Recentemente il professor Michele Chiuini ha prodotto 4 articoli con cui ha denunciato gli errori di Aldo Rossi a Fontivegge. Possono essere reperiti qui: https://www.perugiatoday.it/…/libero-pensiero…
Ha scritto poi sullo stesso argomento il prof. Paolo Belardi qui: https://www.perugiatoday.it/…/libero-pensiero-perugia… Altri articoli, di singoli architetti o di gruppi sono apparsi su Facebook. L’argomento sembra quindi essere di attualità. Va riconosciuto dunque da subito al prof. Michele Chiuini il merito di aver aperto una discussione sul tema, anche con un un tono franco e con delle argomentazioni di merito. Argomentazioni che mi permetto di contestare a titolo personale, in maniera a-sistematica, come architetto appassionato della materia. Innanzi tutto, bisognerebbe distinguere un po’ più chiaramente quello che è la responsabilità di Aldo Rossi dalla responsabilità della politica e dalla conseguente responsabilità del pianificatore. Stabilire i confini, comprendere qual è il dominio della funzione. Altrimenti la critica vira subito verso la facile polemica. Nell’articolo, invece, vari registri si sovrappongono. Il tema era, nel 1970, rispondere a un bando di concorso in un’area molto complicata per quote e viabilità, e non risolvere tutti i problemi di una parte importante della città. Ma andiamo con ordine, seguendo le affermazioni del Prof. Chiuini.
Chiuini dice: “Gli edifici di Aldo Rossi, a Fontivegge, voltano le spalle alla strada: voltano la schiena a via Mario Angeloni, con il risultato di devitalizzarla. Volgere la schiena degli edifici significa collocare le funzioni di servizio (garage, raccolta rifiuti, scale, ascensori, bagni) sul lato strada e le attività sociali (negozi, ingressi delle abitazioni, vani abitabili, balconi) all’interno dell’isolato”. Ora, a mio avviso l’errore è il considerare le strade tutte uguali, quando non lo sono. E non lo sono per le funzioni che svolgono, e anche a causa delle loro dimensioni. Via Mario Angeloni non è Corso Vannucci, tanto per rimanere a Perugia. Immaginare il lato sinistro (in sinistra veicolare), di Via Mario Angeloni come un lato pieno di negozi, vetrine e dehors quello sì sarebbe un errore. Percorrere Via Mario Angeloni in sinistra per andare dove, poi? Non solo nel 1970, ma anche oggi? Per salire fino ai semafori di Via XX Settembre? Via Mario Angeloni era ed è una via poco “amichevole”, poco adatta ad avere attraversamenti pedonali a raso: il lato destro e il lato sinistro parlano due lingue differenti, e sarà così per molto tempo ancora. Attraversare Via Mario Angeloni è pericoloso. Aldo Rossi mette le attività sociali non all’interno dell’isolato, ma verso la piazza: fa l’unica operazione culturale e intellettuale possibile e sensata: trovare all’interno del proprio ambito di progetto un elemento rigenerativo per lo sviluppo futuro della città. A partire da lì: non per finire lì. Gli spazi i luoghi le attività di maggiore interesse si rivolgono verso la piazza e girano le spalle a quella che era ed è una trincea urbana. E inoltre, poiché il dibattito aumenta di interesse con il confronto, bisognerebbe immaginare che cosa avrebbero prodotto il progetto di Mario Botta o di Kenzo Tange (pure partecipanti al concorso), per capire che all’epoca il l’amministrazione comunale di Perugia fece la scelta giusta. Il lotto a disposizione è in quella situazione già difficilissima nel 1970, per dimensioni, quote e viabilità, non a causa di Rossi: malgrado Rossi.
Il secondo madornale errore sembra essere quello del broletto: “Dall’altro lato, a ovest, il Broletto è costruito sopra la via Cortonese, creando uno spazio che è tra i peggiori che si possano pensare in una città: un tunnel veicolare, buio e sporco, che ha l’unico scopo di smaltire un traffico veicolare intenso, creando una barriera per i pedoni”. Non capisco come avremmo potuto collegare la viabilità a monte della ferrovia con quella a sud se non facendo defluire il traffico in questo modo. Continuando a passare per Case Bruciate? Arrestare l’edificio regionale prima di Via Cortonese avrebbe tombato qualsiasi idea di piazza e tutto l’isolato sarebbe diventato un’enorme rotatoria. L’altra possibilità quella di scavare un vero e proprio tunnel con ingresso su Via Capitini e uscita a valle della ferrovia, con difficoltà inimmaginabili di ricollegare il traffico locale. L’edificio-ponte mi sembra una soluzione intelligente per risolvere problemi di spazio e di traffico allo stesso tempo. L’edificio a ponte consente di dare più “aria” alla Piazza che si va componendo, scavalcando i limiti imposti dalla viabilità. Mi pare questo uno degli elementi più interessanti del progetto di Rossi: fare spazio. Uscire dai limiti imposti dalla viabilità di scorrimento.
Sulle piazze: confrontare piazza del Campidoglio a Roma con Piazza del Bacio a Fontivegge è abbastanza facile. E imputare a Fontivegge di avere poche persone che animino la piazza anche. Ma sicuramente l’esempio è stimolante ed è bene tenerlo a mente. Ci torno tra poco. Sul rapporto tra le “piazze”: veramente vogliamo parlare di Vittorio Veneto in termini di piazza? Viene in mente a qualcuno una piazza frontistante una stazione ferroviaria che sia una vera piazza e non solamente un hub di scambio intermodale tra treno, autobus, taxi, tram? No. Perché la piazza della stazione è il luogo del transito per eccellenza, il luogo dei flussi, e non della socialità. Nessuno va in piazza della stazione per restare lì: dalla piazza della stazione si vuole generalmente andare via il prima possibile. Quando si esce dalla stazione e ci si ferma sotto il suo pronao laico si può guardare a destra o a sinistra. A destra abbiamo l’edilizia un tanto al kg, o meglio un tanto al metro cubo. A sinistra abbiamo un brano, incompleto ma significativo, d’architettura. Questa è, ridotta ai minimi termini, la differenza. Poi possiamo imputare a Rossi tutti gli errori del mondo, a patto di vedere anche gli errori degli altri, anche molto vicini. Ancora: esco dalla stazione e vedo una grande scalinata e un angolo urbano che mi dice che lì, subito dopo il cilindro, c’è una parte di città, anticipata appunto dalla scalinata e dal cilindro, da un angolo risolto compositivamente con le proporzioni della città. La grande scala (il Campidoglio torna, fatte tutte le debite proporzioni), è uno degli elementi della composizione urbana, come è sempre stato nella storia della migliore architettura. Veramente possiamo rimproverare a Aldo Rossi le barriere architettoniche per uno spazio urbano nel 1983?
In chiusura: personalmente non sono contro la demolizione, purché alla demolizione segua un progetto migliore, un destino migliore di quello che c’è. Non condivido il valore tutto positivo che l’amico e il professore Paolo Belardi vede nel fatto che la Soprintendenza abbia in animo di vincolare il complesso, poiché questi vincoli si trasformano spesso in Italia a obbligazioni rigidissime e al mantenimento dello status quo. Eviteremmo sì la demolizione, ma anche il completamento. Io invece mi auspico che la piazza venga completata, magari con un buon bando di concorso. Tuttavia chi conosce la materia sa che indire un concorso non ha senso se la proprietà privata non ha questa volontà. La soluzione di un’area così complessa può passare solo da un accordo pubblico privato, formale e sostanziale. Trovato l’accordo sarà facile poi individuare il percorso amministrativo più adeguato.
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