Il nostro piccolo contributo al consumo di suolo

Questa piccola nota che segue intende mettere in evidenza il rapporto che c’è tra le nostre azioni e il fenomeno del cosiddetto consumo di suolo.
Partirò da alcune semplici e banali premesse, sulle quali occorre convenire per poter arrivare a una conclusione sensata.

1. Il nostro comportamento quotidiano influenza le tendenze generali. Se non si è d’accordo, inutile andare avanti. C’è gente che non compra certi biscotti perché contengono olio di palma. Altri boicottano Israele o esercitano il loro potere di spesa in modo da favorire o sfavorire determinate marche. Dunque credono che la loro azione possa cambiare qualcosa. Anch’io lo credo. Penso che nel piccolo ognuno possa fare qualcosa.

2. Le politiche insediative e localizzative di un Comune sono fatte spesso “a valle” delle dinamiche imprenditoriali e non viceversa. Il Piano regolatore di un Comune, oggi più che mai, è indirizzato a cogliere e favorire le iniziative economiche. Ikea orienta lo sviluppo del territorio più di quanto faccia il Comune con la sua pianificazione ordinaria. Se Ikea vuole stabilirsi su un territorio, riesce a far modificare il Piano regolatore, vuoi con procedure ordinarie, vuoi con procedure derogatorie (tutte legittime). Gli imprenditori edili che vogliono realizzare un insediamento residenziale spingono (legittimamente) affinché una certa zona diventi edificabile e un’altra, invece, no. Le infrastrutture, le strade, che consumano molto suolo (leggere bene il Rapporto ISPRA), vengono realizzate anche per servire nuove aree commerciali, artigianali, miste.

3. Ne deriva che il consumo di suolo è frutto del nostro comportamento. Se vogliamo una politica che occupi meno suolo occorre certo votare quel partito che si impegna a legiferare in materia. Dovremmo votare quel partito, quella coalizione che si impegna a impedire ulteriori politiche espansionistiche in tema di suolo. Ma c’è un ma. Se vogliamo difendere il suolo dobbiamo evitare di andare a abitare in quella casa nuova costruita 10 anni fa al limitare della campagna. Se vogliamo difendere il suolo dobbiamo tornare a vivere nel centro storico e nel tessuto adiacente. Dovremmo quindi vendere la nostra casa e cercare di densificare la città esistere. La stessa cosa va detta per chi fa acquisti nelle grandi strutturali, nate con procedimenti in variante al PRG, negli ultimi 20 anni. Ikea, Decathlon, Ipercoop, Leroy Merlin, vanno tutte boicottate. Gli acquisti vanno fatti nei negozi di vicinato. Il nostro comportamento porterà il legislatore a vietare nuovi insediamenti in aree agricole. Chi è contro il consumo di suolo dovrebbe astenersi dal passare per la variante di valico e un giorno non prendere l’Alta Velocità Torino Lione. Chi chiede di votare o di aderire a una petizione dovrebbe dare subito il buon esempio. 

Le donne della mia vita

Questo otto marzo mi ha spinto a fare una riflessione sulle donne che ho incrociato nella mia vita, le donne che fanno parte della mia vita. Io amo le donne, la loro intensità, la loro bellezza. Quando stava per arrivare il secondo figlio, avevamo deciso che se fosse stata femmina il nome sarebbe stato scelto tra questi tre: Beatrice, Laura, Francesca. Richiamare queste figure mitiche della letteratura italiana ci era sembrato il modo migliore, l’unico modo, per rappresentare degnamente l’essere donna oggi. Poi Pietro, il primo figlio, ci indicò Beatrice senza indugio. E Beatrice fu.
Dunque le osservo,  scruto il loro sguardo, soprattutto quando una donna guarda un’altra donna e decide in pochi attimi se è una nemica o se invece può essere lasciata in pace. Ho avuto poche donne, rispetto alla contabilità stratosferica dei miei amici. Meglio così, d’altra parte: una relazione con me non è facile, non è mai facile.   E poi ho sempre corteggiato donne molto belle. Ho cercato di dare sempre di più di quello che ho preso, o di quello che pensavo stavo prendendo. Ma parliamo delle mie donne.
Una mi ha appena lasciato, e non ho potuto farci molto. Voleva essere indipendente, libera, sincera, a volte crudele. Ha sempre voluto esserlo. Credo di essere stato un suo rifugio mentale. Quando era stanca della sua libertà pensava a me, alla mia tolleranza, e vi si riposava. Ho ricordi molto diversi di lei: alcuni molto tristi e dolorosi, altri molto più leggiadri. E alla fine rimane il suo sorriso, così bello e malin. Credo che mio padre si sia innamorato delle sue caviglie (bellissime) e di quel sorriso così sbarazzino e aurorale. Almeno così mi piace pensare.
La prima volta non c’ho capito niente. Io mi sono innamorato (ovviamente), di questa nave scuola, frutto del Mediterraneo. Lei si è molto divertita, e posso dire che è rimasto un affetto tra noi.
Una l’ho attesa per 19 anni, scrivendole 382 lettere (mai spedite). Pensando a lei, immaginando lei, ho tradito quindi le altre che ho frequentato, che frequentavo. Mi interrogo spesso se questo tradimento non sia anche peggiore del tradimento fisico. Ma le donne (sempre loro), mi dicono di no:  la fisicità è peggio. La lunga attesa ha lasciato intatta la passione e la bellezza in lei. Il giudizio che ne avevo dato nei primi minuti in cui l’ho conosciuta ha attraversato tutto questo spazio senza cambiare: ha resistito tutto questo tempo. Avevo visto giusto. È tornata nella mia vita accettando un ruolo più che difficile.
Con una abbiamo fatto “8 settimane e mezzo”: né un giorno di più né un giorno di meno. Divertente, ma ha lasciato poche tracce.
Una non sa ancora decidere se mi vuole bene o no, e quanto. Non riusciamo proprio a comunicare come vorrei. Lei scrive frasi che non capisco, e che sono dall’altra parte della sua grazia di porcellana.
Una mi ha fatto arrabbiare molto. Continua a farlo, ma ho capito che è impossibile per lei essere altrimenti. La vita è stata già dura e posso solo darle la mia comprensione.
Un’altra mi ha amato e io no.  Forse anche più di una.
Una era bella come una medusa, e infatti sono rimasto pietrificato al primo bacio.
Una era una guida, ed ancora lo è, nei momenti difficili. Veniva dal Monte Catria, con un nome di ballerina d’altri tempi, e mi ha aiutato da lontanissimo a tenere il mio primo figlio, contro tutti o quasi tutti (“Un figlio non porta mai carestia”).
Una mi ha voluto bene, molto, ma mi ha tarpato le ali. Una donna di un carattere e di una determinazione indicibili. Lavoro, studio, educazione, tenacia.
Una mi voleva pagare e è stato un trauma.
Una è stata una donna passionale a cui devo un’iniezione vitale di autostima quando il cielo aveva deciso di cadermi sulla testa. Una donna con la gonna: non ce ne sono più molte.
Una l’ho amata molto, ma dice che non lo ha mai saputo. Aspiravo la sua freschezza di mandarino, i suoi capelli lunghi e forti, ma non l’hai mai capito. Mi ha insegnato tanti anni dopo che essere avanti, con una donna, vuol dire solo essere fuori tempo.
Una mi ha inebriato con candele aromatizzate e un favoloso mondo e linee d’ombra e film e cene. Poi ci siamo lasciati cadere: non saprei dire altrimenti. La magia è finita come un fiore che appassisce: una dissolvenza.
Solo una mi ha ferito. E l’unica ragione che posso immaginare è per non ferirsi di più.
Una si è voluta sacrificare come un agnello al lupo, ma poi, in quel momento, non ha avuto il coraggio di vivere la sua vita.
Una l’ho amata meno di quanto avrei potuto, se l’amore deve ricomprendere anche tutto il resto di una vita a due. Cerco di perdonarmi, per questo.

Le ragioni di un pannello*

Innanzi tutto grazie a Tecla srl per aver sostenuto questa iniziativa. Oggi non è scontato che un’azienda investa in pubblicità. È ancora meno scontato, e anzi è piuttosto singolare che un’azienda investa in un simile evento, in Umbria. Grazie poi alla segreteria tecnica dell’evento e al prof. Paolo Belardi per la curatela scientifica.
Quando sono stato invitato a questa iniziativa mi sono chiesto chi oggi era il duca, il signore, il principe, l’imperatore. Perché lo studiolo così come lo conosciamo, è riconducibile a una precisa finestra temporale:  l’umanesimo del centro Italia. All’epoca la società era diversa, più piramidale e strutturata di quanto non sia oggi. Per semplificare, vi era un signore, un duca illuminato, colto, carismatico, una piccola corte e poi via via una platea molto meno colta, molto meno sensibile e versata nelle arti, nella letteratura, nella musica ecc. E oggi? Oggi è difficile trovare intorno a noi un duca colto, un signore edotto. C’è un libro molto recente, in realtà, che dimostra come la storia del l’Occidente non sia altro che la storia della perdita del potere, della sua frantumazione, da una o poche persone, a una moltitudine di persone. Dunque il principe siamo noi. E dunque lo studiolo doveva essere portato a noi, a tutti, evitando un suo isolazionismo. Parlando una lingua semplice, fondamentale, o presentando diversi livelli di lettura.
Credo che in quest’epoca la maggior parte di noi sia confusa, che abbia perso molti punti di riferimento, che veda sbriciolarsi intorno a sé istituzioni complesse che magari pensava imperiture. E che quindi abbia bisogno di tornare ai fondamentali. Natalini dice che abbiamo uno straordinario bisogno di normalità, e anche io concordo. E abbiamo bisogno di tempo. Ecco, lo studiolo di una cosa non può fare a meno: di tempo. Lo studiolo necessita e postula la volontà di prendersi un po’ di tempo. Tempo per farsi delle domande, per riflettere, per meditare.

Nel merito: l’Uomo trova il proprio studiolo dopo aver vagato per un po’ nella foresta: una foresta fatta di canne, e quindi di altri uomini. In questa foresta c’è una piccola radura e per terra c’è un pannello con delle fasce colorate, coperto dalla pioggia, o dal troppo sole, da un tetto leggero: giusto un velo. Questo bosco l’ho chiamato “Le bois des pas perdus”: il bosco dei passi perduti. I passi perduti è una bellissima invenzione francese, sociale prima che architettonica. Per semplificare anche in questo caso, diciamo che è un luogo di filtro, di attesa, di sospensione. Ma giocando sul francese, è anche il bosco di coloro che non sono persi, di coloro che non sono più persi.
Le fasce colorate sono disposte ordinatamente una accanto all’altra, una sopra l’altra, una dopo l’altra. Vi è dunque un ordine, che è l’azione propria dell’uomo, o quella che lui almeno crede tale: trovare un ordine, ritrovare un ordine, inventare un ordine.
I colori delle fasce hanno un significato. Poiché occorre ritrovarsi (siamo confusi, erranti, persi), bisogna innanzi tutto capire dove siamo. Siamo qui, proprio qui, in Umbria, al centro dell’Umbria (il pannello non può stare dappertutto: in questo senso non è un oggetto di design, insomma). I colori sono diversi perché sono fasce di legno nostro: quercia, ciliegio, pero, carpine, olmo, orniello, salice, pioppo … Le fasce sono larghe un pollice, nell’idea progettuale. Il pollice fa saltare il metro decimale e ci riporta a una dimensione umanistica della misura, a una precisione confusa, come dice Valéry. È un ritorno al Modulor di Le Corbusier e attraverso di lui a tutta l’antropometria che nasce (o rinasce), nell’Umanesimo.
In realtà, dunque, il pannello non è altro che il nostro mondo. È la rappresentazione e la ri-presentazione del nostro mondo. La differenza sta nel fatto che lo sguardo dell’uomo lo trasforma da semplice territorio a giardino. Le fasce di questo giardino surrealista e distillato sono interrotte da tre eccezioni: delle fasce di colore verde, una fascia di colore rosa, e un cerchio nero.
Le fasce verdi sono disposte secondo un ritmo e secondo una matrice geometrica, forse anche facile a leggersi: partendo dal basso la prima fascia verde definisce un quadrato che ha come lato la base del nostro giardino. La seconda fascia è in ragione di radice di 2, e cioè la diagonale del quadrato. La terza fascia è in ragione di Phi, della Sezione Aurea. La quarta è in ragione del doppio. Tutto nasce dall’uno, come dice l’Alberti, e a questo punto le altre fasce potrebbero essere interminabili, gemmando da queste semplici regole.
La fascia rosa è per riportarci ancora più qui: mi sembra che se c’è un’architettura umbra, se dovessimo fare un pericolosissimo esercizio di sintesi e ricondurre l’architettura umbra a una sola figura, a un solo periodo, direi che l’Umbria è l’architettura romanica. Piccole o grandi costruzioni, ma sempre con un alto valore di massa, di volumi stereometrici, di luce e ombra. Un’architettura di pietra: di pietra rosa. Dalla chiesa di Monteluce di Perugia alla basilica di San Domenico di Spoleto, passando per Santa Chiara ad Assisi, per San Feliciano a Foligno, dalla cattedrale di Todi a Gubbio, io vedo una frequenza della pietra rosa che non trovo più in altre parti d’Italia.
La terza eccezione in questa costruzione di colori è l’occhio nero che ci guarda e ci disturba. È l’imperfezione, è il punto di yin nello yang, è l’incompletezza, il peccato originale. È posto in un luogo che sfugge a qualsiasi ragione topologica e geometrica. Ci guarda, ci ammonisce: in questo è il monumento del nostro giardino.
Le fasce colorate, oltre a essere proprie della nostra palette molto locale, sono anche un ricordo e un tributo ai nostri grandi pittori e artisti, che magari hanno scelto questa terra per lavorarvi. Senza andare troppo indietro, penso a Dottori, a Dorazio, a Tisato. Sopratutto a quest’ultimo, ai suoi legni, alle sue tele tessute, alla sua “umbritudine”. Infine il tetto che copre il nostro giardino. Una semplice lastra con un buco, che lascia passare un solo raggio di sole, un raggio che sul pannello dovrebbe disegnare le sue traiettorie, come una meridiana inversa, così come funziona il Pantheon. Il raggio di luce ci costringerà a seguirlo, e risalendolo si scopre che l’intradosso della copertura è il labirinto della cattedrale di Amiens, al cui centro ho posto quest’oculo.  Ho voluto simboleggiare così un paradosso che mi ha sempre affascinato fin da bambino e che non smette di farlo ancora oggi, soprattutto in estate. Il paradosso, lo choc, la meraviglia è questa: che il Cielo, così limpido, così chiaro, in realtà nasconde misteri insondabili. Questo velo, così leggero,  nasconde più di quanto non riveli. Questa cosa non smette di sorprendermi.

* Traccia per la presentazione del pannello “Lo Studiolo del III° millennio”, a Bastia Umbra, il 5 marzo 2017

PRG su due livelli: alcuni profili

Rilancio qui uno scritto molto chiaro del Prof. Paolo Urbani che ho colpevolmente riscoperto solo ora. Ci sono alcuni passaggi veramente illuminanti su alcuni temi che ho cercato di trattare in post precedenti. E’ stato pubblicato sulla Rivista Giuridica dell’Urbanistica 4/2007, ma è ancora molto attuale. Buona lettura.

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Il senso del sacro

Recentemente, in una occasione particolare, mi è capitato di riflettere ulteriormente sul senso del sacro nella nostra civiltà occidentale. Sul senso, cioè, che per la maggior parte delle persone è molto importante e che fornisce spesso la motivazione per vivere serenamente gli alti e i bassi della vita quotidiana. Ad altri il senso del sacro è di aiuto nei momenti peggiori dell’esistenza.
Mi è sempre piaciuta l’etimologia inglese di Sacro. Si dice holy (che ha la stessa radice di whole, intero, integro). In italiano non riesco ad andare oltre il latino sacer, che però non riesce a dirmi altro, ma forse è solo la mia ignoranza che si ferma lì.

Il senso del sacro è quello che dovrebbe evitare di vivere solo per scegliere la marca del frigo o per scegliere la prossima destinazione turistica. (En passant, sto cominciando ad odiare il turismo: forma di Grand Tour romantico tedesco in sedicesimo, largamente inquinante, devastante per il nostro territorio come il consumo di suolo.)

Ora, noi abbiamo fatto di tutto per eliminare il senso del sacro dalla nostra vita, il senso di alcuni assoluti, il senso di alcuni valori non negoziabili. Tutto ciò è parso una conquista: in ambito religioso, in ambito scientifico, in ambito morale. Siamo in un mondo dove finalmente tutto è relativo, tutto è negoziabile.

Credo che l’Islam invece attragga molti giovani d’oggi, anche nelle sue forme più radicali, in virtù di un concetto del sacro che noi abbiamo voluto espungere e che invece lì r-esiste bello saldo. Nell’islam, almeno così come viene percepito, ci sono valori non negoziabili, punti fermi, gnomoni infissi nel terreno. Provate a negoziare con esso i diritti dei gay, delle donne, a introdurre la teoria del gender fluid, il diritto di Israele di avere un luogo nel mondo …

Quest’idea di sacro, di immutabile, di una vita dopo la vita, attira e motiva molti dei giovani di oggi. Per essere in guerra bisogna essere motivati, come sa ogni buon Generale. Ma per andare in missione suicida occorre essere MOLTO motivati. E questa motivazione non la dà né il prossimo cellulare né la prossima settimana bianca. 

Perché avvicino il sacro alla morte? Perché mi sembra naturale sia così: sento così. Di fronte alla morte e di fronte alla vita, alla nascita di una nuova vita, ci si ferma, ci si dovrebbe fermare. Se non lo si fa, è perché secondo me qualcosa si è rotto. Noi abbiamo trasformato la vita in una faccenda molto tecnologica e molto edonistica. E la morte in una faccenda molto burocratica, e quindi noiosa: quasi un contrattempo. Un’ interruzione della nostra quotidianità, dei (o delle?) nostri aperi-cena. Una cosa che si risolve facendo molte carte, radunandosi magari in un luogo molto laico (ci mancherebbe), ascoltando i ricordi di qualche amico, e bruciando poi tutto ciò che quella persona è stata in un forno. E poi facendo magari un buffet, un rinfresco, perché non si sa bene come finire un momento simile.

Ecco: ci siamo liberati della Chiesa, dei preti, dei crocifissi, della dottrina, dei dogmi. Delle favole, forse. Dei misteri. Ne abbiamo guadagnato molto?

Apologia dei muri

Forse è perché sono architetto e forse perché credo che l’architettura nasca con l’invenzione del muro, che amo i muri. Lo so: vado controcorrente: se c’è una cosa che il mainstream oggi mal sopporta è l’amore per i muri. E quindi i confini, i limiti. Senza muri non ci sarebbero divisioni. E (anche): senza muri non vi sarebbero le case.
Non capisco questa follia collettiva per cui non devono esserci più muri o confini. Perché a me pare che la distruzione dei muri comporti anche la distruzione dell’identità, dell’unicità, dell’individualità. Noi abbiamo paura dell’identità. Sembra che non vogliamo più avere confini, identità, limiti. Possiamo essere maschi, femmine, transessuali, asessuali, e poi italiani, francesi, europei, … e ancora cattolici, buddisti, islamici, shintoisti, e passare dall’uno all’altro senza tante pene.

Essere così “liquidi” ci renderà migliori? Saremo più buoni? Sono domande autentiche. Per molti anni io ho creduto che abolire ogni distinzione, ogni etichetta, ogni nome, mi avrebbe condotto a essere una persona migliore, e di conseguenza a una società migliore. Poi il dubbio, a seguito di sperimentazioni sul campo della realtà, si è esteso e ha investigato anche questa idea, (l’abolizione delle distinzioni, delle differenze), che forse era diventata un’idée reçue, come altre.

Ora mi chiedo se non sarebbe stato meglio, invece, essere consapevoli delle proprie radici, dei propri limiti, e cercare di capire, profondamente e onestamente l’altro.

La violenza nasce tutta dalle distinzioni, dalle differenze? Sono le distinzioni le cause della violenza? Le distinzioni sono eliminabili? Tutte le distinzioni sono uguali? È questa la domanda chiave, il nodo, il tema. Siamo violenti perché siamo diversi? È possibile un mondo senza differenze? È possibile vivere senza violenza ammettendo le differenze?

Perché se pensiamo che le differenze in sé portano alla violenza, occorre battersi per eliminarle.

Se, invece, come io credo, le differenze non possono eliminarsi, occorrerà vedere come poter vivere accettando le differenze. Dirsi tutti cristiani o tutti buddisti non eliminerà le differenze: se ne creeranno altre, in questo nuovo gruppo. Finché ci saranno due uomini ci saranno differenze. La creatività umana è infinita: da due generi siamo passati a 29 (vedi New York), e nulla impedisce di credere che potranno ancora aumentare (penso per esempio a tutto ciò che potrà generare l’ibridazione dell’uomo con la genetica, la robotica e con la protesica).

Se ci saranno differenze, ci saranno sempre confini: ci saranno sempre muri.
Quando i bambini fanno il girotondo, realizzano un muro, un confine. Si fa parte del muro, si è all’interno, o si è all’esterno. Che poi i muri e i confini possano essere abbattuti o scavalcati, questo è un altro conto. C’è sempre stata questa volontà di andare oltre, di passare il confine, di abbattere un muro. Ma varcare la soglia costa: deve costare. Non può essere solo il fatto di fare un passo in più. Direi anzi che il passare un limite dovrebbe essere ritualizzato.

Chi vuole entrare in un’altra casa, in un altro paese, deve passare un muro. Tranquilli: non voglio mettere fili spinati e sparare sulla gente. Parlo di un muro fatto di lingua, di cultura, di tradizioni, di canzoni, di poesie, di battute, di cene, di ubriacature, di lavoro, di responsabilità. Un muro che definisce, appunto, una identità. L’Italia non è solo 1 m più in là dal confine austriaco, insomma. Chi vuole farne parte deve spogliarsi di alcune cose. Mi dispiace dirlo, anche se è meglio essere onesti e dirlo in maniera esplicita. Chi vuole entrare e restare in Italia deve per esempio rinunciare alla sua lingua di origine (almeno in pubblico). Ora, e per esempio, solo chi non vuol vedere e non vuol sentire, può pensare che la rinuncia alla lingua sia una cosa facile a farsi. La lingua trascina con sé talmente tante implicazioni, e talmente profonde, che questa rinuncia è un atto doloroso. Con la lingua si rinuncia spesso anche a un modo di pensare. Sento questa rinuncia io stesso con il francese, e sono partito da Nancy a 11 anni. I colori non sono gli stessi, le battute non sono le stesse, il modo di augurarti un buongiorno non è lo stesso, il senso del tempo non è lo stesso … immagino quello che può voler dire passare da una lingua totalmente differente alla nostra. Chi vuole stare con noi deve rinunciare a una parte delle sue leggi, anche quelle più prosaiche, quotidiane. Da noi si guida a destra, dopo aver preso una patente, dopo i 18 anni. Gli uffici aprono alle 8 e chiudono alle 14, il sabato non tutti lavorano, (ma non c’è una legge che ti obbliga a non lavorare), ecc. 

Certo, noi possiamo accettare, tollerare, accogliere e infine cambiare un po’, ma il lavoro duro lo deve fare chi arriva. Chi arriva è sottoposto a un sacrificio maggiore, non c’è dubbio. Un sacrificio che deve fare per potersi integrare nella cultura che egli ha scelto.

C’è anche chi, in Italia, in Francia, in Inghilterra, è disposto a rinunciare a molta della propria cultura d’origine per integrare quella dello straniero. C’è anche chi sarebbe proprio disposto a buttare tutta la sua cultura pur di abbracciare qualcosa di diverso. Qualcosa percepito come più carico di senso (ma questo è un altro tema e dovrò tornarci in un’altra sede).

Tuttavia, per chi voglia guardare in faccia la realtà in maniera non pregiudizialmente ideologica, integrare tutto e tutti è un sogno, una chimera. Si farà, forse, in un tempo lunghissimo: forse, appunto, il tempo di creare una nuova lingua.

Abilitato

Quesito molto tecnico per i miei amici giuristi. Nella nuova conferenza dei servizi disegnata dai decreti Madia, siamo passati dal termine “legittimato” o “delegato” al più vago termine “abilitato”, per chi deve intervenire in Conferenza con potere decisionale. Che vuol dire? Cosa si formalizza questa abilitazione?

Le parole, i generi, la lingua.

Credo che uno dei concetti maggiormente in crisi, nel contemporaneo, sia quello di identità. Da una parte ne abbiamo paura, e vogliamo fonderci con altri, abbattere muri, distinzioni. Dall’altra vogliamo invece sempre più connotare una nostra diversità, che la pubblicità intercetta benissimo. Da una parte vogliamo essere tutti aperti verso lo straniero, il profugo, l’immigrato. Rinunciamo a parti della nostra identità per accoglierlo nel miglior modo possibile. Dall’altra la Boldrini (e altri con lei), ci chiedono di parlare una lingua che io non capisco: ministra, sindaca, presidenta. L’abolizione della differenza sessuale porta, porterà, a una torsione della lingua, a una rincorsa di ciò che succede nella vita. L’abolizione del genere sessuale, anche attraverso una sua moltiplicazione, porterà a una difficoltà della lingua, che investirà pian piano tutto il dicibile. Il genere maschile e il genere femminile avevano senso in un mondo dove noi vedevamo il mondo diviso naturalmente in maschi e femmine. Ma in un mondo in cui questa distinzione così netta non ci sarà più, che significato avrà? Per essere politicamente e “genericamente” corretti useremo solo il genere neutro?

C’è nessuno?

L’emergenza, prima o poi, finirà. E allora bisognerà ricostruire.
Penso soprattutto ai paesi completamente distrutti, e non solo alle singole case, ai singoli fabbricati solo danneggiati, per i quali è possibile immaginare un’operazione di restauro, di recupero, di cura, di manutenzione straordinaria, di innesto, di protesi (le categorie di intervento della L. 457/1978 non colgono più, detto en passant, la complessità degli interventi di oggi).

So che in questo momento occorre lavorare per l’emergenza. Allo stesso tempo occorre anche pensare: pensare a come ricostruiremo.
Ora, a me pare che prima di partire lancia in resta con ruspe e betoniere, sia necessario dotarsi di un progetto (parrebbe quasi ovvio), e soprattutto di un metodo e di una teoria. Non c’è nulla di più pratico di una buona teoria, diceva Kurt Lewin, parafrasando autori più antichi (Leonardo, Seneca, ecc.).
Ho sentito dire da alcuni, riprendendo frasi estrapolate dai media, che il criterio dominante sarà: “Dov’era com’era”.  Questo criterio, applicato implacabilmente, costringerà per esempio a ricostruire anche i bagni in aggetto, sui retri delle case, nei borghi più poveri.
Sarà possibile, poi, replicare tale e quale queste costruzioni? So benissimo che la qualità delle nostre piccole città deriva da una quaroniana “qualità diffusa”, ma sarebbe possibile oggi replicare (clonare) quelle costruzioni? O la veste materica sarebbe solo una pelle, un rivestimento, di una ben più solida struttura in cemento armato o in legno?
La distribuzione interna dei vani, la loro ampiezza, la loro altezza, dovrà essere replicata tale e quale? Ma se dovrà essere modificata, come è possibile pensare che le aperture esterne, e quindi i prospetti, rimarranno tali e quali? Quale modello di città? Quale modello di borgo? Che relazione con un’accessibilità sempre più richiesta? Prenderemo quest’occasione anche per migliorare il comportamento energetico di questi fabbricati? Ricostruiremo i fabbricati industriali alla stessa maniera?

E se dunque ricostruire DECE (Dov’era com’era), non sarà possibile, chi e come deciderà in quale modo ricostruire? Quale sarà la governance? Quali saranno i procedimenti amministrativi? Come verrà ripartita la responsabilità di un’operazione così complessa? Che grado di partecipazione sarà attribuito ai cittadini? Che grado agli enti? Quale sarà l’apporto delle Soprintendenze? Quale il rapporto tra Soprintendenza Regione  Chiesa, Comune? Cosa abbiamo imparato dall’Irpinia? Dal Friuli? Dal sisma del 1997? Da L’Aquila?

Ecco, su questi interrogativi (e sono solo alcuni), dovrebbe riflettere la nostra cultura oggi. Penso ovviamente in prima istanza agli architetti, diventati muti. A parte un’idea approssimativa e generale di Renzo Piano e un coinvolgimento fiduciario di Boeri (coinvolgimento che sembra risolversi nell’approntamento di un modello di scuola), non emerge nulla dal nostro mondo culturale e professionale. Se quest’ultimo è forse ormai stremato dalla crisi e ipnotizzato dall’apparizione di eventuali incarichi, la nostra migliore cultura dov’è? L’Università, le nostre Facoltà (ops!: Dipartimenti)? Gli storici della città, i giornalisti, i sociologi, gli scrittori, i poeti?

Delocalizzazione attività produttive

Ecco il modulo per la delocalizzazione delle attività predisposto dalla Regione Umbria.

richiesta-delocalizzazione-attivita-produttiva