Mamma adorava gli oleandri. Le facevano pensare all’Italia. A Nancy non ce n’erano, o almeno io non me li ricordo. Passo per il Viale della Stazione di Spoleto e ripenso a lei e al primo viaggio che facemmo per venire in Italia nell’estate del 1972.
Che coraggio aveva! Partire da Nancy con 4 figli piccoli per approdare nel centro dell’Umbria! Donna sola, vedova, doveva essere una decisione coraggiosa: almeno così mi sembra oggi.
Mi ricordo di quella Ford Taunus 17 azzurrina. Siamo sull’autostrada dopo Milano e rivedo quel jersey a dividere la carreggiata con gli oleandri bianchi e rosa tutti in fiore. Mi affaccio in avanti dal sedile posteriore e vedo la lancetta del tachimetro (una lancetta arancione che spazza da sinistra a destra un tachimetro oblungo, e che a me pare subito mal disegnato, visto che nella parte centrale del tachimetro almeno metà di questa lancetta scompare sotto il profilo superiore della maschera di plastica), che segna i 170 km all’ora. La cosa mi fa un po’ paura e mi rende euforico allo stesso tempo. Abbasso il finestrino e cerco di mettere la mano fuori, ma il vento me la spinge violentemente all’indietro: cerco di controllarla e faccio prendere alla mano più o meno aria, inclinandola in su o in giù rispetto al terreno. Scopro che l’aria è consistente e scopro che l’acqua che mi pare di vedere sull’asfalto, in lontananza è solo un effetto del calore: è un miraggio! Azzardo a mettere fuori un po’ la testa con l’aria che mi si infila nella bocca e che mi gonfia la guancia in maniera insostenibile.
Poi il viaggio continua: rivedo solo questa strada lunga e poco frequentata e un sole pazzesco, e mia madre che ci dice di guardare le stazioni di servizio con scritto su Coupons per fermarsi a fare benzina, perché l’euro ancora non c’è e immagino che mamma pensi bene di mantenere le lire cambiate in Francia per le spese che avremo nel restare a Spoleto per qualche tempo.
E poi ancora e ancora km e arriviamo alla prima curva che sale e che scopre il Lago Trasimeno sulla destra, prima di Passignano. Imploriamo mamma di fermarsi poiché vogliamo fare il bagno. Il lago ci sembra un paradiso: bello, azzurro, grandissimo (eravamo abituati al lago di Gérardmer, piccolo lago tra Nancy e Mulhouse, nei Vosgi). Ma mia madre resiste e tira diritto, immagino tra i nostri pianti. Poi Spello con una fila di cipressi piramidali lungo la strada sulla destra: mi ricordo questo ritmo serrato di luce ombra, anche fastidioso, a tratti. Detto en passant, Spello è l’ultima città umbra in cui vi è, direi, quasi una cultura del cipresso, quasi Toscana. Infine il cartello stradale “Spoleto”: sappiamo di essere arrivati. Il Viale della Stazione è costeggiato da prunus e da oleandri. Arriviamo proprio davanti al bar gestito da zia, con Patrizio seduto sotto l’ombrellone di tela, un gelato enorme in mano.
Con l’oleandro realizziamo nei giorni seguenti le prime “lance” o le frecce di archi improbabili, insieme agli amici che ci facciamo a Spoleto (io lego subito con Carlo). Tra l’oleandro si nascondono spesso le lucertole a cui diamo la caccia, e il cui colore brunastro si confonde con le foglie secche. La siepe d’oleandro sarà anche la siepe che ci permetterà di giocare a calcio nei giardinetti e di evitare che il pallone finisca sempre nel Viale della Stazione, costituendo una sorta di fitta barriera.
L’oleandro punteggia insomma la mia vita: sull’autostrada verso l’Italia nel 1972, l’infuso che mi preparo (e bevo), nel 1985, nel mio periodo da militare, per cercare di alterare il mio ritmo cardiaco per ottenere una licenza di convalescenza maggiore di quella che normalmente riesco già ad ottenere. L’oleandro infine unico arbusto che riesce a crescere intorno alla casa di campagna, con pochissima acqua, nessuna potatura, pochissima “manutenzione”. Una delle ultime foto di mia nonna la ritraggono seduta sulla sedia del bar, vicino all’oleandro: mi rendo conto adesso che hanno la stessa durezza e la stessa fierezza.
Ora che andiamo spesso in vacanza in Puglia, noto che l’autostrada diventa, in maniera preponderante in Abruzzo, un trionfo di oleandri: alti, esuberanti, densi di fiori bianchi e rosa. Ci sono gli oleandri, andiamo verso il sud, verso il nostro Midi, non può succedere nulla di male. Guardo nel retrovisore i miei figli, seduti sul retro, e per simmetria mi lascio guardare (anche se fingo di non vedere). Torno sulla strada e mi faccio accompagnare dagli oleandri ai lati della strada: chissà quanto sarebbero piaciuti alla mia mamma.
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