Nonna e Zia decisero (giustamente), che fare il pane sarebbe stato meglio che comprarlo, per due motivi almeno: il primo, banalmente economico; il secondo di qualità. Infatti il pane comprato alla bottega era una pane “bianco”, di farina raffinata, leggero, e il giorno dopo l’acquisto era immangiabile, se non in qualche zuppa o nel caffelatte.
Dunque cominciarono molto presto a fare pane e pizze nel vecchio forno, vicino agli “stalletti”. Non ricordo come iniziarono con il primo lievito, ma ricordo invece il rito dell’impasto, della formazione di pani, del segno della croce sui pani, del segno della croce davanti alla bocca del forno, di qualche parola a mo’ di preghiera, appena riposta, a fianco, la pala.
Dopo aver impastato una quantità di farina e acqua sufficiente a farne circa 7 o 8 pani Nonna e poi Zia, una volta imparato, li adagiava su un lungo panno di cotone, come un lenzuolo, largo poco più del filone, e con una mossa accurata ripiegava questo panno, in maniera che i pani non si toccassero. Poi tutta la fila di questi pani, messi su una tavola preparata allo scopo, veniva ricoperta da questo panno, in modo da lasciare lievitare i filoni. D’inverno, quando era proprio troppo freddo, questa tavola lunga e stretta veniva lasciata riposare vicino al camino, appoggiandola su due sedie. Normalmente il tepore della cucina era invece sufficiente. Quando l’impasto non poteva dare luogo ad una fila intera, veniva steso su una teglia cosparsa preventivamente di un filo d’olio. E sopra poi si facevano dei piccoli avallamenti sospingendo le dita e lasciando le proprie impronte. Infine olio rosmarino e sale grosso. Che bontà al momento della sfornatura! Un odore dolciastro e caldo si spandeva tutt’intorno! La pizza al rosmarino veniva divorata in pochi minuti dai tre ragazzini affamati che eravamo. Questo pane, anche se fatto con la farina bianca (solo dopo saremmo passati al semi-integrale e all’integrale), era molto più buono e sostanzioso del pane comprato alla bottega. E durava anche una settimana o più. Una volta presa confidenza con il forno (ogni forno ha i suoi tempi di imbiancatura, di reazione, di tenuta), Nonna avviò l’usanza di fare, sotto Pasqua, le rituali pizze salate, e dolci. E po, a ottobre, la pizza bianca con alcuni acini d’uva nera schiacciata sopra, quasi a fine cottura. Una pizza che ho ritrovato solo a Firenze, anni dopo, perdendomi in una viuzza appena fuori dal centro.
Poi abbiamo costruito il forno per il pane, quando demolimmo il vecchio annesso. Lo costruirono Zia e Guerrino, mettendo su un mattone dopo l’altro e facendo anche la camera di cottura in forma di piccola cupola. Un piccolo forno autonomo, tra la casa e il pozzo, alto 2 m a valle e non più di 2,30 a monte, di circa 2 m per 3, in pianta.
Oggi quel piccolo forno rimane, sta. Inutilizzato. Soppiantato da un forno prefabbricato molto più grande, inserito all’interno di un fabbricato strumentale alla conduzione dell’azienda, che comprende anche un piccolo molino, un frantoio, una rimessa attrezzi, ecc. Quel piccolo manufatto di mattoni, due colonne bucate, in cemento armato (quelle che da noi si adoperano per le vigne), travetti di legno e marsigliesi resiste lì, da solo, ormai aggredito anche da qualche erba di troppo e dal melograno che è cresciuto lì vicino. La “cerqua grossa” è caduta, schiantata da una tempesta estiva, ma il forno sta ancora lì: i travetti di legno, della sezione di 5 x 5 cm si sono un po’ inflessi, le colonne si sono un po’ piegate, ma resiste indifferente. E’ diventato quasi un monumento. E’ destinato a cadere da solo: non abbiamo infatti il coraggio di demolirlo. Un monumento nasce anche dalla mancanza di coraggio? Si potrebbe dire che lo teniamo per rispetto. Ma di cosa? Di chi? E quanto durerà questa sopportazione, questo vederlo ruderizzarsi, sopraffatto da rovi, melograno, edera? Tra un po’ dovremo decidere: lasciarlo al suo destino di rovina, oppure conservarlo. Oggi è sospeso tra la l’inerzia e l’apparente apatia. Perché restaurarlo sarebbe possibile, ovviamente. Ma restaurarlo significherebbe cristallizzarlo in un vero e proprio monumento, forse. Formalizzare questa cosa: cresimarla. E questo ci sembra troppo: non può essere un monumento funebre. Forse c’è una sorta di pudore che costringe a adeguarsi al ritmo naturale delle cose. A non enfatizzare: a stare a mezza costa. Il tempo farà il suo corso, il suo lavoro.


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