C’era solo l’Alfasud in casa e dunque, avendo conseguito anche io la patente di guida, dovevamo un po’ dividercela con Patrizio. Quel giorno d’estate era uno dei “miei” giorni. Ci eravamo accordati perché lui lasciasse la macchina vicino alla stazione ferroviaria, nel grande piazzale che vi era tra la recinzione del vecchio cotonificio e l’area dei binari. Il piazzale era ancora in ghiaia. La stazione di Spoleto si trova in fondo al Viale della Stazione (appunto), lungo circa 700 m, e con un dislivello significativo rispetto all’innesto con Via Flaminia. Era costume tra noi lasciare le chiavi dietro la ruota lato guidatore, a terra.
Io volevo uscire con lei, il pomeriggio. Le avevo anticipato qualche giorno prima che quel pomeriggio sarei passato alle 16,30 al massimo a casa sua. Dunque mi sono messo la camicia buona e ho fatto in piena estate i quasi 4 km di strada bianca che portavano alla fermata dell’autobus delle 15,40. Avevo messo da parte anche pochissimi soldi per poterle offrire qualcosa. All’arrivo a Spoleto, alle 16 circa, ecco che viene giù il diluvio universale, mentre io mi incammino dalla fermata di fine corsa verso la stazione. Ma non era certo un temporale estivo che poteva preoccuparmi a vent’anni. Dunque continuo a camminare sotto la pioggia, anche se questa comincia a diventare un vero e proprio diluvio. Decido dunque, a tre quarti del percorso di rifugiarmi sotto una vetrina di un negozio e comincio a guardare questo temporale pazzesco che non sembra voler finire presto. Mi dico che comunque ho ancora tempo (mi prendevo sempre, come ora, un po’ di anticipo). Guardo infine questo fiume d’acqua che scende lungo il viale, le cui caditoie non riescono più ad assorbire una tale mole d’acqua. Seguo con lo sguardo piccoli oggetti trascinati dalla corrente: mucchi di aghi di pino, foglie vecchie, pacchetti di sigarette, volantini vari e realizzo che tutta quest’acqua è destinata … al parcheggio sterrato della stazione!!! Comincio a correre verso la stazione inzuppandomi completamente e da lontano vedo che l’Alfasud è circondata da un quindici centimetri di acqua sporca. Mi tolgo le scarpe, arrotolo i pantaloni fino ai polpacci, la camicia fino al gomito, e mi avvicino di gran carriera all’auto. Ci sono diversi spettatori di questa scena, al sicuro, sotto la grande pensilina della stazione: chi aspetta l’autobus, chi qualcuno che lo venga a prendere, chi è molto in anticipo sul treno … Immagino che mi prendano per un tipo strano, ma non mi importa: il mio unico timore è che chiamino i carabinieri o la polizia. Arrivo alla macchina e comincio a tastare il terreno dietro la ruota e fortunatamente lì non c’è stata corrente e quindi le chiavi ci sono ancora. Le asciugo (si fa per dire), entro e metto finalmente in moto. Mi tolgo la camicia, srotolo i pantaloni e metto l’aria calda al massimo. I vetri cominciano subito ad appannarsi quindi decido di aprire un po’ i finestrini (il temporale sta finendo), e faccio due giri interi di Spoleto in seconda marcia con il motore su di giri e l’aria calda al massimo. La strategia funziona, solo che sto facendo tardi e a me non piace e poi penso è uno dei primi appuntamenti con la macchina a disposizione: lei può, io no. Passo al bar vicino a casa sua e decido di comprarle un cornetto Algida, diminuendo subito del 25% il mio budget. Parcheggio sotto casa, faccio i tre piani di corsa, suono il suo campanello, con il gelato in mano, ancora in buono stato. Lei apre la porta e con quel sorriso che mi ha sempre fregato, mi dice: “Oggi non ho voglia di uscire, mi dispiace. Non ho proprio voglia.” Non ricordo quale altra giustificazione adduce, ma insomma mi pare molto determinata e quindi comincio a scendere le scale. Non so cosa pensare. Non voglio dirle che ho fatto un’ora di camminata sotto il sole per prendere l’autobus, e tutto il resto per avere la macchina, perché a quel punto lei si sentirebbe obbligata a uscire con me a causa del senso di colpa. Per me è inaccettabile, una sorta di ricatto, un ottenere il risultato con un raggiro. Prima cosa, dunque, mangiare il cornetto algida che si sta sciogliendo. Seconda cosa: ridere. A chi raccontare infatti questa storia senza farsi prendere in giro da amici o da Patrizio? E’ una storia inenarrabile. Terza cosa: come continuare con lei? E soprattutto: continuare?
L’ultima domanda trova risposta poco tempo dopo, poiché si fidanza (all’epoca si diceva così), con un tizio, un altro natural winner, sorriso spavaldo e sicuro, qualche anno più di me, macchina nera sportiva e occhiali Rayban da top gun ante litteram. Da lì in poi è solo un aumentare la distanza tra noi. Lei è bellissima, salta in alto come una farfalla, corre come una gazzella, ha l’eleganza naturale della pantera. Ma è destinata ad altri. Fine.
Ci rivediamo circa 30 anni dopo, piove forte, e decidiamo di fare una passeggiata prendendo un misero ombrellino dall’auto. Ognuno con la propria vita: mariti mogli separazioni compagni figli lavoro genitori ecc. A un certo punto mi dice: “Ho pensato spesso a quello che mi dicevi quando ci vedevamo, tanti anni fa. Ma allora non lo capivo …” E io, cercando di fare il “ganzo”: “Eh, lo so, io sono sempre stato avanti ….”. Lei, con un tono e un sorriso che non saprei come definire: “Guarda che con le donne essere avanti non è sempre un vantaggio: vuol dire solo che sei fuori tempo.”
Già, il tempo: ormai siamo tornati al punto di partenza, fradici entrambi, e ognuno rientra nella propria auto, nella propria vita. I vetri si annebbiano immediatamente …


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