Sono stato invitato da Paolo Belardi il 3 novembre alla Sala dei Notari di Perugia, a discutere insieme a Andrea Margaritelli (INARCH) e Alessandro Bruni (INU), di due progetti illustrati dai rispettivi progettisti. I progetti erano la Cantina Antinori dello Studio Archea e la Scuola di Riccione di Pietro Carlo Pellegrini (con un’aggiunta fuori programma di cui dirò più sotto). La cantina Antinori è stata illustrata da Laura Andreini. Mi ero preparato due o tre temi che sono stati sostituiti da una risposta a una domanda che mi è stata posta da Paolo Belardi. In ogni caso, come sempre mi succede, l’ascolto dei progettisti e dei relatori mi avevano già convinto a cambiare argomentazioni. Quindi ecco di seguito il risultato di pensieri ex-post.
Nel caso della Cantina Antinori ci sono diverse cose da dire, partendo dalla premessa che si tratta di una riuscitissima opera d’architettura, in cui il talento dei progettisti e la lungimiranza del committente emerge in maniera palese. Un’opera che ha aperto in maniera “aurorale” (come ho detto), tutta una stagione di opere ipogee.
Una prima riflessione che voglio fare è che quest’opera ci costringe a dei filtri estetici inconsueti perché di fatto i prospetti quasi non ci sono. Ce n’è solo uno, aperto verso valle, che si presenta come una feritoia, come un taglio orizzontale sul fianco della collina. Ma questo taglio non ha alcuna ambizione “prospettica”: direi anzi che egli stesso, che il progetto stesso avrebbe potuto fare a meno di questi. Il vero unico prospetto è la pianta della copertura, che in questo caso è la pianta della nuova superficie terrestre. Il “quinto” prospetto, che dimentichiamo spesso, diventa qui il primo prospetto.
E’ un progetto dunque che bisogna apprezzare dall’alto o in sezione, nei particolari, nei materiali.
Questa difficoltà di lettura mi fa pensare anche al fatto che ci potrebbe essere una difficoltà di concezione. Credo che cominciamo ad avere paura di fare edifici fuori terra e credo (mi si passi l’espressione), che sia “più facile” costruire sottoterra, dove la “tensione” può essere controllata meglio. Se non siamo bravi come lo Studio Archea, possiamo sempre limitarci a poche cose in superficie, con la scusa dell’ambiente, del paesaggio, ecc., e cercare di risolvere il tema tutto “da dentro”. Non vorrei insomma che il costruire sotto terra fosse l’”animale da soma” per evitare la difficoltà di fare oggi un edificio fuori terra.
Adesso che abbiamo visto l’insediamento ipogeo di Antinori pochissimi di noi avrebbero coraggio di pensare e realizzare un edificio fuori terra in quel luogo. Invece dobbiamo avere il coraggio di farlo: di immaginarlo e di farlo.
Ancora: la soluzione ipogea della Cantina Antinori (al limite del capolavoro, perché no), non può essere una soluzione praticabile per il tema della città contemporanea e per il tema del consumo di suolo, dove il tetto verde è ormai una conquista sedimentata da tempo, nella cultura e nella prassi. Non credo sia una soluzione vincente e replicabile tout-court, insomma.
Nel caso e nel merito del progetto ravviso poi una contraddizione e un aspetto psicologico un po’ curioso: ci si rifugia profondamente nel fianco della montagna, ma allo stesso tempo si fanno tutte le pareti di vetro (anche le sale riunioni), per non perdere mail il rapporto con il paesaggio e anzi per sentirsi sempre immersi nel paesaggio. Con lo stesso intento si realizzano delle grandi aperture zenitali per riguadagnare il rapporto con la luce e con l’aria.
Ma tutto questo sarebbe stato molto più facile realizzando un edificio fuori terra, sul terreno, (e non dentro), che avrebbe usufruito immediatamente di luce, aria e paesaggio! Ci si allontana dal, ma non si vuole perdere il rapporto “con” il paesaggio. Si scava nella terra ma non si vuole perdere il rapporto con il cielo e la luce.
I casi presentati, soprattutto quello della Cantina e del secondo progetto presentato da Pellegrini (una villa in cemento armato, abbandonata allo stato grezzo nella campagna, ripresa e restaurata), fanno pensare che ormai più di un’architettonica, più di un’urbanistica, abbiamo bisogno di una kepostica. Riprendo questo termine non per fingermi sapiente, ma perché non ne ho trovato un altro che condensasse quello che voglio dire. E cioè che il nostro paesaggio, dopo l’11 luglio 1969, è la Terra intera: è il Pianeta Terra. E che non può più essere visto, sentito, apprezzato, studiato, percepito, come un fatto territoriale o ambientale, ma deve essere curato come fosse un giardino. Ancora oggi sento parlare di autorizzazioni ambientali quando in realtà si tratta di autorizzazioni paesaggistiche, confondendo ancora ambiente e paesaggio, paesaggio e territorio.
Occorre una sensibilità “esaltata” per comprendere che il foglio non è mai bianco, che il paesaggio non è più innocente, che il paesaggio è stato sempre frutto dell’incontro tra l’Uomo e la Natura. Che siamo dunque, oggi, più in un giardino che non in un ambiente.
Un’altra riflessione che metto sul tavolo è questa: noi creiamo sempre suolo. Gli edifici sono sempre nuovo suolo. Sono sempre stati nuovo suolo. Possiamo andare sotto o, come abbiamo sempre fatto, andare sopra la crosta terrestre. Creiamo suolo per coltivare, per allevare, per abitare. Il cielo è stato, dal ‘900 in poi, nuovo suolo. Lo Spazio sarà nuovo suolo per i nostri discendenti.
E qui mi allaccio a un tema introdotto da Andrea Margaritelli, che oggi trova facile consenso: il suolo è una risorsa limitata, e dunque ci sono, ci devono essere, dei limiti a questa crescita lineare. E’ facile convenire. Ma è davvero così? I limiti non sono anche quelli che noi ci poniamo? Lo dico con un esempio al quale sono molto affezionato: la scena del Tuffatore di Paestum. Io non sono un “fanatico” della scienza, ma il tuffatore di Paestum è l’esempio lampante di cosa sia stato un limite. Il tuffatore presuppone, implica, un rapporto ludico con il mare, prima visto come territorio ostile o al massimo come risorsa per ottenere pesci. Il “tuffatore”, invece, si tuffa per divertirsi. C’è una scaletta per arrivare al trampolino. L’acqua è profonda, dunque sa nuotare. Ecco: il tuffatore infrange un limite (no, non infrange: infrange è brutto): dà un altro senso al mare. Fa un’operazione estetica, direi quasi: amplia la nostra conoscenza. Il mare diventa altro territorio, altro paesaggio. Altro suolo, forse.
Credo dunque che noi, ma soprattutto i nostri discendenti troveranno altro suolo per abitare, per coltivare, per oziare, e non necessariamente questo sarà visto come un fatto negativo poiché il rapporto non sarà necessariamente distruttivo. L’ampiezza dei cerchi dell’economia circolare non è data a priori.
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