Sulla ginestra ho già detto tante cose. Penso che insieme alla cicoria sia stata una delle piante che ci ha aiutato di più a sopravvivere nei primi anni in campagna. Le foglie sono diverse da quelle che siamo abituati a vedere sulle altre piante: sono lunghe e lisce, come se fossero le “spine” di un istrice, e quindi non c’è un sopra o un sotto. E’ un arbusto molto leggero e poco denso, quindi la sua ombra è sempre un’ombra molto leggera e quindi è un’ombra buona, a differenza dell’ombra del noce, per esempio, che è troppo cupa. D’estate quando si è sudati non va bene sedersi all’ombra del noce: molto meglio un salice o un bell’arbusto di ginestra. Anche se verde, la ginestra arde benissimo e crèpita nel fuoco, come l’alloro e funziona quasi da starter per accendere il fuoco. Le sue foglie, raccolte e legate hanno fatto da tamponamento esterno in molte baracche, riparandoci dal vento e dalla pioggia e fornendo alloggio a pecore e capre. Le stesse foglie, legate e piegate in modo diverso, servivano per pulire la canna fumaria del camino. Ancora le stesse foglie servivano a scaldare il forno dove cuocevamo i primi pani fatti in casa. E infine servivano a fare le prime ramazze per la pulizia delle stalle o dei piazzali. Nonna raccontava sempre che da piccola, nei torrenti ai piedi del Monte Catria, battevano la ginestra, la sfibravano, e con quei fili rudimentali facevano anche dei vestiti …
Le ginestre sono state le prime ad arrivare su quei terreni resi ancora più brulli dal passaggio del bulldozer che zia aveva voluto per spianare le pendenze troppo forti. Chissà perché questa “fissa” di zia: le colline un po’ livellate avevano creato dei riporti di terra con pendenze molto più forti. Chissà perché questo puro esercizio di potere, di dominio: un gesto da Capricorno? I primi anni il paesaggio dei campi era “lunare” perché in alcuni punti in alcune aree lo scavo era andato ben oltre il metro di profondità e si vedeva l’argilla grigio-bluastra, che avrebbe resistito per molto tempo. Le ginestre, comunque, sono pioniere e quindi riuscivano a crescere su quei terreni.
Le ginestre sono di due tipi: quella cosiddetta dei carbonai, che da noi cresceva solo nel bosco, e quella comune. La pioniera è questa ultima: forse l’altra ha bisogno di maggiore ombra, di maggiore umidità. Quella dei carbonai è più morbida, più mite, più piccola. La ginestra comune ha i fiori gialli di un bel giallo intenso, e profumati, e duraturi. E’ proprio un bello spettacolo vedere cespugli e macchie di ginestre in fiore con il contrasto giallo-verde. I primi fiori arrivano a maggio e poi continuano per un bel po’ durante l’estate. Dopo una pioggia sono piene di lumache, che salgono dal basso sui rami lisci. Il profumo della ginestra per noi significava solo che la scuola stava per finire. E mi dispiaceva che un mio idolo, Leopardi, avesse connotato negativamente la ginestra nelle sue ultime composizioni.
Il fiore contiene sparteina, o meglio solfato di sparteina, che nelle mie letture adolescenziali avevo compreso essere un componente del siero antivipera. Il nome del composto era già così allusivo che mi immaginavo bastasse strofinare sul morso dei fiori pestati per avere salva la vita. Da ragazzino a Spoleto infatti mi divertivo a cacciare le lucertole (ovviamente), e poi in campagna ero passato ai serpenti e dunque alle vipere. Ne ho catturate un paio: mi ero fatto una cultura su di esse, sul fatto che non hanno orecchie e che, prese per la punta della coda, non riescono a tornare su e a mordere. La cosa mi aveva fatto sorridere poiché anche le vipere non avevano abbastanza “addominali” per tornare su con la testa. Rocky Balboa sì e le vipere no.
Quando sarò ricco pianterò nel mio giardino molte ginestre: glielo devo.


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