Sono stato sempre innamorato delle donne, della loro bellezza. Quand’ero ancora poco più che bambino, a Nancy, mi piacevano Sylvie Vartan e soprattutto Mireille Mathieu. Ero rimasto ipnotizzato da quegli occhi scuri e brillanti che mi sembravano entrare direttamente nel cervello. Alle elementari, in Francia, nella stessa classe avevo tre fidanzatine a cui scrivevo letterine e piccoli pensieri: Isabelle, Corinne, ed un’ultima, di cui non ricordo il nome. Poi intercettò il carteggio il severissimo Maitre Kessler e lesse pubblicamente una mia lettera: il che sancì la fine immediata di tutte le tresche. In Italia non cambiò molto. Mi innamoravo sempre di bellissime ragazze che sapevo (certissimamente) sarebbero diventate belle donne. (A distanza di anni le ho riviste, ed ho sempre avuto ragione.)  Alle medie, in Italia, ho incontrato Francesca, convittrice, come si diceva allora. Ma a lei piaceva il natural winner, Luca, e quindi non ci fu nulla da fare. Poi mi sono innamorato di Roberta. Avevo 18 anni, lei 13 circa. Lei era una cascata di capelli lisci, un profumo pervasivo di mandarino e un viso di una finezza “medievale”. Amici mi dicevano che era troppo giovane, e io ci credevo, e cercavo di evitarla. Ma poi tornavo a non poter fare a meno di quel sorriso, che mi illuminava la giornata. Per lei facevo 4 km a andare il pomeriggio e 4 km a tornare, la sera, spesso in pieno buio. Tutto ciò per vederla cinque minuti, magari per accompagnarla. Era di una grazia particolare, che avrei ritrovato solo più tardi nella giovane Madonna di Antonello da Messina. In ogni caso lei preferì un altro, un ragazzo più grande di me di tre anni, con una BMW sportiva. Un personaggio ai miei occhi un po’ fatuo, un po’ spavaldo. Ma tant’è: è stata con lui per qualche anno e poi si è sposata con un altro uomo, ancora più grande. Poi ci sono stati gli occhi profondissimi di Manuela e la bellezza assoluta di Eloisa, che mi pietrificava e a cui avrei confessato la mia passione solo dopo essermi ubriacato, recitando una battuta di Woody Allen. Che forse faceva ridere, ma certo non conquistare.

Nonostante le delusioni, le donne (le ragazze), per me restavano degli esseri bellissimi, di una grazia che noi “maschiacci” non capivamo. Mi innamoravo di un dettaglio, che comunque non tradiva mai: una sineddoche. Bastava un fotogramma dello sguardo (lo sguardo intero sarebbe stato troppo), il modo di camminare, di accennare a un sorriso, il modo di ritrarsi, di dare la mano, di spostare i capelli dietro all’orecchio. 

Non avevo soldi, ho avuto un’auto mia a 21 anni, con problemi costanti di rifornimento: non potevo invitarle a vedere il posto dove vivevo perché immaginavo sarebbero scappate a gambe levate. Combattevo con armi impari la battaglia con i miei concorrenti. Mi difendevo con la gentilezza, il garbo, qualche lettera, una passeggiata, un gelato, ma poi sapevo che non avrei potuto dare di più: nessun invito al cinema, a teatro men che mai, né in pizzeria, né in piscina: niente. L’unica cosa che potevo offrire erano i miei paesaggi quotidiani e il modo con cui li guardavo. Ho reputato che non sarebbe bastato, e ho atteso.

Nel 1987, dopo una crisi pazzesca con l’architettura, con la quale avevo deciso di chiudere, mi iscrissi a un corso annuale di formazione in marketing e finanza. Lì ho incontrato Roberta. Folgorato da quegli occhi grigio-verde e dal modo di muovere le mani, le ho scritto 327 lettere, che le ho consegnato tutte insieme “solo” 19 anni dopo, quando la trottola della vita ci aveva fatto fare già molti giri.


Scopri di più da Pensai et congettai ...

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento

Scopri di più da Pensai et congettai ...

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere