Quando siamo arrivati in campagna, zia Natalina aveva fatto piantare, ai lati dell’ultimo tratto di strada che inquadrava la casa secondo un perfetto angolo “acropolico”, dei cipressi. Cento cipressi cento, piramidali, di cui attecchirono solo tre, ma che oggi sono imponenti. In prossimità dell’angolo di casa, sempre a sinistra e a destra, due cespugli di rose. Roselline quasi selvatiche, di colore rosa pallido, ma profumatissime. Alla lunga ne resistette solo uno, quello sulla destra. Verso maggio queste rose non curate, mai potate, divenute nel tempo un cespuglio cupoliforme, ci regalavano un profumo intenso, che si apprezzava soprattutto la sera. Non so perché non le curavamo: in fondo erano l’unica concessione a un mondo durissimo: erano l’unica nota di gentilezza. Il cespuglio è cresciuto lì per 20 anni e forse più: indisturbato, solitario, sdegnoso, autosufficiente, mai malato. Solo io lo vedevo? Solo a me faceva un po’ compassione? Avevo preso dunque una talea e l’avevo piantata in un vaso (in realtà un pozzetto di ispezione in c.a.), e portata in camera, nella mia camera blu. Per un po’ di tempo la talea era cresciuta, aveva messo delle foglie, ma poi si era ammalata. Al centro della camera non batteva mai il sole, il terreno non era ben calibrato, non respirava. E in fondo era ingiusto tenerla in casa (in gabbia), quando fuori avevamo ettari e ettari di terreno disponibili. Non ero riuscito a salvarla, dunque ero umilmente tornato da loro. Anche quell’anno avevo aspettato maggio, con un’idea in testa. Ne avevo colte due o tre esemplari, da portare in omaggio a R., e le avevo nascoste in un immancabile libro (un libro grande, in questi casi), che avevo sempre con me quando andavo a Spoleto. Ma una volta arrivato, avevo dovuto constatare che le rose erano tutte ammosciate, e quindi le avevo buttate poco prima di salire le sue scale. Il tempo del viaggio in autobus non era sufficiente ad essiccarle, a renderle minimamente stabili. Non erano quei bei fiori secchi che si trovano di tanto in tanto in qualche vecchio libro, e non erano appena colte: un disastro a mezza via! Rubarle a Spoleto, sì, avrei potuto (conoscevo i punti giusti, andando verso Villa Redenta), ma non profumavano come le mie e dunque non l’ho mai fatto. Comprarne una sola sarebbe stato ridicolo: un mazzo sarebbe eccessivo (con quale giustificazione? In quale occasione? In un perfetto e anonimo mercoledì pomeriggio?). Ho provato più di una volta a coniugare il profumo del fiore con la decenza estetica dell’omaggio, con il suo “portamento”, ma non ha mai funzionato. O il profumo o la struttura. Ho provato anche (certo che ho provato), a trarre un profumo dalle mie rose, ma senza alcol, alambicchi e attrezzature varie, il massimo che riuscivo a fare era un’”acqua di San Giovanni”. Fresca, colorata, ma anch’essa troppo fragile e effimera. Poco intensa, dal colore impresentabile anche solo dopo pochi giorni. Dovevo inventarmi qualche altro regalo. Così ho ripreso a divertirmi con lo stagno fuso, scoprendo che gettare lo stagno fuso nell’acqua fredda creava dei monili dalle forme molto curiose, di un bel grigio lucente, quasi cromato. In un solo atto avevo calibrato la giusta quantità di stagno, la temperatura dell’acqua, l’altezza da cui far cadere la fusione. Un piccolo gioiello di gestualità. Non avevo un profumo, ma una forma sì. Una bella forma mi avrebbe salvato, come sempre.


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