Monteluco era l’estate interminabile, le lunghe camminate per arrivarci, con mio zio Claude. Salendo ci faceva cantare un ritornello francese: “Un kilometre à pied ça use, ça use les souliers; deux kilometres à pied ça use, ça use ….”. Una canzoncina che non aiutava affatto, e che faceva venire solo una gran sete. Ma a lui piaceva e credo si divertisse a farcela cantare a lungo.
Spesso portavamo con noi un cocomero, comprato il giorno prima. Partivamo molto presto: alle 5, alle 5,30. Una volta arrivati in cima lo mettevamo a bagno nella fontanella proprio all’inizio del bosco. Un’acqua freschissima, allegra, che cancellava in un attimo la fatica fatta per arrivare. Più tardi lo avremmo divorato insieme a qualche panino. Appena finito ci si bagnava tirandoci le bucce del cocomero, o allora rincorrendoci con le pistole a acqua. Piccole pistole che bisognava ricaricare troppo spesso e che, immancabilmente, schizzavano di sghembo un misero filo d’acqua, sicché era inutile prendere la mira. Poi c’era il prato, dove correre dietro al pallone, guardare le prime ragazze, capire il gioco reciproco degli sguardi e dei sorrisi, il rito dei primi approcci: il pallone che inevitabilmente andava a finire nel loro gruppetto, la loro maniera goffa di rendercelo, la nostra maniera goffa di fare qualche complimento.

Poi, però, c’era il bosco. A Monteluco c’era (c’è), un bosco di lecci che ha sempre avuto un grande fascino per me, legato a un non so che di misterioso.
Era sempre pulito, e questo aumentava il senso di ampiezza e di grandiosità. Quel senso di maestoso l’avrei ritrovato solo molti anni dopo, salendo sul Monte Cucco, fermandomi sotto i suoi faggi. Avrei coltivato questo senso di autonomia, di serenità, nel corso del tempo, tornandoci periodicamente, da solo, in una sorta di pellegrinaggio laico, che avrei ripetuto soprattutto in occasione di momenti speciali della mia vita.

Era una cosa solenne e sacra, diversa da quella macchia che avrei conosciuto qualche anno dopo e che si poteva incontrare subito fuori dalla nostra casa in campagna. Una macchia fatta di carpini, ornielli, corbezzoli, ginestre, e qualche roverella. Entrare in quel luogo di grandi lecci, di grandi ombre, senza quasi un sottobosco, voleva dire fare un salto nello spazio e nel tempo. Nello spazio inteso come misura. Gli alberi erano più grandi, gli spazi tra gli alberi erano più grandi, l’ombra era più cupa e verde. Nel tempo perché si intuiva che gli alberi erano lì da molto tempo, da prima che noi arrivassimo, e che sarebbero restati lì anche dopo che noi li avremmo lasciati. Custodisco il suo silenzio come un piccolo tesoro personale. Ci torno ancora, anche d’autunno, anche d’inverno, e ne sono geloso. Come se quel bosco l’avessi capito solo io. Ci sono dei luoghi che ci fanno stare bene, “dei luoghi di potere”, come dice Castaneda, dei luoghi che scegliamo come compagni fidati. Oppure, come mi piace pensare, dei luoghi che ci scelgono, e ci chiamano.


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