Salivo quella piccola collina dietro casa come fosse l’ascesa a uno spazio sacro. Quel posto mi apparteneva, o meglio, come avrei realizzato molti anni dopo, io appartenevo a quel posto. Fino ai 15 anni sognavo quasi tutte le notti di volare, decollando da quella collina, nuotando nell’aria. Poi, dopo essermi schiantato con un piccolo deltaplano che mi ero costruito con delle canne palustri e un telo di plastica cucito alla bell’e meglio, ho cominciato a “diradare” i sogni. Ma questa è la versione di chi mi vuole prendere in giro. Anche se io, a ben guardare, non ho altro da contrapporre. Insomma non so perché non sogno di volare come prima.
Proprio in cima al poggio c’era il “bottino dell’acqua”: un pozzetto di servizio dell’acquedotto comunale, costituito da un tubo in cemento di circa 80 com di diametro, infisso verticalmente nel terreno, chiuso da un coperchio di metallo e da un lucchetto. Per qualche anno quel semplice manufatto ha rappresentato per noi il limite della civiltà: lì si fermava l’acquedotto. Solo anni dopo, infatti, riuscimmo a portare l’acqua, a spese nostre, fino all’angolo di casa.
Quel pozzetto era situato sul punto più alto della collina (avrei scoperto molto più tardi, visionando una Carta Tecnica Regionale, che il toponimo era Colle Francia: a volte le coincidenze sono veramente curiose: avrebbe fatto piacere a Zio Claude). Su quella collina ho fatto l’amore per la prima volta, nel settembre del 1981. Ricordo la data perché l’avevo segnata sul mio “zibaldino” (sì: scimmiottavo Leopardi, e poi quella parola mi faceva pensare a Zio Ubaldo, di Gubbio, di cui ammiravo la rudezza, e che in famiglia chiamavamo Zi’ Baldino). Raramente rileggo quei quaderni, ma era capitato, anni fa, e non avevo potuto evitare di notare la coincidenza con una data diventata tristemente famosa e quindi ormai indimenticabile. Il luogo non era nascosto, ma isolato, e c’era un bel vento fresco: mi era parso pieno di “potere”, per citare Carlos Castaneda. Mi era sembrato altresì un bel gesto averla portata lì, perché in fondo la facevo entrare nella mia “stanza” più intima, a dispetto della vastità oggettiva. Né saprei dire dove saremmo potuti andare, se non banalizzando il tutto.
A parte quest’episodio, io salivo solo sul dosso, e solo per sedermi su quel coperchio arrugginito a pensare, a guardare il paesaggio, ad ascoltare il vento, che c’era sempre. Che c’è sempre. Ogni stagione aveva la propria aria, il proprio odore, la propria forza. I momenti più belli erano i tramonti di fine agosto, quando il grosso dei lavori agricoli era fatto e c’era questa atmosfera di cosa compiuta, di lavoro ben fatto, di pienezza. Il primo taglio del fieno era stato fatto, la trebbiatura del grano anche: ora non c’era che da arare e da aspettare l’uva e le olive.
Da lì si aveva una vista straordinaria a 360 gradi: verso nord, su Montefalco, la pianura intorno a Foligno, sul Subasio. Verso est il castello di Morgnano e poi Monte Pettino, verso sud est la Rocca di Spoleto, Monteluco. Verso sud i monti che dividono da Terni, Monte Bibico. Verso ovest infine i Monti Martani, Monte Capoccia Pelata.
A mezza costa di quell’altura Patrizio e io (più raramente anche Cristina), giocavamo al pallone, perché vi era una piccola sella e il terreno pianeggiava. La collina non era nostra: era di un milanese che l’aveva comprata, insieme ad altri 18 ettari, nello stesso periodo in cui zia aveva deciso di trasferirci lì. Lui veniva solamente in estate a soggiornare un po’ di tempo con la moglie e le figlie, immagino con qualche difficoltà di gestione famigliare, date le dure condizioni che anche loro pativano. La strada di terra che saliva fino in cima divideva un po’ due mondi: sulla sinistra l’erba medica, la sulla, o più raramente il grano o l’orzo, che “il milanese” (lo chiamavamo così), aveva seminato. Sulla destra una no man’s land, una fascia incolta che arrivava fino al nostro confine, a mezza costa, che qualche olivo si contendeva con cespugli di biancospini o olmi campestri ancora giovani.
In poche altre occasioni ho avuto questa sensazione di comprensione, di serenità, di totalità, come l’osservare da lì il paesaggio che si svolgeva tutt’intorno. Avevo l’impressione di profonda unità con il mondo intero e, allo stesso tempo, di distacco. Inoltre percepivo una dilatazione del tempo, che andava più piano, con un respiro più lento. Quand’ero lassù c’era tempo per tutto, ci sarebbe stato tempo per tutto: ero lo gnomone di una meridiana inutile. Contrariamente all’ampiezza della vista (che porta spesso la maggior parte delle persone alla dismisura), a me lì i desideri si riducevano. Lassù mi chiedevo di cos’altro avrei avuto bisogno: la collina era un freno ai miei desideri, un rallentatore, un filtro. Desiderare è una abilità che nessuno ci insegna, che richiede il senso dell’orizzonte, pensavo tra me e me, camminando verso casa.
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