Era un piccolo motorino giallo, di quelli bassi (adesso vedo su internet che si chiama mini-bike, ma forse si chiama così solo adesso): un Benelli giallo 50 cc. Per me è stata la libertà assoluta, per un po’ di mesi, per fare qualche giretto lì intorno, senza essere sposato ad alcuna corriera.
Una volta tornai di sera, da Spoleto, d’inverno, con una pioggia importante. Sulla strada regionale cercavo di seguire, fin quando potevo, i fanalini rossi delle auto davanti a me. Quando la distanza tra noi si faceva importante dovevo rallentare, illuminando la strada con il fioco fanale del Benelli. La strada che conoscevo così bene (che presumevo conoscere bene, devo dire), mi era parsa subito più lunga del solito, fatta solo di catarifrangenti e targhe ettometriche. Senza casco, senza occhiali, il mio giaccone verde era tutto bagnato e schizzato (un quadro pointilliste e vivant), a causa delle auto davanti e di quelle che mi sorpassavano. Volendo riposarmi (e farmi vedere da Carla), mi ero fermato a casa sua, che era lungo il tragitto. Carla era una ragazza bellissima, ovviamente, e l’occasione di fare colpo mi si era presentata come una folgorazione. Ero completamente fradicio: dalle scarpe, a ogni passo usciva dell’acqua, facendo una sorta di piccola schiuma ai lati. L’avrei sicuramente intenerita, pensavo, avvicinandomi al campanello. Quando si è giovani si è anche un po’ stupidi. La madre, nel venire ad aprire la porta, si era spaventata, perché avevo la faccia totalmente coperta di schizzi, acqua sporca, ed ero appunto tutto zuppo, dalle scarpe ai capelli. Mi aveva invitato subito a andare in bagno a lavarmi. Ho sporcato tutto il suo bel pavimento con le mie scarpe schiumose e sonore, come due rospi che saltavano alternandosi in avanti. E così, in bagno, mi sono guardato allo specchio: una visione orribile. Non avrei intenerito nessuno, al massimo avrebbe(ro) pensato che fossi un cretino. Mi sono lavato il viso, ho farfugliato qualcosa a Carla e alla madre, dicendo che non potevo far tardi e che a quel punto asciugarmi tutto sarebbe stato ancora peggio, poiché avrei poi dovuto comunque riprendere la strada, e sono ripartito. Sono arrivato a casa in condizioni disperate, poiché gli ultimi 4 km di strada erano in ghiaia, senz’asfalto: i parafanghi non “paravano” più nulla e il fanale era sepolto da una patina di fango acquoso e giallastro, che avevo già cercato di pulire più volte con le mani. Sono entrato in casa come un uomo d’argilla.
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