Quando avevamo bisogno di costruire una capanna per il fieno, lo facevamo senza tanti scrupoli. E così anche per una piccola tettoia che avevamo realizzato per OTO. Andavamo nel bosco a scegliere i legni giusti (normalmente carpino, olmo, orniello), e poi tornavamo a casa e con Guerrino facevamo delle buche per piantare quelli che sarebbero divenuti i pilastri. Le misure e l’ortogonalità erano un po’ approssimative, ma per i nostri scopi la capanna andava bene. La nostra architettura spontanea era molto vicina alle cripte delle chiese romaniche della zona (per trovare una referenza aulica), dove i pilastri e colonne sono una diversa dall’altra e dove si fa fatica a trovare un angolo retto. Le travi primarie e secondarie erano il più diritte possibili ed erano assicurate alle colonne con del fil di ferro e dei grandi chiodi. La copertura era normalmente in lamiera ondulata. Se c’era bisogno di qualche tamponatura laterale usavamo delle ginestre raccolte e legate in piccoli fasci o delle fronde d’olmo. Cercavamo di rendere più “performanti” (profilo idraulico), le pareti nord e ovest cucendo i sacchi di concime, ormai vuoti, come forse si cuciono le pelli degli animali nelle tende delle civiltà nomadi. Nel 1978 abbiamo costruito anche un ovile in muratura con quello che in dialetto si chiamavano “bolognini” (dei blocchi regolari di calcestruzzo), appoggiati su una platea di cemento, e coperti in lastre di eternit, che allora pareva un gran materiale. Ricordo che la stalla era larga 7 metri e che Guerrino comprò le travi IPE, in ferro, di pochi centimetri più lunghe, giusto per gli appoggi laterali, scoprendo con suo evidente imbarazzo che inclinando la copertura le travi sarebbero state molto corte. La stalla ebbe sempre, dunque, una pendenza minima. In quella stalla zia iniziò a mungere le pecore. Rispetto alle capanne di legno, la stalla aveva l’evidente vantaggio di essere più confortevole, più calda, anche se, scoprimmo dopo, aveva lo svantaggio di non assorbire la parte liquida delle deiezioni delle pecore, con la conseguente necessità di mettere molta paglia. Con l’ulteriore conseguenza di dover tirare fuori il letame in quantità superiore alle stalle che avevano come fondo il terreno naturale, appena spianato. Tra l’altro la porta di ingresso non era grandissima e con il trattore “vero” (non l’OTO), non era possibile entrarvi. Dunque occorreva asportare il letame con piccone, zappe, forche, badile, carriola, dall’interno fino all’esterno, dove il trattore ci poteva dare una mano. E d’estate poi il calore diventava intollerabile perché la ventilazione era di gran lunga peggiore delle capanne di legno. L’abbiamo demolita, qualche anno dopo, e i materiali di risulta sono andati a fare il “fondo” di qualche strada. E’ rimasta solo la platea di cemento sulla quale oggi riposano alcuni attrezzi (pressatrice, sega a nastro, …).

Costruivamo tutte queste capanne e tettoie senza autorizzazione alcuna, ovviamente. A noi non passava per l’anticamera del cervello che occorresse chiedere a qualcuno il permesso per costruire una capanna per il fieno o per il trattore. Anche adesso, non posso che provare simpatia e comprensione per quei contadini che arrivano in ufficio abbastanza stupiti del fatto che non possono costruire come vogliono perché hanno esaurito la “capacità edificatoria” dei propri terreni o perché sono troppo vicini ad un’area boscata. Per un contadino vero è difficile comprendere queste cose, anche perché egli costruisce quando non ne può fare a meno. E certo non pensa ad una speculazione edilizia futura. La “capacità edificatoria” (locuzione giustamente già incomprensibile ai più), per lui è data da un fatto molto semplice: dalla constatazione, oggettiva, fisica, euclidea, che su quel pezzo di terra la capanna può tranquillamente starci: c’entra, e questo basta.


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