Spesso, tornando da Spoleto, verso Perugia, passavo vicino al cimitero di Foligno, dove papà è restato per tanto tempo, a fianco del suo papà. D’inverno, le luci dei loculi dei piani più alti dei moderni padiglioni sono visibili dalla strada, e sembrano una piccola città nella città. Raramente sono andato a fargli visita. Solo pochi, pochissimi, cimiteri aggiungono poesia al ricordo, e dunque non è necessario frequentarli. Almeno per me. Quando con l’auto passavo veloce su quella strada a grande scorrimento, alla vista di quei padiglioni, il primo pensiero era sempre (dopo un “Ciao papà”): sarò stato, finora, all’altezza delle sue aspettative? Dei suoi sogni su di me? Su suo figlio? Che cosa pensava di me? Come mi vedeva, da adulto? Come si immaginava sarei diventato? Non lo so. Non lo saprò mai con certezza. Nessuno potrà dirmelo in maniera convincente. Oramai, davvero nessuno potrà più farlo. Chi muore porta via con sé tutte le risposte, e lascia solo le domande. So solamente che non sono così bravo a fare soldi, come lui era. Né ho la sua capacità seduttiva. Non sono un tombeur de femmes, come lui sembra che fosse. Non ho il suo sorriso, né il suo modo di fare, la sua spavalderia, che è quello che doveva aver affascinato mia madre. Non la sua prestanza atletica: correva in bicicletta e per fare le gare nelle città vicine partiva già in bicicletta da Foligno (scuderia Ugolinelli). Da quello che mi hanno raccontato, abbiamo solo lo stesso vezzo di alzarci presto, molto presto, di andare a prendere il caffè al bar e il giornale la mattina. E il “vizio” di vestirsi bene: lui sempre, io quando posso. Mi dicono che la camicia bianca era una sua “fissa”, ed era coccolato da madre e sorella in questo. Ho solo due o tre ricordi “diretti” di lui, che ripasso mentalmente di tanto in tanto, per paura di perderli. Il resto sono ricordi di racconti di nonna, di zia, di zio: ricordi di ricordi, dunque. E’ andato in fuga, di quelle fughe che si fanno da soli, a 33 anni. Oggi si direbbe “un ragazzo”. Ma io me lo ricordo come un uomo, adulto: negli anni ’60 si diventava uomini prima. E adesso sono nella condizione paradossale di essere padre e di ricordare un padre che avrebbe potuto essere mio figlio. La mia vita è andata come è andata, va come va, ho fatto il meglio che potevo per non deluderlo. Chissà se gli sarei piaciuto.


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4 commenti

  1. “C’est à ce moment qu’il lut sur la tombe la date de naissance de son père, dont il découvrit à l’occasion qu’il l’ignorait. Puis il lut les deux dates “1885-1914” et fit un calcul machinal : vingt-neuf ans. Soudain une idée le frappa qui l’ébranla jusque dans son corps. Il avait quarante ans. L’homme enterré sous cette dalle , et qui avait été son père, était plus jeune que lui.
    Et le flot de tendresse et de pitié qui d’un coup vint lui emplir le coeur n’était pas le mouvement d’âme qui porte le fils vers le souvenir du père disparu, mais la compassion bouleversée qu’un homme fait ressent devant l’enfant injustement assassiné – quelque chose ici n’était pas l’ordre naturel et à vrai dire, il n’y avait pas d’ordre mais seulement folie et chaos là où le fils était plus âgé que le père.” Le Premier Homme, Albert Camus.

    Non c’è dubbio, non lo hai mai deluso.

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      1. Come sempre ti si legge con molto piacere! E quando la tua garbata ironia lascia il passo a considerazioni più intimistiche e private, succede, spesso, che un velo di malinconia ci prenda per mano. Col piglio di un vero Maestro, riesci, in un modo o nell’altro, a portarci negli splendidi viali della tua anima…

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