Premessa
Questo breve scritto dovrebbe diventare parte di un lavoro più organico e strutturato che riguarda i modi dell’abitare in Umbria nello Spazio Rurale. Lavoro che necessita di più tempo (che spero di potermi concedere), e di altre collaborazioni, per essere ben documentato, anche sotto il profilo fotografico. Questo scritto è un po’ la mossa d’apertura di una partita a scacchi: un gambetto di donna.

La tesi è questa, in maniera ruvida, aspra: l’abitazione rurale che tutti veneriamo come vera (pietra arenaria faccia a vista, zampini di castagno, coppi e controcoppi), è falsa. E prima ne prenderemo coscienza e prima potremo immaginare un nuovo paesaggio.

L’abitazione rurale umbra, in questi anni, si è trasformata e articolata. Mentre prima potevamo classificare in due grandi categorie le residenze dello spazio rurale, oggi non è più possibile perché la tassonomia si è ampliata.
Prima poteva esserci la casa padronale e il casolare (mezzadrile o colonico). La differenza era data innanzi tutto da questioni censuarie. [Fare esempi di ville padronali e case rurali del passato anche saccheggiando Desplanques]
Tuttavia entrambi i tipi mantenevano con il territorio un rapporto economico, più mediato il primo e meno il secondo. La villa padronale era infatti anche il centro amministrativo (di comando e di controllo), dell’attività fondiaria, dell’attività agricola, dell’attività immobiliare. L’abitazione del contadino (mezzadro o piccolo proprietario qui non fa differenza), era invece molto più strettamente legata all’attività di coltivazione del fondo: coltivazione che includeva spesso anche l’allevamento di qualche capo di bestiame.
E dunque il tipo della casa era molto semplice e razionale (vedi anche Desplanques), spesso con le stalle al piano terra, con le scale a profferlo, ecc.
Ed è questa l’immagine prevalente della casa rurale umbra che si vorrebbe mantenere (Soprintendenza in testa), senza capire che i modi della produzione agricola hanno posto fuori dal tempo quel tipo. Oggi non è possibile per esempio pensare alla stalla dei bovini al piano terra del casolare. E dunque queste case coloniche vernacolari si sono trasformate in altre cose: residenze (a volte), agriturismi, ristoranti, luoghi del benessere (spa et similia): soprattutto luoghi della vacanza.
Anche nel caso delle residenze si è tuttavia perso il rapporto produttivo con il territorio, con la campagna. Si vive in campagna, non si vive della campagna. Chi vive in questi casolari fa spesso un altro lavoro: imprenditore, commerciante, libero professionista di successo. Questi casolari sono spesso “restaurati” da geometri che non hanno avuto paura della hybris, o da architetti che hanno smesso di farsi troppe domande e che hanno fatto dunque operazioni di “anastilesi” agricola. Questi casolari non hanno più nulla di rurale, né all’interno, né all’esterno. All’interno l’uso dei locali è di soggiorno loisirs (grandi soggiorni, archi e archetti come se piovesse, televisioni da 100 pollici, quando non anche biliardo). All’esterno si è tenuto il minimo bagaglio iconico possibile che tiene ancora unita quest’immagine di casolare tipico: il tetto in coppi, la gronda in zampini di castagno, il comignolo di mattoni …
Le altre cose, infatti, sono “invenzioni” postume e posticce: la pietra faccia a vista sulle facciate, le pianelle di laterizio che fasciano il fabbricato a mo’ di marciapiede e che si allargano fino all’immancabile piscina, l’illuminazione esterna, i parcheggi sotto le tettoie fotovoltaiche, ecc., sono tutte cose che ovviamente non c’erano nella “vera” casa rurale. Le case quando possibile erano intonacate, poiché la pietra grezza si sfalda facilmente alle intemperie (e costruire in pietra costa fatica); le case non avevano un marciapiede pulito di laterizi poiché appoggiavano direttamente per terra (solo l’aia era eventualmente pavimentata e per ovvie ragioni produttive); di illuminazione esterna non si parlava (era già tanto avere quella interna); il parcheggio coperto non era proprio un tema all’ordine del giorno; non vi era un cancello imponente poiché non vi era un granché da annunciare o da difendere.
Dunque: oggi chi ha i mezzi (molti), si è tenuto o si è appropriato della grande villa signorile. Questa villa non sempre è rimasta centro amministrativo della grande azienda. Spesso è divenuta attività turistica, spa, albergo, ecc.
Questo tipo di ville è spesso tutelata puntualmente dal Codice dei beni culturali, e quindi le trasformazioni fisiche nel tempo sono state limitate, per quanto possibile.
Gli annessi di queste ville o di casolari di pregio sono stati trasformati in altre residenze o altri agriturismi. E’ saltato tuttavia il rapporto di scala poiché anche oggi per vivere della campagna occorrono (vado a naso) almeno 10 Ha a famiglia, in pianura. E invece oggi vediamo proliferare questi casolari (finti), con un lotto di 2.000 mq di terreno che ovviamente non possono garantire la sufficienza alimentare nemmeno di una persona. Queste casette finto rustico sono solo lottizzazioni in campagna, con tutto il corredo di cancelli, recinzioni, luci esterne, piscine, siepe di lavanda, ecc. Sono casolari che solo apparentemente sono residenze in armonia con il terreno circostante, ma che spesso rifiutano quasi il rapporto con le coltivazioni, gli allevamenti e, in breve, la vita di campagna.
Chi non ha i mezzi e vive della campagna, oggi abita in un casolare ristrutturato alla bell’e meglio, oppure abita in un’abitazione molto semplice, costruita negli anni ’70, spesso progettata da geometri (onesti professionisti), che però oggi ci fanno inorridire. Edifici tozzi, a due piani (tre se un figlio è rimasto), con la scala interna, infissi in alluminio anodizzato, intonaco in cemento e quarzo graffiato, con tinte che vanno dal grigio spento al verde acido al rosa tenue, tetto in tegole marsigliesi. Il piano terra è destinato a uno spazioso garage, un fondo, una cantina e poco altro.
Gli attrezzi per il lavoro (trattori, erpici, aratri, seminatrici, pressatrici, ecc.), sono tutti alloggiati in fabbricati molto semplici: 4 pilastri e una copertura spesso in lamiera metallica se non in lastre di fibrocemento. Lo stesso dicasi per i fienili. Le stalle hanno generalmente un grado di solidità in più poiché devono resistere all’usura degli animali alloggiati e quindi sono in muratura.
Il rapporto con la strada è altresì emblematico. La casa rurale di un tempo cercava la massima prossimità con la strada pubblica, che costituiva un valore infrastrutturale vero. Mentre oggi il rapporto con la strada pubblica è considerato un minus. Tutte le case che adoriamo hanno generosamente regalato al Comune un altro tracciato, sdemanializzando il tracciato originario, allontanandosi dalla dalla strada pubblica.
I casolari superstiti, riadattati con la minima spesa, li troviamo nelle zone più povere dell’Umbria e ovviamente salendo verso le nostre montagne, le nostre zone interne. Sono in pietra faccia a vista (di dubbio se non modesto magistero), perché l’intonaco è caduto. Gli infissi sono fatiscenti: qualcuno è stato rimpiazzato con l’alluminio. Gli impianti elettrici sono pericolosamente aggiustati cercando di nascondersi sotto traccia, ed evidenziando ovviamente una traccia ben più visibile. Il bagno è stato collocato all’interno dividendo un locale preesistente e bucando la muratura dove serviva per una piccola finestrina. Al piano terra resistono ancora fondi cantine garage, mentre gli animali sono stati un poco allontanati in altre strutture. Ovviamente non ci sono marciapiedi e piscine.

La casa rurale del Desplanques non esiste più ed egli stesso sarebbe molto critico verso la nostra ostinazione a mantenerla come riferimento.
Quello che noi veneriamo insomma (la casa rurale umbra), è un fantasma, retaggio di un rapporto ormai completamente disaccoppiato dal territorio, e dunque dal paesaggio. Quel mondo rurale non esiste più: prima ne prendiamo coscienza e prima potremo dare luogo a un nuovo rapporto con il paesaggio. Anzi, poiché dico sempre che è impossibile non essere in un paesaggio (non c’è un paesaggio “fuori” con cui avere un rapporto: noi siamo il paesaggio), prima ne saremo consapevoli e prima potremo costruire un nuovo autentico paesaggio.


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