Io mi sono aggrappato a Lucio Battisti come all’unico scoglio quando fuori era tutto un’onda furiosa e disordinata. Battisti mi ha dato gli strumenti per “digerire” le cose importanti della vita, per metterle in una giusta cornice: i grandi temi, le necessità quotidiane, la levità, le sorprese, i dolori, le delusioni, le piccole felicità, il tempo perso, i tradimenti …
C’era una tale concordanza del sentire, nel sentire, che era impressionante. A volte pareva che mi leggesse dentro. O che io gli avessi detto quello che pensavo.
Quando i miei amici sentivano Claudio Lolli, Antonello Venditti, io ascoltavo “Emozioni”. Quando più tardi avrebbero ascoltato i Liftiba o i CCCP io cantavo “Le cose che pensano”. Lo sfasamento, insomma, come una costante della mia vita.
Ho pensato così di ri-scrivermi, di ri-velarmi, a distanza di anni, prendendo lo spunto dalle sue canzoni. Una piccola serie che quindi intitolo così: C.S.A.R. (Cosa Succederà Al Ragazzo: forse avrebbe sorriso di questa cosa.)

“Oramai, tra di noi, solo un passo, …”.
Solo un passo, un piccolo passo. Ma quel passo è sempre stato infinitamente, atrocemente lungo: un abisso, una voragine spazio-temporale, una piega della piega della volontà. Quel passo non era un muro. Un muro mi avrebbe respinto, fatto male, costretto a fare i conti con la propria durezza, con la propria logica. No, quel passo era invece una nebbia, una terra di nessuno, una selva, dove ci si poteva solo perdere. E mi ci perdevo, infatti. Un lago, un mare, un oceano, un blu sempre più scuro, un velluto corvino, un imbuto, un coro di sirene che mi invitavano a immaginare, a pensare sempre più, a cercare di decifrare, a non sbagliare alcuna mossa. “Io vorrei …, non vorrei …”. Vorrei dirti che ti amo, che farei tutto per te. Ma non vorrei, non voglio, non posso permettermi una risposta negativa, ferma, che io prenderei come definitiva, lapidaria, scolpita, eterna. Vorrei dirti che non sei una delle tante, anche di quelle che dovessero venire, che questa cosa non passerà mai. Vorrei dirti fammi dire quello che provo, ma non dirmi di no, vorrei dirti non chiudere per sempre la porta. Vorrei dirti che non posso rischiare questa cosa. Vorrei dirti che ho paura, che ho paura di perderti prima ancora di averti avuta, che ho paura di non prenderti, che ho paura che guardi quell’altro come a volte mi è parso che tu guardassi me, come se volessi … Come se volessi sorridermi, accettarmi, accogliermi. Mi sorridi, mi inviti, mi sfiori, ti aggiusti i capelli, ma poi sposti le mani, e per un attimo rimangono ferme, come nell’Annunciazione di Antonello da Messina, come se ci fosse ancora tempo, come se avessi io i pezzi bianchi, come se ci fosse ancora un tempo …
Finché il tempo, il tempo vero, il tempo insipido, il tempo degli orari, degli orologi, finiva inesorabilmente. Il mondo si riprendeva lei, tutta, con i suoi impegni, il suo ragazzo, la scuola, la mamma, le amiche, il lavoro, e io tornavo a casa pensando alla prossima volta. Ma succedeva anche (doveva succedere), che un’altra volta non ci sarebbe stata. C’è sempre una prossima volta che non c’è mai stata.


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