Carla, una delle figlie del proprietario, aveva invitato gli amici della nostra classe a passare un pomeriggio a Vallice.
Un pomeriggio di piena estate, a scuola finita. Una quindicina di giovanotti chiassosi sulla spiaggietta di terra. Tra noi, Adriano, che aveva avuto l’idea di imparare proprio quel giorno, chiedendomi: “Come si nuota a stile libero?”. Glielo spiego: si mette giù la testa, si guarda il fondo, si fanno due bracciate, si gira la testa, si prende aria, si rimette giù la testa e si fanno altre due bracciate e così via. Mimo il movimento. Glielo faccio fare anche a lui dal bordo: tutto funziona perfettamente. Ha un fisico tonico, è giovane, i movimenti da sincronizzare sono semplici. Entriamo in acqua e mi rendo conto che devo averlo spiegato benissimo perché ha messo giù la testa e si è avviato verso il centro del lago come un nuotatore provetto. Io penso: “Tu guarda: Adriano, il mite Adriano, il mitissimo Adriano, come mi ha preso in giro! Sapeva già nuotare, lo stronzo!” E invece, alla quarta ripresa dell’aria, si rende conto di essere arrivato quasi al centro del lago, si gira intorno, va subito nel panico, sbraccia e affonda. Io mi tuffo immediatamente e lo raggiungo quando ha già fatto un paio di volte su e giù sott’acqua. Gli altri continuano i loro giochi: schizzi d’acqua, creme solari, musica alta, coca cola… Appena gli arrivo vicino si aggrappa scompostamente a me, mi graffia e mi tira sotto. Cerco di risalire a prendere aria, ma lui mi tiene sotto, cercando così di avere lui la testa fuori dall’acqua. Realizzo che così rischiamo di morire entrambi. Mi allontano da lui passando dietro e riesco a prendere aria. Mentre io risalgo lui sprofonda di nuovo, si rigira e si aggrappa un’altra volta a me. Lo lascio fare: mi affonda, vado sotto, ma lui è fuori con la testa. Gli blocco le gambe e lo tiro su mentre io resto in apnea. Lui prende aria e piano piano mi avvicino a riva, quasi in un nuoto sincronizzato: io sott’acqua, lui fuori come un sirenetto. Quando finisco l’aria risalgo e cerco di tenerlo ancora su, passando da dietro, per quello che posso. Poi mi allontano un po’, prendo aria anche io e lui mi spinge sotto, di nuovo. Questa volta lo cinturo alla vita, da dietro, con un braccio, e con l’altro mi avvicino a riva, sempre completamente sott’acqua, fin quando il fiato me lo permette. Lo rifaccio un’altra volta e un’altra volta ancora e finalmente tocco il fondo, abbiamo piede. Gli altri amici non si sono accorti quasi di nulla, hanno pensato a uno scherzo tra noi. Ci allontaniamo un po’: lui scoppia a piangere e mi dice che mi sarà riconoscente tutta la vita. Io non so che fare, non so che dire. Mi rendo conto che abbiamo rischiato molto. Adriano smette di piangere, ormai è andata: io guardo il verde smeraldo dell’acqua e mi dico che è comunque bella …


Scopri di più da Pensai et congettai ...

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento

Scopri di più da Pensai et congettai ...

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere