Ieri sono stato al Palazzo Lucarini di Trevi, una bella realtà che frequento da sempre. C’era la presentazione del testo Ars interpretandi, con Maurizio Coccia, Franco Purini e Enrico Ansaloni. Oltre ai commenti interessanti di Franco Purini, di Ruggero Lenci, di Laura Thermes e di altri intervenuti, ha chiuso la giornata l’amico Enrico Ansaloni dicendo (sintetizzo a memoria): “[….] la critica non c’è più perché noi non prendiamo più posizione [….] va bene tutto [….] il valore di questo testo sta anche nel fatto che coloro che vi hanno scritto hanno preso posizione …”
E’ un tema che mi appassiona molto, e da tempo. Ieri ha risuonato ancora in me. E mi pare di essere arrivato a questa conclusione (provvisoria). Vedo due temi principali: il primo riguarda l’oscillazione tra l’identità e l’inclusività; il secondo riguarda il modo di formarsi delle idee prevalenti.
Identità-Inclusività: siamo sottoposti a due spinte contrapposte: dobbiamo prendere posizione (scegliere, decidere), e dobbiamo essere inclusivi, il più inclusivi possibile. A me sembra una schizofrenia epistemologica. L’inclusività, che si vuole spingere sempre più in là, amplia il suo dominio, e quindi molte definizioni e differenze scompaiono. Includere significa accogliere, abbracciare, far entrare all’interno di un gruppo. E quindi le differenze devono farsi minime se non scomparire. Non posso accettarti, non posso includerti, se rimani completamente diverso da me. Quindi io mi devo un po’ modificare, e tu ti devi un po’ modificare. Più alta è la tua rigidità e più io mi devo adeguare, flettere, plasticizzare. E questo ogni volta che c’è qualche elemento estraneo che cerco di integrare, di includere. Il mio cerchio si fa sempre più ampio, più capiente, più inclusivo. Ma io che cosa divento? Voglio dire, in sintesi, che il concetto di inclusività, fa a mio avviso svanire il concetto di identità. O rischia di farlo saltare, di indebolirlo. Si ha paura di affermare la propria identità. Come se la rivendicazione della propria identità fosse inconciliabile con la convivenza e con l’integrazione. Porto all’estremo, al limite, il ragionamento: se io includo tutti nel mio gruppo, non c’è più nessun altro diverso da me, o abbastanza diverso da me. E dunque per tornare all’esortazione di Enrico Ansaloni, che la spingeva anche su un territorio etico, perché dovrei prendere posizione? Per tornare al nostro soggetto (l’architettura): perché dovrei criticare aspramente il bosco verticale di Boeri? Perché dovrei criticare gli scheletri di Calatrava, la laminatura di Koolhas? Vogliamo o non vogliamo integrare le esigenze ambientali nella pratica architettonica? Nella teoria architettonica? Vogliamo o no integrare l’urbanistica tattica nei nostri tentativi di rigenerazione urbana? Vogliamo o no valorizzare l’architettura ipogea? Vogliamo o no includere i mercati a km zero? Vogliamo o no coltivare il fascino dell’autorialità? Vogliamo o non che il nostro ultimo oggetto architettonico sia valutato anche sui flussi di cassa che consentirà di far affluire nelle casse comunali? Se dobbiamo includere qualsiasi cosa, di noi non resta più nulla. La nostra malattia è una anoressia assiologica. Se vogliamo costruire solo ponti e non più muri (com’è bello dirlo, com’è facile dirlo), sarà impossibile un giorno distinguere le città. Il “prendere posizione” è allora una posizione epistemologica forse di retroguardia. Non è più il caso di prendere posizione. Se non diamo un valore ad alcune cose non c’è niente per cui prendere posizione. Se la vita di un albero è questione di fondamentale importanza per la città, non c’è più niente da fare. Se la vita di un animale vale quanto la vita di un essere umano, non c’è più niente da fare. Se il Broletto di Aldo Rossi a Perugia vale quanto i palazzi dell’INPS lì di fronte, la guerra è già persa.
Secondo tema. E’ cambiato e molto, anche il modo in cui si forma l’opinione. Mentre qualche decennio fa l’opinione vincente (prevalente, dominante), poteva formarsi solo a seguito di un processo medio lungo di selezione, di affinamento, di dibattiti, di libri, di convegni, oggi l’opinione si forma in un tempo velocissimo, e le idee non hanno più il tempo di subire una critica argomentata. Oggi l’opinione si forma immediatamente, sui social, e produce un proprio effetto valanga. Un’idea avrebbe potuto prendere tutta un’altra strada, un altro sviluppo, un’altra efficacia, se nei primi momenti fosse stata veicolata in quel certo modo o su quel canale. Anche per le idee si apre un mondo fatto di sliding doors. Una volta preso quel treno, tornare indietro è molto difficile.
E perché poi prendere posizione (soprattuto contraria allo Zeitgeist)? Per rischiare di essere marginalizzato dal mercato? Di essere contro il mainstream? Non si sta meglio (molto meglio), trasportati invece dalla corrente? Non abbiamo più il coraggio di manifestare la propria idea, quando dopo pochi minuti saremo sommersi di commenti negativi (se va bene), o di insulti (se va meno bene).
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