I primi maiali che uccidevamo, in inverno, erano magri. Come noi, d’altra parte. Li avevamo
allevati per una decina di mesi, con un po’ di granturco (poco), con gli
scarti dei nostri pranzi, con le ghiande, con un’erba che chiamavano “farfane”, con la pastinaca, e il convolvolo minore, che nonna chiamava “rippio”. Il convolvolo è una pianta erbacea strisciante-rampicante: tenera, fa dei bei fiori a campana che vanno dal rosa al bianco.
In primavera e in estate andavamo a cogliere molta erba, che davamo
ai maiali da sopra il muretto del loro box. Belle foglie tenere, leggermente carnose. Con l’autunno andavamo a raccogliere le ghiande, sfidando l’erba bagnata ai piedi delle querce (roverelle), e la tramontana, che si infilava tra il Monte Subasio e il Monte Pettino. Le querce sono spesso solitarie, o comunque non soffrono la solitudine, e dunque sono più esposte al vento. Con le prime tramontane, le ghiande cadevano anche sulla nostra schiena curva, rimbalzando poco più in là. Le mani si intirizzivano e Zio Claude (prendendoci in giro), ci insegnava a battere le braccia con forza, incrociandole orizzontalmente sul tronco, finché le mani non riprendevano un colore rosso acceso.
I maiali andavano ammazzati d’inverno, perché d’inverno era più facile preparare gli insaccati e farli stagionare al freddo e all’aria. Avevamo lasciato, in casa, la stanza di nord-est, che chiamavamo la “sala della salata”, perché lì andavano messi sotto sale, per molti giorni, i prosciutti. Li posavamo su una tavola inclinata e sotto un grande peso (la base in cemento degli ombrelloni che erano al bar del Viale Trento e Trieste). Le salsicce andavano invece messe ad asciugare, come dei festoni, sulle delle pertiche.
Dicevo che era impensabile comprare, per i maiali, la farina e il mangime (che comunque mai sarebbe entrato in casa). Dunque occorreva nutrirli con altro: gli avanzi dei nostri pasti, il granturco, l’erba, le ghiande … Questi lavori (erba, ghiande e poi tutto il resto adesso che ci penso), erano compiuti sempre in compagnia, il che consentiva di parlare tra noi. Raramente uno solo di noi si avventurava nei campi: forse solo nonna lo faceva, in qualche
pomeriggio. Ecco: si lavorava molto, ma si parlava (anche), molto. Quasi tutte
le occasioni di lavoro e di tempo perso erano occasioni per parlare e
per conoscersi, per confrontarsi, per misurarsi: per capire. Finito il lavoro, anche lo stare intorno al camino o (qualche tempo dopo), davanti alla televisione, era comunque occasione per
stare insieme. Con quelle grandi produzioni RAI stavamo ancora tutti insieme: Orzowei (la sigla delle nostre corse con la lancia in mano!), il Gesù di Zeffirelli, Il ricco e il povero, C’era una volta il west …
Abbiamo cominciato ad allontanarci a causa degli infissi buoni, dei termosifoni, del congelatore, del Festival di Sanremo, che per me fu “divisivo”, come si direbbe oggi. La televisione, in pochi anni, stava cambiando, e non bastava più a tenerci vicini, anzi. Il progresso, che avevamo salutato con entusiasmo, ci ha dispersi in poco tempo, come una lavatrice impazzita a cui si apra lo sportello.
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