Decidere non è mai semplice. Decidere è tagliare: escludere. Ma io credo che si possa dire anche il contrario. Decidere è abbastanza semplice, quando noi allineiamo cuore e cervello. Noi generalmente sappiamo in pochi minuti qual è la scelta giusta. E’ che altrettanto spesso ci fermiamo di fronte alla difficoltà di dover comunicare agli altri la nostra scelta. Noi sappiamo cosa dobbiamo fare: non sappiamo come dirlo agli altri. Se fossimo su un’isola deserta tutte le nostre scelte, tutte le nostre decisioni sarebbero emotivamente molto semplici e lineari, fluide. Decido, agisco. Non devo rendere conto a nessuno (si dice così). Ma a chi devo rendere conto? A chi scelgo di rendere conto, perché sì: scegliamo anche il pubblico a cui rendiamo conto. In prima istanza abbiamo spesso la nostra coscienza, poi i familiari, gli amici, i maestri che ci siamo scelti, i mentori … Ognuno si costruisce il proprio pubblico e la conseguente gerarchia.
Decidere è cambiare. Se non ci fosse bisogno di cambiare non ci sarebbe bisogno di decidere.
Spesso rimaniamo vittime di un nostro dilemma: da un lato comportarci come abbiamo sempre fatto; dall’altro decidere e cambiare.
La decisione è dunque spessissimo frutto e conseguenza di un cambio di idea, di una nuova valutazione delle cose, di una rinnovata visione del contesto.
Rimanere in quello che abbiamo sempre detto e sempre fatto è più semplice. E’ più comodo.
Il dilemma è questo: decido (e quindi cambio), oppure mantengo la mia idea? E questo dilemma si presenta perché sono cambiate le condizioni al contorno, è cambiato il contesto, sono cambiate le persone che avevo intorno. Forse ho valutato male fin dall’inizio queste persone, ma per quello che voglio tratteggiare qui non fa molta differenza se il mondo è oggettivamente cambiato o è cambiata la mia idea sul mondo. Vedo le cose in maniera diversa. Che devo fare? Cambio idea o mi mantengo fermo su quello che avevo già deciso? Se cambio idea non metto in discussione anche la mia identità? Se cambio idea non diventerò, agli occhi degli altri, inaffidabile? Ma agli occhi di chi? Chi è il soggetto che mi guarda e mi giudica? Chi sono i soggetti che mi giudicano? Chi sono i soggetti di cui mi interessa il giudizio? Questo è il punto, perché se è chiaro il soggetto a cui devo rispondere, allora tutte le cose vanno a posto. Devo rispondere a una sola persona? O devo rispondere a più persone? E devo rispondere sulla base di una considerazione fatta nel passato o devo rispondere sulla base di quello che so oggi? Ma se il mondo è cambiato e io tengo fede a una valutazione fatta tempo addietro, non divento inaffidabile verso il pubblico più importante, e cioè verso me stesso?
Altro punto è come dire all’altro che il mio pensiero è cambiato. Questa è la difficoltà. Confessare a se stessi e all’altro di vedere il mondo in maniera diversa. Dire all’altro che è lui ad essere cambiato, forse più di me. Il mondo è cambiato, i fatti sono cambiati, i comportamenti sono cambiati. Ho visto cose che prima non avevo visto, non avevo capito. E allora la mia “colpa” è stata quella di sottovalutare i primi segnali di cambiamento. La mia “colpa” è stata quella di essere indulgente, tollerante, ingenuo, speranzoso. Ho sperato di sbagliarmi, ho sperato che quel tuo piccolo tic, quella tua battuta fosse un lapsus insignificante. E quella battuta, quella frase, quell’allusione, è passata senza colpo ferire, e ha concesso a un’altra piccola battuta di stratificarsi, a un’altra idiosincrasia di essere tollerata, e così via. Così via fino a oggi, quell’oggi in cui mi sento messo in una trappola che ho costruito da solo. Per non rompere questa trappola, allora devo dire che è bellissima, che è una bellissima casa. Per paura di essere preso anche per un co….ne decido che la cosa migliore da fare è passare una mano di doratura su questa bellissima trappola. La doratura della coerenza per consolidare il mio castello di cartapesta.


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