“Ecco San Francesco che parte.” Questa è la frase che i nostri dirimpettai dicevano quando con il binocolo mi vedevano partire per la macchia con la capretta bianca, il cane, il gatto e il passerotto (Chicchio).

Seppi solo molti anni più tardi che i vicini (i vicini più prossimi stavano comunque a 4 km di distanza), mi chiamavano così, quando mi invitarono a lavorare al frantoio e ancora prima alla raccolta delle presse del fieno. Se al fatto che partivo in compagnia di questi animali si aggiunge che da maggio a settembre camminavo molto a piedi scalzi si capisce che la frase poteva sembrare non del tutto fuori luogo. Riuscivo a camminare a piedi nudi sulla strada bianca e nella stoppia del grano appena mietuto. Questo richiede una tecnica tutta particolare. Bisogna strisciare il passo e non alzarlo come si fa di solito. I miei amici che venivano dalla città rimanevano piuttosto impressionati da questa mia capacità. C’era un po’ di vanità (è ovvio, a vent’anni), ma vi era da parte mia il piacere tattile di sentire sui piedi le differenze di fondo. Camminare a piedi nudi presuppone una certa attenzione sul dove mettere i piedi, un passo dopo un altro, e a me questa attenzione sul qui e ora non dispiaceva affatto. Era bellissimo passare dai sassi della strada alla freschezza dell’erba (cercare il ciuffo d’erba come una pietra da guado), e dall’erba alla terra sminuzzata dall’erpice, o schiacciare una piccola zolla rimasta intatta, e sentirla franare sotto il mio peso. E infine il piacere sublime di camminare a piedi nudi su un tappeto di fiori d’olmo (in realtà sono i semi, ma possiamo convenire tranquillamente sui fiori). La sera, a casa, sentire i piedi ipercapillarizzati, dilatava questo piacere per un paio d’ore. Certo, ogni tanto c’era qualche spina di cardo da togliere, ma con l’ago ho la mano fermissima e sono tutt’ora il riferimento in famiglia per togliere le spine a chiunque.

Non ricordo che nome avesse la capretta: il cane era Birillo (eravamo andati a vedere il primo film di Rocky), il gatto Zorro e il passerotto Chicchio.

In autunno mi avviavo nella macchia con la motosega Castor molto pesante, una roncola, l’olio per la catena, la miscela per la Castor, un grosso panino con la frittata e l’acqua. Avevo legato tutte queste cose a un bastone, che portavo sulla spalla come una sorta di viandante.

Chicchio lo avevamo trovato e allevato a Spoleto, prima del trasloco, dove aveva riempito di deiezioni un’enciclopedia De Agostini, con la copertina verde, che non riuscimmo a completare, oggi diremmo a causa della spending review. Lo aveva trovato per terra Cristina e lo aveva allevato nonna, con pane bagnato e poca carne macinata. Era un maschietto: nonna ci aveva insegnato a riconoscerli dal piccolo cravattino nero che hanno sul petto, oltre al marrone più intenso del piumaggio. Era straordinario: mangiava gli spaghetti come un’aquila mangia un serpente, beveva acqua e vino dal mio bicchiere, ubriacandosi un po’ e barcollando. Volava di spalla in spalla o sulla mia testa. Faceva i suoi giri con altri passeri e poi bastava chiamarlo per vederlo tornare. Veniva con me nella macchia, allontanandosi quando accendevo la motosega, per tornare quando la spengevo. Credo di avere ancora da qualche parte una foto meravigliosa in cui sulla loggetta d’ingresso al primo piano della casa, dormono il cane, il gatto e Chicchio. E’ morto mangiando un chicco di concime. L’ho ritrovato stecchito in un solco nel campo di mais. Ho pianto come un bambino, o semplicemente com’è giusto piangere per qualcosa d’importante. L’ho seppellito vicino al pozzo, mettendolo in una scatola di scarpe riempita di fieno e ovatta. Poi ho fatto una piccola croce di legno che ho infisso vicino al lato corto della scatola, immaginando di dare un senso in più a questo piccolo rito.

E’ facile voler bene agli animali. Anzi, oggi mi sembra che sia più facile voler bene agli animali che agli uomini. Ma Chicchio era particolare. Avere l’affetto e la fiducia di un esserino così piccolo e indifeso (se mettevo un pinolo in fondo alla bocca vi entrava a prenderlo senza timore alcuno), era fonte perpetua di gioia. Vederlo giocare in compagnia del gatto e del cane, era come essere lo spettatore unico di un piccolo e delicato circo in miniatura. Sono stato proprio fortunato ad averlo avuto vicino per un po’ di tempo.


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