L’anchusa italica ha i fiori del colore che preferisco: un blu profondo, un blu che non finisce mai, un blu inesauribile, insondabile, frattale. Piccoli fiori che nascono su gambi ricoperti da una fitta peluria anche un po’ irta. La peluria è blandamente urticante (no, urticante è troppo: è fastidiosa, ispida), e se uno la strofina per molto tempo o se è costretto a passarci vicino per ore, come quando andavamo nei campi, può provocare qualche arrossamento. In dialetto la chiamano “asprana” o “aspraina”. Forse perché è dura (aspra), o perché è proprio aspra al gusto. Noi non la mangiavamo, ma probabilmente è commestibile, poiché rassomiglia un po’ alla cicoria.
Quando rientravamo a casa da giornate piene solo di fatica, di sole e di sudore, guardavo questi fiori, inerpicatisi sulle ripe delle strade del ritorno. Il loro blu sembrava rinfrescarmi, o forse era solo il tramonto che illanguidiva il sole sulla nostra pelle. Alla fine del giorno, alla fine di tutto, capitava spesso che la luce quasi orizzontale mettesse questi fragili petali in controluce, in trasparenza. La luce rossastra del sole (tra il rosso e l’arancio), e questo blu profondo erano uno spettacolo formidabile.
I fiori arrivano a giugno e permangono per molto. Avevo provato a trarne un colore strofinandolo sulle mani, ma dopo pochi minuti il blu spariva e diventava marrone, si appesantiva, diventata scuro. Quei fiorellini mi dicevano: siamo piccoli, ma tu non puoi averci. Anni dopo avrei capito che quella lezione mi era tornata comoda per capire la definizione di limite, così come la capivo io (una definizione del tutto ingenua, poetica e personale, che tuttavia mi è rimasta impressa): per quanto tu possa essere delicato (un piccolo numero chiamato epsilon), il valore vero tu non puoi mai acciuffarlo. Il blu ti sfuggirà sempre.


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