Avevo cucinato funghi champignons (la cosa mi fa sempre ridere: a me, a cui è rimasta un po’ di Francia addosso, sembra di dire funghi funghi), carote e panna. Poi una bottiglia di spumante, un po’ di pandoro e l’ananas. Avevo guardato Blob (una trasmissione cinica dell’epoca), e poi mi ero goduto il film Cotton Club. Infine avevo preso l’Alfasud ed ero andato in alto, sotto al ripetitore di Monte Martano, a circa 1000 m di quota. Il militare di leva, dall’interno della garitta, mi guardava con sospetto, e lo posso capire. Comincia a nevicare: ci speravo fortissimamente. Nevica. Compone (da noi si dice così quando la neve adagia il suo mantello a terra). Fiocchi grandi e pesanti che diventavano gialli e poi tornano bianchi, illuminati prima, in alto, dai lampioni arancioni della zona militare e poi dai fanali della macchina, che ogni tanto metto in moto per non restare troppo al freddo. E, confesso, per godermi lo spettacolo.
Avevo portato due o tre cassette di Lucio Battisti e le facevo inghiottire, scegliendo un po’ i lati A o B, dall’impianto “Marantz” dell’Alfasud.
Era il Capodanno successivo all’anno di leva, che avevo passato tra l’Ospedale Militare nel complesso di Santa Giuliana a Perugia, la caserma di Orvieto e casa. L’anno era servito: mi ricordo di uno strano senso di maturità, di potenza, di cose da fare. Riprendere a studiare, per esempio. Il servizio militare era stato deleterio, da questo punto di vista, e non avevo superato alcun esame. Anzi, avevo archiviato la mia richiesta di iscrizione a Roma (“Rinuncia agli studi” era stata la formula corretta per tornare in fretta in possesso del diploma), e mi ero re-iscritto, ex-novo, a Firenze. E come guadagnare allo stesso tempo un po’ di soldi, senza pesare sulla famiglia? Continuare a scrivere i miei “Zibaldini”, i miei diari? Perché? Continuare a leggere Krishnamurti, la cui critica mi assorbiva molte energie, poco meno di quelle che liberava? E che fare con miei amori impossibili? Smettere di pensare a R., ormai nelle braccia di un altro; azzardare con E., fidanzata, ma che sento “tentennare”; rispondere a M., che mi ha scritto lettere piene di fiori nell’anno del militare; chiedere a C. il significato del suo sorriso e del suo “ho capito che sei un amico” …?
Penserò a tutto questo, comunque, il 2 gennaio 1986. Oggi, cioè la fine dell’anno 1985, voglio pensare a me.
Guardo il volo scomposto di queste morbide e bianche farfalle che vogliono atterrare. Sono farfalle che volano solo all’ingiù, farfalle a cui solo la gravità dà una direzione. Cerco di individuarne una e di seguirla fino in fondo, ma è impossibile: si perde si nasconde si confonde tra le altre, innumerevoli, che continuano a scendere. Con la macchina spenta, e ammutolito anche Battisti, mi sembra quasi di sentire il rumore dei fiocchi che si posano uno sull’altro e che coprono in fretta il parabrezza. Fa’ freddo. “Pensare a me” senza pensare ad altro diventa una paradossale prigione: una formula retorica, un girare a vuoto, senza senso. “Bru’: torniamo giù”, mi dico.
Autore: bmbarch
Clessidre di quercia
Natale era festa:
i campi alla pioggia,
letizia di un giorno
intorno al fuoco.
Si rovesciavano
clessidre di quercia
sognando la Pasqua,
il verde e l’argento .
Nebbia
A Spoleto da ragazzini giocavamo al pallone sul campo in asfalto di Santa Rita, la nostra parrocchia, fin quando la nebbia avvolgeva tutto: le porte, gli spalti in cemento, i pochi lampioni che illuminavano il parcheggio, la sacrestia, gli alloggi dei preti. Il segnale era il centro di quello spazio non più grande di un campo da tennis: se non si vedeva il pallone, posto sul centrocampo, bisognava smettere. Per “impraticabilità”, come ci dicevamo, fingendo di sentirci già in Serie A. Chiudevamo il pomeriggio con le ultime sfide “ai rigori” (il pallone era più vicino). Gli ultimi ad andarsene eravamo sempre noi: Patrizio, Pompilio, Carlo, io. Ci faceva sentire diversi, fortunati, forti. Tornavamo al bar, che era un po’ la nostra casa, rossi in viso e sulle gambe scoperte, a causa dei calzoncini ancora corti. Qualche cliente ci guardava, un po’ spiazzato dalla nostra comparsa, colorita e vociante, e sicuramente faceva dei commenti non sempre favorevoli indirizzati a zia Natalina e a nonna. Penso che loro se ne infischiassero bellamente: eravamo giovani, in buona salute: un po’ di freddo alle gambe non ci avrebbe ucciso di certo.
In campagna, anni dopo, quando la nebbia stazionava, e quando vi era un momento libero senza lavori urgenti da fare, mi piaceva camminare e fare il giro della “Cerquagrossa”. La nebbia intensa sembrava una rugiada fuori tempo e si formavano gocce di acqua sulle foglie dei rovi, dei biancospini, degli olmi campestri, ormai nudi, e poi sull’equiseto, sulla gramigna, tutti a costeggiare le ripe delle strade. Le querce tenevano invece ancora strette le loro foglie, e solo le tramontane di febbraio-marzo avrebbero scompigliato le loro foglie, ormai imbrunite e accartocciate. Facevo questa sorta di “giro di ronda” soprattutto alla fine del pomeriggio, quando la luce grigia e morbida diventava sempre più grigia, sempre più fosca.
Mi piace molto la nebbia, questo dispositivo di rallentamento, di umiltà. Le cose sono sempre lì. Sei tu che devi andare da loro. Devi vedere meglio. Devi capire meglio. Devi fare un altro passo, e sentirlo: sentire il rumore della scarpa sulla terra, sentire le goccioline sul viso, sentire il freddo sulle mani, vedere il tuo soffio caldo che esce e che si perde davanti a te. La nebbia è come l’alcol, che sembra appunto renderti meno lucido, ma che in realtà toglie un velo ai tuoi pensieri, alle tue parole. L’alcol è un buon viatico quando decidi di estraniarti per un po’, di mandare fuori fuoco la (falsa) realtà, per gustarti da solo un momento, per farti coraggio, per dichiarare il tuo amore a quella donna. Mandare fuori fuoco la falsa realtà per ritrovare la vera realtà, quella che è dentro, che è stata sempre dentro, che ha bisogno di essere ripescata.
La nebbia acuisce la vista, il pensiero, i sensi: l’udito, l’odorato. La nebbia amplifica, e devi apprezzare le piccole differenze. Espande il tuo mondo, che diventa paradossalmente di qualche decina di metri. Oltre c’è l’ignoto. O meglio c’è il noto, che aspetta solo di essere riconquistato. Quella quercia è ancora lì, e quando ti vede dice tra sé e sé: “Eccolo, è tornato.”
Il tiglio
Il tiglio arrivò tardi a casa. Ora ce ne sono due, tra la casa e la siepe di alloro, che oggi è gigante. Non so perché zia o nonna non pensarono a piantarlo. Ma è un albero che mi è sempre piaciuto tanto. Così profumato, così dolce nelle sere di maggio. E’ un albero che non vive molto. Direi che è un albero delicato. Verso novembre le foglie diventano di un bel giallo luminoso e cadono quasi tutte insieme. Le foglie sono fragili, sottili, e quindi non possono resistere al freddo. Se capita di passare in un gran bel viale, punteggiato da molti tigli, lo spettacolo aureo è assicurato. Certo: l’Unter den Linden è impressionante, ma ecco, c’è un luogo particolare a Spoleto, nel tratto che va da Via Filitteria al Duomo, che è pieno di magia. Una magia di proporzioni, di materiali, di cromìe, di piccoli accidenti (un grande muro di sostegno, una fontana, un muretto basso, le scale laterali), di microclima. E’ uno slargo di pochi metri, con una forte pendenza e un terrazzamento. Vi sono 3 tigli. Nelle sere di maggio, quando cominciano a schiudersi i fiori, vi è un odore dolcissimo, che arriva quasi alle punte del gelsomino. Vedere i frutti scendere a terra, appesi ai loro “elicotteri”, è sempre uno spettacolo che fa tornare bambini. Siccome è uno slargo racchiuso tra palazzi, il vento è sempre mitigato, e quindi i frutti si depositano ai piedi degli alberi. Poi, in autunno, a fine giornata, lì si danno appuntamento centinaia di passeri e fanno un gran vociare. C’è un bellissimo tramonto sul finire dell’estate, ed è bello andarci proprio in quel momento, per gustare tutta la dolcezza, la languidezza, la lussuria di quella luce aranciata che rimbalza sulle facciate dei grandi palazzi a monte. Bisogna prendersi del tempo e sedersi sul muretto di mattoni del terrazzamento. E aspettare senza aspettarsi nulla: qualcosa succede sempre quando il tempo è sospeso.
Comune di Bastia Umbra
Nuovo PRG Parte strutturale e Parte operativa
Linee d’indirizzo strategiche per la redazione del Piano
Attività consiliare n. 1
Inizio questa piccola rubrica di sintesi dell’attività finora condotta, cercando di cogliere in questa comunicazione la volontà di avvicinare gli iscritti all’Ordine e la “volontà di trasparenza” che ha animato tutti coloro i quali si sono candidati alla carica di consigliere.
Nelle sedute fin qui tenutesi ho proposto di aprire il Consiglio a tutti gli iscritti, riservandosi solo, eventualmente, una parte in cui ci sono deliberazioni che attengono a fatti o contengono dati personali. Ho anche proposto di pubblicare in streaming le sedute. Il Consiglio non ha approvato e ha rinviato ad ulteriori approfondimenti.
Ho proposto al Consiglio di rivedere la modalità di verbalizzazione, prevedendo la redazione elettronica e l’approvazione del verbale al primo punto della seduta successiva.
Il Consiglio ha deciso di rinviare il punto al momento in cui si rivedrà completamente il “Regolamento del funzionamento dell’Ordine”.
Ho proposto al Consiglio di pensare a una sede diversa, in affitto o in acquisto, reputando la sede attuale non adeguata alla categoria degli Architetti. Il Consiglio ha approvato l’idea, impegnandosi ad una interlocuzione con vari soggetti istituzionali.
Ho votato contro alla proposta dell’arch. Stefano Tini (a cui riconosco la buona intenzione), che prevede di istituire un servizio di ascolto e ricevimento degli iscritti, reputando impossibile limitarsi alla sola fase dell’ascolto. Ritengo inopportuno che la voce del Consiglio sia data a una sola persona, su argomenti che possono essere i più vari. Ritengo inoltre che il servizio si sovrappone alla normale segreteria da un lato e che dall’altro erode la rappresentanza del Consiglio, eventualmente appannaggio del Presidente. E che infine possono esserci altri modi di aiutare gli iscritti, laddove questi ne abbiano bisogno.
Sul Bilancio preventivo 2026 mi sono astenuto, ritenendolo un bilancio del tutto ordinario, senza idee di rilievo in materia di formazione, di trasparenza verso gli iscritti, e senza idee sulla Fondazione Umbra per l’Architettura.
Prime opinioni su Ma Yansong.
Ieri ho assistito a un bel pomeriggio di architettura. Grazie a Andrea Margaritelli, la Sala dei Notari era stracolma, con persone in fila anche sulle scale.
Ne faccio una primissima lettura. Talento straordinario innanzi tutto, che ha reso domestiche anche le funamboliche contorsioni di Zaha Hadid. Poi: plateale dimostrazione di una potenza economica e tecnologica cinese, a cui viene quasi voglia di arrendersi come i “barbari” quando videro i romani costruire il Ponte sul Reno in pochi giorni. Potenza economica e tecnologica che sorvola sul tema del consumo di suolo, così esiziale da noi. Non basta infatti costruire sottoterra, o meglio ancora, sotterrare l’architettura per essere ecologici. Non lo dice BMB: lo dice Ma Yansong: la sua idea di natura non è principalmente legata a un’idea di natura “incontaminata”. La sua idea di natura è “poetica”, “emotiva”.
Ribadito ancora una volta che è sicuramente un grande architetto, è sicuramente anche un grande mago, un grande illusionista. Poeta e “fingitore”. Lui usa la natura per far “scomparire” l’architettura. E’ sempre lui a dirlo, non io. E la cosa ha più di un senso, per almeno due motivi. Il primo è che la sua natura è una natura ri-disegnata, ri-pensata, ri-concepita. Con un pensiero talmente raffinato e colto da ridiventare quasi naturale. Come se non ci fossimo mai allontanati da quel dipinto cinese che ha proiettato, illustrando un suo grande edificio ai bordi un lago. Il secondo è che se il contesto in cui nascono i suoi progetti è quello di una congerie di grattacieli prismatici in acciaio e vetro, i suoi progetti (una categoria nuova che sta tra la scultura enorme e una parte di città), pongono immediatamente questi grattacieli nel passato. Su questo ha ragione Walter Mariotti: sembrano appartenere già a un’altra epoca.
E vengo al punto per me più difficile. Alcuni dei suoi progetti sono in realtà dei grandi vuoti, dei grandissimi vuoti, con un oculo di luce zenitale. Semplifico e brutalizzo: modello Pantheon. O se volete essere più moderni: Palazzetto dello Sport di Nervi a Roma. Bene, immaginate ora di ricoprire questi edifici con un bello strato di terreno che sia coltivabile e anche praticabile per delle passeggiate. Ecco il “disappear” dell’architettura. Ora, mentre possiamo convenire che l’esterno del Pantheon non sia un granché (a parte il pronao), e che anche quello del Palazzetto sia sacrificabile, questa metodologia non può essere applicata alla Rotonda del Palladio, per esempio. O meglio: può anche essere applicata, solo che io non lo vorrei. Ci sono architetture di cui sono orgoglioso e che vorrei fossero visibili anche dall’esterno. Credo che una delle grandi lezioni dell’architettura greca sia stata la conquista della “piena luce” e io non mi sento di rinunciarvi solo per avere delle morbide colline su cui passeggiare.
Insegnare, imparare.
La morte recente dell’amico Andrea Ricci, architetto dalle rare capacità affabulatorie, sia nell’eloquio che nel disegno, il conseguente ripensamento (diverso dal semplice ricordo), della mia stagione con il prof. Leoncilli Massi, nonché qualche parola in famiglia sul tema, mi hanno spinto un’altra volta a chiedermi perché per me fosse così importante insegnare. Al di là della (forse) cristiana vanità di farsi chiamare “professore”, cosa che non ho mai spinto a fare né che ho mai usato, della piccola iniezione di autostima per il fatto di sentirsi importante per qualche studente, per me insegnare obbligava a studiare, a imparare, a smontare, a conoscere. Mi è sempre piaciuto decostruire, conoscere cose nuove, leggere, immaginare, imparare. E ho realizzato che per me non c’è modo migliore di imparare se non insegnare.
Un filo d’erba fortissimo
Tutto quello che è venuto dopo aver trebbiato il grano è stato orpello, decorazione. Fuori da quel campo di calcetto, da quella strada, non siamo nulla. Fuori da quel campo d’avena sativa non siamo che evanescenze. Quello che siamo ora era già lì, in nuce. Chi era stronzo allora è rimasto stronzo. Certo: migliorato, civilizzato, incravattato, ma sempre stronzo.
Ormai sbaglio pochissime volte. Guardo negli occhi delle persone e vedo il loro passato le loro paure, le loro esitazioni, i loro sostegni … Vedo e capisco che non passavano i compiti in classe, non marinavano la scuola, che si innamoravano distrattamente, come una cosa che bisogna fare: senza passione, senza sofferenza.
Sto perdendo tempo: dovrei solo tornare lassù a falciare il fieno, a innaffiare le fragole, a tagliare la legna nel bosco. E invece sto ancora qui a sentire questo fantasma che vuole insegnarmi l’urbanistica concertata “dal basso” (che se fosse una cosa musicale avrebbe perlomeno un altro appeal …). Gente a cui tutto è arrivato, ma che non ha ereditato nulla, che non ha mai riconquistato nulla.
Siamo cresciuti facendoci credere che essere avvocato, ingegnere, imprenditore, fosse importante. Ma non era vero: tutte finzioni, tutte medaglie di latta. Tutti fantasmi. A volte questo senso di irrealtà mi prende così forte che devo fare uno sforzo di ri-piombatura, di zavorramento.
Quello che contava, quello che conta, è essere innamorati, avere le mani sporche di terra, la schiena bruciata dal sole.
C.S.A.R. n. 1
Io mi sono aggrappato a Lucio Battisti come all’unico scoglio quando fuori era tutto un’onda furiosa e disordinata. Battisti mi ha dato gli strumenti per “digerire” le cose importanti della vita, per metterle in una giusta cornice: i grandi temi, le necessità quotidiane, la levità, le sorprese, i dolori, le delusioni, le piccole felicità, il tempo perso, i tradimenti …
C’era una tale concordanza del sentire, nel sentire, che era impressionante. A volte pareva che mi leggesse dentro. O che io gli avessi detto quello che pensavo.
Quando i miei amici sentivano Claudio Lolli, Antonello Venditti, io ascoltavo “Emozioni”. Quando più tardi avrebbero ascoltato i Liftiba o i CCCP io cantavo “Le cose che pensano”. Lo sfasamento, insomma, come una costante della mia vita.
Ho pensato così di ri-scrivermi, di ri-velarmi, a distanza di anni, prendendo lo spunto dalle sue canzoni. Una piccola serie che quindi intitolo così: C.S.A.R. (Cosa Succederà Al Ragazzo: forse avrebbe sorriso di questa cosa.)
“Oramai, tra di noi, solo un passo, …”.
Solo un passo, un piccolo passo. Ma quel passo è sempre stato infinitamente, atrocemente lungo: un abisso, una voragine spazio-temporale, una piega della piega della volontà. Quel passo non era un muro. Un muro mi avrebbe respinto, fatto male, costretto a fare i conti con la propria durezza, con la propria logica. No, quel passo era invece una nebbia, una terra di nessuno, una selva, dove ci si poteva solo perdere. E mi ci perdevo, infatti. Un lago, un mare, un oceano, un blu sempre più scuro, un velluto corvino, un imbuto, un coro di sirene che mi invitavano a immaginare, a pensare sempre più, a cercare di decifrare, a non sbagliare alcuna mossa. “Io vorrei …, non vorrei …”. Vorrei dirti che ti amo, che farei tutto per te. Ma non vorrei, non voglio, non posso permettermi una risposta negativa, ferma, che io prenderei come definitiva, lapidaria, scolpita, eterna. Vorrei dirti che non sei una delle tante, anche di quelle che dovessero venire, che questa cosa non passerà mai. Vorrei dirti fammi dire quello che provo, ma non dirmi di no, vorrei dirti non chiudere per sempre la porta. Vorrei dirti che non posso rischiare questa cosa. Vorrei dirti che ho paura, che ho paura di perderti prima ancora di averti avuta, che ho paura di non prenderti, che ho paura che guardi quell’altro come a volte mi è parso che tu guardassi me, come se volessi … Come se volessi sorridermi, accettarmi, accogliermi. Mi sorridi, mi inviti, mi sfiori, ti aggiusti i capelli, ma poi sposti le mani, e per un attimo rimangono ferme, come nell’Annunciazione di Antonello da Messina, come se ci fosse ancora tempo, come se avessi io i pezzi bianchi, come se ci fosse ancora un tempo …
Finché il tempo, il tempo vero, il tempo insipido, il tempo degli orari, degli orologi, finiva inesorabilmente. Il mondo si riprendeva lei, tutta, con i suoi impegni, il suo ragazzo, la scuola, la mamma, le amiche, il lavoro, e io tornavo a casa pensando alla prossima volta. Ma succedeva anche (doveva succedere), che un’altra volta non ci sarebbe stata. C’è sempre una prossima volta che non c’è mai stata.