I primi tempi è stato Paolo Conte. All’inizio dormivo in un letto di questo grande camerone per tre studenti, ospitato da Sergio e Luigi. Alla sera si mettevano spesso le cassette (audio-cassette), di Paolo Conte, con la sua Verde Milonga o il suo Diavolo rosso, che non conoscevo. Luigi frequentava gruppi emergenti e musica contemporanea (molto contemporanea), tra cui anche i CCCP e gli emergenti Litfiba. A me non piacevano, non li capivo: mi rifugiavo nel mio Lucio Battisti e in lui ritrovavo tutto il ventaglio delle sensibilità e delle emozioni umane. Sergio provava a convincermi con Fabrizio De Andrè e altri cantautori, le cui posizioni politiche o ideologiche, però, me li facevano evitare. Non per motivi politici: è che ritenevo queste incursioni indebolissero la purezza e la forza delle emozioni. Ricambiavo il loro “corso di alfabetizzazione” alla musica con battute ciniche, cercando di tirarmi fuori dall’imbarazzo. Da parte mia, insomma, poche parole: la timidezza e la presunzione si alimentavano a vicenda. Si sarebbero nutrite a vicenda per tanto tempo ancora. Davvero non so come si siano potuti affezionare a me, soprattutto Sergio, con cui il rapporto è stato più intenso e coltivato negli anni a venire. Dopo un po’ di tempo i miei due amici furono trasferiti nella “Torre” di Careggi: stanze singole accoppiate, con il bagno in comune. Un vano più lungo che largo (2×5 m ca.), che prevedeva un tavolino fisso sotto la finestra di fondo, un letto singolo addossato al muro, un tavolo quadrato ricoperto di formica blu, un piccolo armadio a muro. Dunque una stanza larga, nella parte più generosa, non più di 2 m: una cella “laica”.
Non c’era molto spazio e di conseguenza la sera montavo una brandina da campeggio che Sergio aveva portato (per me), da Jesi, costituita da tubi di metallo e tela di jeans. La brandina andava montata la sera e smontata la mattina. Poiché non vi era proprio spazio per poterla lasciare aperta nella distanza rimasta libero tra il tavolo e la parete, una volta montata andava spostata sotto il tavolino e quindi dormivo per una buona parte infilato lì sotto: una sorta di TAC innocua e silenziosa. Finché non spengevamo la luce, mi divertivo a verificare l’esistenza di qualche disegno misterioso sull’intradosso del tavolo. Mettevo un pigiama blu comprato alla Standa di Piazza Dalmazia e mi coprivo con una coperta simil-militare. Tempo dopo trovammo il modo di non smontare e rimontare quotidianamente la brandina, ma di lasciarla sempre pronta, diritta in piedi tra il muro e il tavolo. Solo che, lasciandola sempre tesa, la struttura cominciava ad allentarsi, quindi dovetti migliorarla con una cordicella che torcevo, la sera, in modo da rimettere tutto in tensione, come facevo con il carico di fieno sul rimorchio, a casa.
Compiuto questo piccolo rituale di preparazione mi stendevo sulla brandina con una gestualità misurata fatta di una sequenza precisa di movimenti. Ci raccontavamo poi le nostre giornate, le preferenze sull’architettura, la nostra vita fuori dall’Università, i miei tormentati amori (platonici), di Spoleto. Poi era come se ci fosse un segnale tra noi, una pausa più lunga, una mancata replica a una battuta: facevamo dunque silenzio, pigiavo il registratore e partiva Chet Baker. Era una cassetta di Chet Baker registrata a Macerata, di nascosto, in un qualche locale di second’ordine, che Sergio aveva recuperato e avuto non so come. Qualità acustica pessima, ma pathos incredibile. C’era anche My funny Valentine, che Chet Baker suonava e “cantava” forse più ubriaco (o peggio), del solito, con una passione così forte che la ricordo ancora adesso. Ho comprato pochi anni fa My funny Valentine su iTunes, e la riascolto in versioni più “pulite”: mi commuovo lo stesso, anche se quella registrazione era ineguagliabile. Il registratore, finito il nastro dell’audio-cassetta, si spengeva. “Tac”: il pulsante di sinistra scattava e io mi addormentavo.
Ho ritrovato Giovanni Lindo Ferretti quando è tornato alle sue radici appenniniche, prima e meglio di quanto abbia fatto io.
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