soprattutto l’aria e l’acqua.

Quando l’acqua “tornava” (tornava sempre di notte), faceva un grande rumore nei tubi. Allora ci alzavamo in fretta e riempivamo tutti i secchi ed i catini disponibili. Dormivano sempre sperando di sentire quel gran tremore nei tubi, perché voleva dire che per un po’ di ore avremmo avuto acqua corrente! Il che significava che avremmo avuto un po’ d’acqua anche per l’orto. Innaffiare la mattina presto era una delle mie attività preferite. Mi mettevo a piedi nudi, stendevo il tubo e prima dell’alba me ne stavo in santa pace a dare acqua ai pomodori e ai fagiolini. Partivo dal fondo, da valle, e poi risalivo i solchi, godendomi il fresco, e il rumore rilassante dell’acqua sulla terra o sulle foglie. Con l’acqua abbondante siamo diventati bravissimi a coltivare le fragole, impegno che piaceva molto a mio zio Claude. Ne mangiavamo a chili, nelle più varie forme, e ne regalavo altrettanti chili a amici. A un postino, persona molto gentile d’altri tempi, lasciavamo la libertà di coglierne a sua discrezione quando veniva a portare la corrispondenza.

Nonostante l’acqua corrente e le comodità in casa, d’estate non rinunciavo al mio bagno al tramonto, nel grande tino, di un paio di metri di diametro, che avevo riempito già dalla mattina. Era un’abitudine che avevo preso quando non c’era la vasca o la doccia in casa, e che avevo deciso di mantenere anche dopo, e che coltivavo il più spesso possibile. L’acqua si era scaldata durante tutto il giorno e al tramonto era bellissimo infilarsi nudo in quel tepore, in quella micro-piscina personale con vista sul Subasio e sulla pianura, solo con il garrito delle rondini.


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