Per un periodo di tempo Cristina e me dormimmo a Villamane. Patrizio aveva spostato lì una parte del gregge e noi facevamo un po’ da guardiani. Era un vecchio aggregato composto da una bella e grande casa colonica, in rovina, e da altri tre fabbricati destinati a fienile, stalla e rimessa. Villamane deriva da Villa Magna, cioè grande, importante. I contadini del posto dicono che era un vecchio castro romano: non ho mai approfondito e me ne dispiace. In effetti da lì c’è un paesaggio simile a quello della cima della “mia” collina e si domina con la vista molto territorio. Patrizio aveva preso in affitto anche una parte dei terreni che appartenevano al patrimonio di Villamane, sui quali soprattutto aveva seminato dell’erba medica per farne fieno. Erano sicuramente una decina di ettari. Al tempo avevamo una pressatrice Gallignani verde e arancio, che faceva abbastanza bene il suo lavoro: dei parallelepipedi di fieno, tenuti insieme da filo di ferro o di nylon. Pur guidando il trattore da molti anni e avendo trainato la pressatrice per diverse stagioni, non conoscevo intimamente il suo funzionamento, che è rimasto sempre per me “un enigma avvolto in un mistero”, per fare una citazione colta.

Non ho mai provato a smontare il meccanismo e i carter per paura di non saperlo rimontare e per attirarmi di conseguenza le critiche di Patrizio. Negli anni, infatti, mi si era appiccicata addosso una sorta di sindrome di Fantozzi: mi si rompevano gli attrezzi, la motosega, l’aratro, ecc. Allora avevamo obbedito a una specie di patto silente: io non mi azzardavo a smontare niente (come la mia natura curiosa mi aveva portato a fare molte volte prima), e se si guastava qualcosa saremmo andati dal meccanico. Dunque, per la pressatrice, io mi limitavo a cambiare il filo quando questo finiva. Rimanevo come sempre incantato dal giunto cardanico che consentiva di trasferire la potenza dal trattore alla pressatrice, con un asse in diagonale. Cercavo di ridisegnarlo sui miei “zibaldini” e ogni volta mi chiedevo come aveva potuto inventarlo nel 1500 questo filosofo padovano. Ma lì mi fermavo, con un po’ di frustrazione, perché avrei voluto inventarlo io.

In quel periodo era venuto a trovarci dalla Francia anche Stephane, uno dei miei fratelli, dopo la riconciliazione avvenuta con mia madre nel 1985. Stava con noi a Villamane e anche lui era molto curioso nello smontare le cose, nel capire il funzionamento intimo delle macchine. Ma il diktat era stato fermo, e non potevamo toccare nulla di macchine se non in presenza del meccanico.

Mi aiutava nella fienagione e nella pressatura del secondo taglio del fieno, quindi in piena estate. Il secondo taglio è di qualità inferiore perché l’erba è molto asciutta: molti gambi, poche foglie. Il fatto, l’evento, fu questo: che nel bel mezzo di una discesa una ruota della Gallignani si bucò. Come si cambia una ruota di una pressatrice in mezzo a un campo in forte pendenza? Questa era la domanda. Ovviamente quando arrivammo da Patrizio, fece il solito sguardo “rompi sempre tutto”, ma, almeno quella volta ero abbastanza in pace con la mia coscienza: non mi si poteva rimproverare di aver bucato! Decidemmo comunque di risolvere da soli, io e Stephane. Ci organizzammo per farci prestare un cric idraulico da qualcuno, ci infilammo sotto la pressa, tra la terra, la polvere, i gambi arsi di sulla, erba medica, carote selvatiche, e riuscimmo ad alzare la pressatrice e sfilare la ruota! La trascinammo fino in cima al campo e la portammo con la Dyane dal gommista, che ce la riparò in un giorno. La notte Stephane ebbe un sonno molto agitato e si mise seduto sul letto urlando “La discipline de la science!” (La disciplina della scienza), cosa per la quale l’ho sempre preso in giro, poiché la frase era veramente assurda. Il giorno dopo dovevamo dunque rimontarla. Arrivati in cima al campo, una ripa di 3 – 4 metri circa divideva il campo stesso dalla strada. Scaricammo la ruota dalla Dyane e vidi Stephane appoggiare di piatto la ruota a terra sul fianco della ripa. La cosa sembrava ragionevole: lasciar scivolare dolcemente la ruota lungo il breve pendio della scarpata. Solo che la scienza, indisciplinata, ci avrebbe regalato un coup de théâtre. Arrivata in fondo alla scarpata, anche se con pochissima velocità, la ruota si drizzò in piedi, girò il proprio asse verticale di 90 gradi e si mise a rotolare per il campo in direzione della pressatrice! Speravamo che si sarebbe fermata contro la pressatrice o contro il trattore, ma aveva preso talmente tanta velocità che con un ultimo gigantesco rimbalzo passò sopra la pressatrice! Continuò ancora a correre, rimbalzando, fino ad infilarsi nella macchia alla fine del campo. Non racconto nemmeno con che spirito mi avviai verso casa a raccontare a Patrizio quest’ultima “Fantozzata”! Da sopra la macchia era fitta e scoscesa più del campo, impenetrabile anche per me che ero abbastanza esperto. Né riuscivamo proprio a scorgere dove fosse finita la ruota. Occorreva andare a prendere motosega, roncola, e una corda, perché nessuno avrebbe potuto tirarla su con le sole mani. Prendemmo dunque un altro trattore a ruote e il necessario per aprirsi un varco in quella “giungla”. Trovammo la ruota a tarda sera in mezzo a rovi e olmi ormai rinsecchiti e la tirammo su grazie ai fari del trattore. La lasciammo in prossimità della pressatrice e tornammo a casa, esausti e affranti allo stesso tempo, convinti che nessuno avrebbe mai creduto alla nostra storia, convinti che tutti avrebbero pensato che fossimo stati così scemi da cercare di governare in discesa la ruota, facendola rotolare da sopra.


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