Farò un intervento un po’ per punti, per nodi critici, al limite anche iconici e provocatori. E poi lascio delle domande sul tavolo. Dati i limiti di tempo e il tavolo di relatori e il parterre, credo che sia l’atteggiamento giusto. Ritengo che dobbiamo pensare ad alcune date significative che riguardano il paesaggio per poi chiudere sull’architettura.

1) Il paesaggio è per me come il tempo per sant’Agostino. Tutti sappiamo cos’è, ma non lo sappiamo definire. E noi abbiamo già difficoltà a definire le cose limitate, figuriamoci quelle illimitate, quelle di cui è difficile tracciare un confine, una cornice, un recinto. Tuttavia, per parlare e per far aumentare la conoscenza, dobbiamo convenire su alcune definizioni. Parto forse da quella più banale, più prosaica, meno poetica: la Convenzione Europea del Paesaggio. La Convenzione Europea che tutti conoscono, non aiuta: lo dico con modestia e con il gusto di provocare un po’. L’art. 1 della convenzione del 20 ottobre 2000, apre così: “Ai fini della presente Convenzione:
a. “Paesaggio” designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni;”. All’art. 2 continua poi così: “Articolo 2 – Campo di applicazione.
Fatte salve le disposizioni dell’articolo 15, la presente Convenzione si applica a tutto il territorio delle Parti e riguarda gli spazi naturali, rurali, urbani e periurbani. Essa comprende i paesaggi terrestri, le acque interne e marine. Concerne sia i paesaggi che possono essere considerati eccezionali, che i paesaggi della vita quotidiana e i paesaggi degradati.”
I profili critici di questa definizione sono stati evidenziati da autori enormemente più prepararti di me sul tema. Ne voglio ribadire, solo per esigenze di memoria, e per esigenze che poi attengono alla gestione pratica del paesaggio, solo alcuni: il paesaggio designa una determinata parte di territorio. Il punto è come definire, delimitare una parte. Dove finisce questa parte? Come è percepita dalle popolazioni? Quali? In che modo capiremo come sono percepiti? Il carattere di un paesaggio che cosa è? Già il tema del “carattere” in architettura ha preso molte nostre energie: definire oggi il carattere di un paesaggio è sfida intellettuale e culturale improba.
L’art. 2 aumenta ancora la difficoltà, poiché se tutto può essere paesaggio, tutto è paesaggio. E’ evidente dunque che c’è bisogno di una costruzione valoriale e di una governance specifica per l’attribuzione o il riconoscimento di detti valori.

Posso provare a definire il paesaggio per via negativa, cercando di eliminare le “incrostazioni” dal concetto. E io ne vedo 3.
a) Il paesaggio non è l’ambiente. Anche se vi è stato un notevole schiacciamento tra i due termini, direi che l’ambiente è base nuda, lo sfondo, la matrice (come direbbero gli ambientalisti), su cui il paesaggio si fonda.
b) Il paesaggio non è il territorio. Il territorio, luogo forse privilegiato dagli urbanisti è il dato asciutto: al massimo è il luogo dove prevedere, con sovrastimate capacità demiurgiche, la localizzazione di ferrovie, strade, case, scuole, campi.
c) Il paesaggio non è il panorama, soprattutto se vogliamo superare quella concezione “visibilistica” o solo visibilistica del paesaggio. È una relazione strana: ogni panorama è sicuramente un paesaggio. Non necessariamente il paesaggio è un panorama. Pensiamo per esempio a un paesaggio urbano, un paesaggio industriale, una grande radura nel bosco, per usare un’immagine cara ai filosofi.
Conoscete questa frase della scuola di palo Alto: “È impossibile non comunicare”. Tradotto nel nostro contesto vuol dire che è impossibile non essere in un paesaggio. il paesaggio è già un significato. Noi siamo sempre in un paesaggio, solo che non lo sappiamo dire.

2) 470 a.c. Il tuffatore di Pompei. È un’immagine molto nota. Vi sono state molte letture di questa immagine: il passaggio dalla vita alla morte, lo sguardo verso il futuro, il fatto che sia solo un tuffo. A me piace pensare che questo tuffo segni il passaggio culturale del mare visto prima come territorio e ora come paesaggio. Se infatti diciamo tutti che bisogna superare la concezione solo “visibilistica” del paesaggio a favore di una concezione più estetica (nel senso greco del termine: della percezione, dei sensi), beh allora credo che questa immagine sia emblematica. Il mare smette di essere l’elemento che fa paura e diventa un elemento di piacere. Vado al mare non solo per pescare (territorio), ma vado al mare per tuffarmi. Il mare non mi mette più paura: posso anzi avere il gusto di salire su una scala, un trampolino, per lanciarmi e lasciarmi avvolgere dalla sua freschezza, dalla sensazione di scivolare sull’acqua. Chi sa nuotare sa a cosa mi riferisco, a quella sensazione di essere uno con l’acqua, di essere nel flusso, di scivolare in un elemento amico.

3) 1339. Il buongoverno. Il paesaggio buono è bello. L’estetica contemporanea ha fatto saltare il collegamento tra ciò che è buono e ciò che è bello. Umberto Eco ha scritto l’elogia della bruttezza e la categoria del brutto è entrata nelle nostre discussioni come argomento piacevole di conversazione. Solo che la piacevolezza decade immediatamente se siamo immersi in un luogo brutto, e massimamente se quel luogo brutto si associa alla nostra sicurezza. Il brutto è bello (passatemi l’espressione), solo se è visto da lontano. Il deserto è bello solo se visto dall’aereo e non se sto morendo di sete mentre cerco una strada, un’orizzonte amico, un’oasi. L’inverso invece non è dato, anzi. Il paesaggio bello ci rende più buoni. Proverbio danese. Con il generale Benedetto parlavamo prima davanti al caffe. Quant’è bella la nebbia vista da montefalco! Quant’è brutta se ci rituffiamo dentro.

4) 1353. L’ascesa al Monte Ventoux di Petrarca. L’ascesa è un’ascesi. Scoprire il paesaggio è (anche) scoprire se stessi. Il paesaggio è quel luogo paradossale e contemporaneo di due movimenti apparentemente antinomici tra loro: uno verso l’esterno, verso l’orizzonte, un’estasi, e l’altro verso l’interno, un insight. Anche qui il rapporto con il territorio (dove vado a pascolare le capre, a tagliare la legna), è diventato un rapporto di altro tipo. Io vado sulla montagna per sentirmi uno con la montagna. O per sentirmi diverso da tutto quello che vedo, o immagino, nella valle. Direi che l’ascesa del Petrarca è il racconto del tuffatore, o meglio del nuotatore.

5) 1837. Leopardi. «Una grandissima parte di quello che noi chiamiamo naturale, non è; anzi è piuttosto artificiale: come a dire, i campi lavorati, gli alberi e le altre piante educate e disposte in ordine, i fiumi stretti infra certi termini e indirizzati a certo corso, e cose simili, non hanno quello stato né quella sembianza che avrebbero naturalmente. In modo che la vista di ogni paese abitato da qualunque generazione di uomini civili, eziandio non considerando le città, e gli altri luoghi dove gli uomini si riducono a stare insieme; è cosa artificiata, e diversa molto da quella che sarebbe in natura»
Leopardi

6) il 1969 è un anno fantastico per il paesaggio. Il 21 luglio 1969 Il nuovo paesaggio è tutta la terra. Lo era già stato con la prima fotografia dall’orbita lunare di Apollo 8 verso la Terra. Ma ancora di più con lo sbarco sulla Luna è la Terra che diventa il nostro paesaggio. La Terra intera diventa un unico paesaggio. Così come la Luna. In un unico momento abbiamo due paesaggi folgoranti e forse ce ne rendiamo conto solo dopo.

7) Il 29 ottobre 1969 due computer si scambiano un messaggio, o meglio due uomini si mandano un messaggio attraverso due computer. Nasce il web, di fatto. Non sembri una banalità, ma la rete fa nascere un nuovo paesaggio, perché del paesaggio riesce ad eliminare il dato territoriale: la distanza. Il paesaggio fino ad allora condivideva con il territorio un parametro di riferimento geografico vorrei dire, un parametro comune, un parametro “simmetrico” avrebbe detto Aristotele: la distanza. La rete fa saltare questo rapporto e la Terra è diventata velocissima. Uno dei parametri che faceva accomunare paesaggio e ambiente, paesaggio e territorio, è la distanza, la distanza fisica. Che qui tende a scomparire, a farsi incommensurabile.

8) 1992. Il metaverso. Il prossimo paesaggio è quello del metaverso. Il metaverso, poliverso ecc. fa saltare anche altri parametri che sono quelli della realtà della visione e della percezione. Chi ha provato gli occhiali e le applicazioni di realtà aumentata o di realtà virtuale sa che cosa si prova. La sensazione fisica di essere in un mondo reale, altrettanto reale è fortissima. E siamo solo agli inizi. È sicuro che nel futuro prossimo, immediato avremo un ampliamento protesico, o endoprotesico, delle nostre percezioni. Ma quali categorie estetiche possiamo applicare a questo mondo? Sono ancora valide? Ne dobbiamo trovare delle altre?

9) Creare spazio. La frontiera culturale che ci attende è quella di creare spazio. Anche se potessimo immediatamente diventare tutti virtuosi, oramai ci dicono che abbiamo già consumato il nostro pianeta. Io non sono un fanatico di questo dogma del consumo di suolo, dato che va sempre ben temperato, altrimenti si rischia di fare confusione. Abbiamo consumato spazio in Italia, ma negli ultimi 20 anni sono cresciuti anche i boschi. I boschi sono luoghi molto più naturali dell’agricoltura. Oggi l’agricoltura intensiva è un’officina, una grande officina, i cui salariati hanno le radici nel campo. Detto ciò, noi non possiamo fare altro che creare nuovo suolo, nuovo territorio, perché non è riducendo di qualche ettaro i nostri piani regolatori che salveremo il pianeta. Il nuovo suolo è dato dalle vertical farm, dal coltivare il mare, dal creare proteine di sintesi, da coltivare nello spazio, dal colonizzare satelliti e altri pianeti. Dico questo non perché mi faccia particolarmente piacere, ma perché i nostri amici ambientalisti mi dicono che siamo già in ritardo.

10) E l’architettura? I nodi tra architettura e paesaggio sono molteplici. Tuttavia oggi voglio usare il paesaggio per ragionare sulla differenza tra progetto e restauro. Se quello che dice Leopardi è vero, se quello che dice la Convenzione del Paesaggio è vero, se si assume un’ottica attenta al paesaggio, la differenza tra il progetto del nuovo e il recupero dell’esistente tende a scomparire. Non c’è mai un nuovo progetto: il foglio non è mai bianco. Qualche anno fa, quando insegnavo all’università, mi capitavano studenti che dicevano di aver il blocco del foglio bianco. Innanzi tutto il foglio è bianco perché non hai una teoria. E il foglio bianco in sé non suggerisce nulla, anche se continui a guardarlo per molto tempo. E la prima teoria dovrebbe essere questa: che è impossibile non essere in un luogo, in un paesaggio. Noi siamo sempre in un paesaggio, e la costruzione della nostra nuova villa (il sogno di ogni architetto), non è altro che il restauro di una costruzione più ampia che si chiama luogo: paesaggio, appunto. Siamo a Montefalco: pensiamo per un attimo di dover intervenire sul “Fungo”. Si tratterebbe di sola architettura? O non invece di paesaggio? E nel momento in cui lo si è costruito, si è costruito solo un nuovo oggetto architettonico, o si è modificato (significativamente), sul paesaggio? Ovviamente uso qui la parola restauro in un’accezione che è impropria: solo per contrapporla al progetto ex-novo. E se non c’è un paesaggio, che per me è sempre una costruzione intellettuale e quindi simile concettualmente all’architettura, c’è almeno un territorio, un ambiente: il sole, i venti dominanti, l’esposizione, l’umidità, ecc. C’è sempre qualcosa da cui partire. C’è sempre troppo da cui partire: la realtà è spesso sovrabbondante, per chi sa guardare. La difficoltà è semmai nello scegliere la giusta partenza, la giusta distanza.

* Traccia dell’intervento tenuto a Montefalco il 25 novembre 2022, invitato da Fondazione Sorella Natura


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