Cristina e io decidemmo di andare a trovare nostra madre a Nancy nell’estate del 2002. Partimmo con un vecchio “Scudo” della FIAT, che chiesi in prestito a Patrizio. Beatrice aveva 16 mesi e quindi ancora prendeva il latte al biberon. Pietro era più grande, ma sempre un bambino. Lo Scudo aveva un solo problema, che Patrizio mi aveva anticipato: dopo un po’ di km l’acqua del radiatore si scaldava e bisognava fermarsi. Partimmo senza cellulare, senza navigatori, senza carte stradali, piantine o altro. In fondo eravamo stati tante volte in Francia e quindi non sarebbe stato difficile. Solo che avevamo deciso di passare da Digione, dove all’epoca abitava mio fratello Enrico. E dunque il viaggio che mi ero prefigurato prevedeva di andare verso Milano, di girare a sinistra a un certo punto verso Torino, di trovare il passo o la galleria del Monte Bianco, e di uscire in Francia andando fino a Digione. Partimmo di sera perché così avremmo rischiato di meno con l’acqua del radiatore dello Scudo. Arrivammo a Milano, sbagliammo tangenziale e prendemmo la est invece della ovest, in piena notte. Chiedemmo informazione a una pattuglia della Polizia in una stazione di servizio, che ci consigliò di tornare indietro. Cosa che facemmo. Nulla di grave: un’oretta di ritardo sulla tabella di marcia. Andando verso Torino attraversammo questo paesaggio piatto e diradato (solitario, a tratti), che non avevo mai visto, e di cui ricordo solo la quantità infinita di insetti che si spiaccicavano sul parabrezza. E dunque mi fermavo spesso a mettere l’acqua nel serbatoio dell’acqua tergicristalli. In prossimità di Torino seguimmo le indicazioni per il tunnel del Monte Bianco. “Le tunnel du Mont Blanc” era un mito della mia giovinezza in Francia: mia madre ne parlava sempre con sua sorella, con le sue amiche, con Philippe, con Zio Claude, con zia. Con gli adulti insomma. E a me sembrava una cosa mostruosa da sconfiggere.
Arrivati al tunnel ci fu un po’ di attesa da fare (sfruttammo il tempo per dare da mangiare a Beatrice e per cambiarla, poi si addormentò con Pietro vicino).
Piccola digressione: quando faccio un viaggio in auto, l’unica cosa che mi mette ansia (prima molto di più, e pour cause, viste le mie avventure con vecchie automobili), è capire come posso uscire d’impaccio se la macchina ha un guasto improvviso. E dunque ripasso mentalmente una mappa e una lista di amici a cui potrei chiedere aiuto in caso di necessità. Se sono verso Forlì penso a Francesco, verso Modena penso a Sara, a Firenze a Alessandra, a Milano a Stefano. Ma a quel tempo verso Torino non avevo nessuno a cui far riferimento, e dunque non vedevo l’ora di passare il confine. Digione era lontana, ma se avessimo avuto un guasto mio fratello Enrico mi avrebbe tirato fuori, in un modo o nell’altro.
Passato il tunnel arrivammo poi al primo casello autostradale francese che era ancora un po’ buio. Chiedemmo indicazioni per arrivare a Digione e dormimmo un paio d’ore in macchina. Arrivammo da Enrico leggendo i cartelli stradali e dopo pochi giorni di sosta eravamo da mia madre, a Nancy.
Poi venne il momento di ripartire. Ricordo mia madre e i miei fratelli che ci salutano con le lacrime agli occhi, con mia madre preoccupata. Partimmo di giorno, perché volevo fare il percorso in Francia con la luce del sole, arrivare in Italia con la notte, in un paesaggio conosciuto. Il viaggio di ritorno prevedeva Sainte Marie aux mines, Basilea, la Svizzera, Chiasso, Milano e poi casa. Il ritorno fu punteggiato dalle nostre soste tecniche e dal mangiare ogni tanto, ma comunque seguimmo il programma (che era solo latente, in testa). Solo a Basilea ci sbagliammo (Basilea era sempre un cantiere), e tra interruzioni e deviazioni sbucammo in Germania. Anche qui piccolo dietro front con risate dei doganieri tedeschi e nostro conseguente “vaffanculo kartoffen”. Poi le tre ore e mezza della Svizzera e poi finalmente altro luogo mitico di famiglia: Chiasso. Mi ricordo che a Milano era notte fonda e che ero molto stanco. Ci fermammo alla stazione di servizio San Giuliano a mettere il gasolio e prendere un caffè buono (finalmente!). Alla ripartenza puntai una stella che mi sembrava più lucente delle altre, verso sud est, verso casa. Il motore diesel aveva fatto un buon lavoro, con il suo ritmo lento e rassicurante. Ripartendo lo ringraziai. Da Milano in giù, in Italia, d’estate, non poteva succederci più nulla di grave.
Scopri di più da Pensai et congettai ...
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.