Poi ci fu, come sempre, un’ultima volta, preceduta da un antefatto, che è questo.
Tornando da Uncinano, misi dell’alcol nel serbatoio. Un po’ per fare una prova e un po’ perché il problema del motorino era quello che bisognava dargli da mangiare o meglio da bere (la miscela), e io al solito non avevo soldi. Tornavo dalla spesa al negozio del paese e avevo comprato dell’alcol perché nonna doveva fare delle iniezioni di Voltaren. Lungo il percorso mi venne l’idea di spremere tutto il litro d’alcol nel serbatoio (a nonna avrei detto che al negozio l’alcol non c’era). Il motorino fece circa 3 km in perfetta normalità, poi cominciò a tossire allegramente, poi uscì una fiamma molto lunga dal tubo di scappamento, poi si spense. Tornai spingendo il motorino per 4 km circa, di notte, sulla strada sterrata. Per rimetterlo in sesto dovetti faticare un po’ e spendere un po’ di soldini.
Poi l’addio. Al crepuscolo, un giorno di aprile, andai a controllare le pecore, che non volevano saperne di rientrare all’ovile, decidendo di prendere una strada poco frequentata (allora poco frequentata: oggi è una bellissima strada a schiena d’asino, con ghiaia e con cunette di guardia). Il fanale era quello che era e non vidi una buca davanti a me, un po’ nascosta dall’erba. La buca non era grandissima, ma le ruote della minimoto erano di piccolo diametro (non so: 30-40 cm), e quindi la ruota anteriore ci sprofondò dentro: feci una capriola in avanti, netta come un tuffatore professionista. Solo che il Benelli fece pressappoco la stessa cosa e ricadde sopra a me. Il tubo di scarico mi stava bruciando la gamba e quindi scalciai per togliermelo: cosa che si stava rivelando più difficile del previsto. Non riuscivo proprio a divincolarmi e non riuscivo a capire il motivo di quella difficoltà gestuale apparentemente semplice per un giovanotto di 18 anni. Non riuscivo proprio a capire cosa mi tenesse attaccato al motorino, se una tasca del giaccone o altro. Lo verificai solo tastando in fretta e scalciando, poiché la luce era sempre più scarsa e il tubo di scappamento mi stava sempre bruciando la gamba. Il motivo era questo: la leva del freno si era infilzata nella coscia, al livello dell’inguine. Stavo cercando di uscire nella direzione sbagliata, quella in cui la leva impediva la manovra di uscita. Pensavo che il ferro avesse bucato solo i pantaloni, invece era entrato nella carne per pochi centimetri, come verificai tastando con le mani. Mi divincolai, mi rimisi in piedi e mi abbassai i pantaloni, per vedere. Nonostante la pochissima luce che ormai rimaneva del giorno, constatai che stranamente usciva pochissimo sangue. Il motorino non voleva saperne di ripartire, e la forcella si era tutta disallineata rispetto alla ruota. Tornai a casa spingendo il motorino (un’altra volta), zoppicando il meno possibile: dissi che le pecore non le avevo viste. Andai a lavarmi in bagno e di questa cosa non dissi mai nulla a nessuno. Il giorno dopo rammendai in silenzio il buco dei pantaloni. La storia d’amore con il Benelli era finita.


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