Tecnicamente, il Cretto è come me lo aspettavo. Il cemento armato, le proporzioni strette delle viuzze, l’altezza dei singoli getti, il colore, la grana del calcestruzzo … E questo spaesamento lo avevo in qualche maniera vissuto a Berlino, nel Memoriale degli ebrei di Eisenman.
Ma il gesto di Burri a Gibellina vecchia condensa così tante idee che Berlino si ridimensiona di molto. Burri arriva anni dopo tutto questo, ma l’idea è lo stesso potentissima.
Il Cretto è silenzio, lenzuolo bianco, labirinto aperto, giardino dei passi perduti, memoriale, tomba, Via Crucis, Sacro Monte, espressione di conflitto interno.
Innanzi tutto il silenzio. Ma non solo del Cretto. Anche prima, sulla strada, c’è un silenzio antico, un silenzio che viene da lontano, da tutto quell’orizzonte. Certo, quando vi sono arrivato era una giornata molto calda, ma non vi era alcun rumore di fondo: automobili, trattori, qualche richiamo di una mucca, di una pecora, la campanella di un capobranco … niente: solo un filo di vento tra l’avena ormai bionda e resa quasi diafana dal sole, e un odore di terra asciutta, un leggerissimo odore di finocchio selvatico, di cicoria, di erba di campo.
Nel Cretto, poi, il silenzio era ancora maggiore, quasi assoluto, avrei detto amplificato (ma si può amplificare il silenzio?). Si sentivano perfino i passi di un altro visitatore, lontano, nel labirinto, tale era appunto il fondo silenzioso su cui potevano risuonare in piena autonomia.
Il Cretto è un grande lenzuolo bianco, steso pietosamente sopra le salme. Un segno di pietà a posteriori. E’ tornare al 16 gennaio 1968, e riconoscere che nulla sarà più come prima, che lì è passato qualcosa più forte di noi tutti, e che bisogna fare silenzio, avere pietà di quei morti. Burri è stato anche medico e forse avrà pescato dalla sua esperienza vissuta anche questo rito umanissimo di coprire le salme.
Il Cretto è un labirinto, come già anticipato. Ma un labirinto in cui non ci si perde, poiché le macerie sono coperte ad una certa altezza e dunque si può vedere. Si può vedere dove si è ed è un labirinto in cui si può essere visti, poiché il colore (qualsiasi colore), risalta facilmente sullo sfondo biancastro del Cretto. E dunque è un labirinto dove ci si perde solo perché ci si vuole perdere. E’ un labirinto atipico perché non vi è un ordine regolare da seguire: si può iniziare da una parte e limitarsi a una sola parte, per esempio. Vi sono più ingressi e più uscite possibili: un labirinto “aperto”. Non è un labirinto canonico, insomma. Ma per comprenderlo bisogna passarci dentro e perdersi, abbandonarsi al caso, al desiderio dell’ultimo secondo. E allora lo si percorre come un “jardin des pas perdus”, se l’immagine del giardino può flettersi fino a questo punto. Perché il giardino evoca i colori, i fiori, i profumi, il verde, gli uccellini, il fresco: tutte cose qui negate o portate all’opposto: un solo colore dominante, nessun profumo, nessun fiore, nessuna frescura. La locuzione in francese mi consente tuttavia di trarre un altro senso, e un’altra emozione. Il Cretto è il contrario di un giardino (qual è in italiano la parola che indica “il contrario di un giardino”?), come appena detto, ed è (anche), un luogo dei passi perduti, un luogo dove appunto si cammina, si consumano i passi. Ma in francese “pas perdus” può leggersi anche come “non persi”. Quel luogo, quello spazio, è il giardino (mi si consenta ancora l’immagine), di coloro che non sono persi. E non sono persi perché, paradossalmente, qualcuno va a perdervisi. Per onorare quel luogo bisogna passare, bisogna attraversarlo. Quel transito, quel nostro transito, diventa una sorta di Via Crucis “orizzontale”, diffusa, laicizzata, che ognuno di noi deve fare per capire, per uscire con una sensibilità intensificata, per uscire con un guadagno netto di umanità. Una Via Crucis che non ci conduce ovviamente a nessun Golgota, ma che ci obbliga a portare, almeno un po’, la croce del ricordo. Gibellina vecchia è un Sacro Monte non “schiacciato” sulla sola cristianità, non limitato alla sola fede cristiana, ma non per questo meno sacro. Il Cretto è quel Sacro Monte dove ogni prisma sghembo, di cemento armato e bianco, è un’edicola.
Ancora: il Cretto è una tomba, un cimitero. Un cimitero dove i morti riposano a casa propria. Paradossalmente, non è quello che chiedono gli anziani (e anche i meno anziani), quando vedono purtroppo avvicinarsi l’ora di andarsene? Non vogliono, non vogliamo tutti, tornare a casa? Ecco in questo caso la tomba coincide con la casa. Lo so, è un punto doloroso e scandaloso. Come sempre quando muore una persona cara, sentiamo di essere arrivati in ritardo. Avremmo potuto salvarlo? Non lo sapremo mai. Scientificamente, razionalmente ci diciamo di no. Intimamente, invece, pensiamo di sì. E allora immagino e sento il dolore di chi ha perso la madre o la figlia lì sotto e non ha potuto nemmeno seppellirla con un rito ordinario. Il dolore di saperle lì sotto e di non poter fare assolutamente nulla, nemmeno per tumularle. Il dolore dei morti si unisce in casi come questi al dolore dei sopravvissuti. Dunque la scelta più difficile credo, per Corrao e tutti gli altri: lasciarli, finalmente, riposare lì. A un certo punto avranno smesso di cercare i corpi, e in quel momento il dolore ha trovato il suo culmine.
Infine il Cretto è certo la terra che si spacca, la frattura: le fratture. Non è una semplice frattura, con una direzione. Non vi è un taglio netto. E’ tutto il sistema che si frattura, che SI frattura da solo. E’ tutto il sistema che era in tensione, e le fratture, i tagli, non vengono da un agente esterno, ma dall’interno. Le fratture, senza una direzione precisa, non hanno senso, non hanno UN senso. Tutto questo dolore non ha senso, eppure dobbiamo trovarne uno.

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