«Una grandissima parte di quello che noi chiamiamo naturale, non è; anzi è piuttosto artificiale: come a dire, i campi lavorati, gli alberi e le altre piante educate e disposte in ordine, i fiumi stretti infra certi termini e indirizzati a certo corso, e cose simili, non hanno quello stato né quella sembianza che avrebbero naturalmente. In modo che la vista di ogni paese abitato da qualunque generazione di uomini civili, eziandio non considerando le città, e gli altri luoghi dove gli uomini si riducono a stare insieme; è cosa artificiata, e diversa molto da quella che sarebbe in natura»
Giacomo Leopardi, 1837
Il paesaggio è come il tempo per sant’Agostino. Tutti sappiamo cos’è, ma non lo sappiamo definire. E se abbiamo già difficoltà a definire le cose limitate, figuriamoci quelle illimitate, quelle di cui è difficile tracciare un confine, una cornice, un recinto. Tuttavia, per parlarne, per farne l’oggetto di un discorso, dobbiamo convenire su alcune definizioni.
Posso provare a dare un piccolo contributo, per via negativa, cercando di eliminare le incrostazioni dal concetto di paesaggio. Ne vedo tre, al momento.
a) Il paesaggio non è l’ambiente. Anche se vi è stato un notevole schiacciamento tra i due termini, direi che l’ambiente è base nuda, lo sfondo, la matrice (come direbbero gli ambientalisti) più “naturalistica”, su cui il paesaggio si fonda.
b) Il paesaggio non è il territorio. Il territorio, luogo forse privilegiato dagli urbanisti è il dato asciutto: al massimo è il luogo dove prevedere, con sovrastimate capacità demiurgiche, la localizzazione di ferrovie, strade, case, scuole, campi.
c) Il paesaggio non è il panorama, soprattutto se vogliamo superare quella concezione “visibilistica” o solo visibilistica del paesaggio. È una relazione strana: ogni panorama è sicuramente un paesaggio. Non necessariamente il paesaggio è un panorama. Pensiamo per esempio a un paesaggio urbano, un paesaggio industriale, una grande radura nel bosco, per usare un’immagine cara ai filosofi.
Se dobbiamo pensare a definizioni “positive”, posso partire forse da quella più nota, più prosaica: la Convenzione Europea del Paesaggio. Tuttavia la Convenzione Europea, che tutti conoscono, a me pare non aiuti: lo dico con umiltà. Chiedo al lettore di seguirmi un po’. L’art. 1 della convenzione del 20 ottobre 2000, apre così:
“Ai fini della presente Convenzione:
a. “Paesaggio” designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni;”.
All’art. 2 continua poi così: “Articolo 2 – Campo di applicazione.
Fatte salve le disposizioni dell’articolo 15, la presente Convenzione si applica a tutto il territorio delle Parti e riguarda gli spazi naturali, rurali, urbani e periurbani. Essa comprende i paesaggi terrestri, le acque interne e marine. Concerne sia i paesaggi che possono essere considerati eccezionali, che i paesaggi della vita quotidiana e i paesaggi degradati.”
I profili critici di questa definizione sono stati evidenziati da autori enormemente più prepararti di me sul tema. Ne voglio ribadire, solo per esigenze che poi attengono alla gestione pratica del paesaggio, solo alcuni. Il paesaggio designa una determinata parte di territorio. Il punto è come definire, delimitare una parte. Dove finisce questa parte? Come è percepita dalle popolazioni? Quali? In che modo capiremo come sono percepiti? Il carattere di un paesaggio che cosa è? Già il tema del “carattere” in architettura ha portato a versare fiumi di inchiostro, come si dice oggi. Definire il carattere di un paesaggio è sfida intellettuale e culturale improba.
L’art. 2 aumenta ancora la difficoltà, poiché se tutto può essere paesaggio, tutto è paesaggio. Ma è evidente che bisogna distinguere tra paesaggio e paesaggio tra il casello di melegnano e Piazza Navona. E dunque che c’è bisogno di una costruzione valoriale e di una governance specifica per l’attribuzione o il riconoscimento di detti valori.
E’ ben nota questa frase della scuola di Palo Alto: “È impossibile non comunicare”. Tradotto nel nostro contesto vuol dire che è impossibile non essere in un paesaggio. Noi siamo sempre in un paesaggio, solo che non lo sappiamo. Solo che non lo sappiamo dire.
E allora bisogna rassegnarsi e cambiare l’oggetto del discorso: il tema non è il paesaggio: il tema è il valore che daremo al paesaggio, e cioè il valore che daremo a una certa porzione di territorio che avremo convenzionalmente delimitato.
Devo introdurre poi un altro argomento: cos’è questa interazione umana di cui parla la Convenzione del Paesaggio, se non la ricerca costante e continua dell’Uomo nel voler ottimizzare l’Energia? Il nostro paesaggio, che non è più naturale (non lo è mai stato, da quando ci siamo noi), è allora il frutto della trasformazione dell’ambiente, del territorio, al fine di ricavare la massima energia possibile dall’ambiente circostante e al fine di consumare il minimo di energia. Tutto il paesaggio è correlato fortissimamente all’energia: dalle città granaio dell’Anatolia, alle cittadine che si sono disposte sui versanti come Trevi, alle città “terapeutiche” di Leon Battista Alberti, al Barone Haussmann. Per fermarsi all’Italia, ai boschi che sono stati totalmente sacrificati dalla necessità di legname da costruzione, di legno per le navi e i remi, di legna da ardere.
Dalle strade, che sono state fatte per ottimizzare la fatica e le pendenze impossibili. Si mettevano i sacchi di calce sulla schiena dei muli e si bucavano, lasciandoli salire quasi lungo le isoipse naturali del terreno.
Dalle piccole centrali idroelettiche, ai nostri molini d’acqua, alle concerie, ai molini a vento, agli invasi artificiali, tutto è stato fatto per sfruttare le energie presenti sul luogo.
Le case sono state fatte per l’energia, i portici a sud, le limonaie, gli impluvi, i cortili, i recinti murari degli agrumi a Pantelleria sono fatti per l’energia.
Gli acquedotti romani sono una questione di energia, che siano in piena luce come il Ponte delle Torri di Spoleto o nascosti nel fianco della montagna come il Sanguinone. L’evoluzione del paesaggio non sarebbe altro che la storia sociale della fatica umana.
E’ evidente (almeno per me), che manca allora una estetica nuova per capire il paesaggio, quella che mi diverto a chiamare kepostica. E’ evidente che tra le Saline di Trapani (questione di energia), e il parco eolico della pianura di Foggia vi è un salto di qualità. Ma questo salto mi sembra non siamo ancora in grado di gestirlo, di capirlo, di argomentarlo, di discuterlo.
“Lesione dei valori paesaggistici”, “Impatto significativo sul paesaggio”, e altre formule burocratiche simili non reggono a una discussione seria e approfondita. Se il valore paesaggistico è dato dal suo status quo, qualsiasi intervento è lesivo. Se il valore è lo status quo, qualsiasi intervento ha un impatto significativo. E d’altra parte locuzioni simili negano da subito la possibilità di qualsiasi intervento migliorativo, assolutizzando il fatto che il paesaggio attuale è il migliore che ci possa essere. Il che è un assurdo.
Rimane infine un punto che in questa sede è impossibile trattare a causa di una lunghezza eccessiva dello scritto, che non si addice ai social.
CHI decide dove finisce un paesaggio? CHI decide del suo valore?
Perché paradossalmente, in materia di paesaggio, il tracciare un limite non è mai questione anodina, quantitativa, asciutta, oggettiva, ma implica già una scelta di valore. E delle responsabilità, che noi tendiamo a disperdere in mille rivoli di crocette e analisi multifattoriali, ma che resistono ostinate, e che qualcuno deve prendersi. Quella parte è paesaggio, ed è una parte proprio perché le ho riconosciuto già delle qualità, qualità che sono diffuse in un continuo, che devo sezionare. Tema non facile.
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