E’ un indicatore che si può facilmente misurare. Tuttavia voglio anche in questo caso fare un approfondimento. Le vasche di recupero per i piccoli interventi edilizi sono un costo oggettivo per piccole operazioni e a mio avviso non portano a grandi risultati. Tra l’altro, come potete immaginare, le vasche sono generalmente vuote d’estate, quando l’acqua farebbe comodo per innaffiare il verde pertinenziale. D’inverno sono piene ma la loro utilità è scarsa e si riduce quindi a livellare i picchi di flusso in caso di pioggia molto intense sulla rete delle acque chiare. Quant’è la loro reale incidenza su questo fenomeno? Quanta ne intercettano i tetti rispetto a strade e marciapiedi? Quanti nuovi tetti si faranno, infine, nei prossimi anni? Poiché infatti vedremo sempre meno nuove costruzioni, ho paura anche in questo caso che l’indicatore si muoverà molto poco. Nella città costruita sarà molto difficile insomma obbligare i proprietari a scavare per mettere nuove vasche. Ovviamente, poi, obbligare al recupero delle acque per gli edifici posti nelle zone agricole mi sembra un controsenso. La legge oggi non discrimina e quindi teoricamente anche fienili e rimesse attrezzi delle aziende agricole dovrebbero prevedere delle vasche di recupero. Nei grandi insediamenti produttivi, che hanno superfici significative (sopra i 2000 mq), invece, il recupero mi sembra utile.
Sarebbe poi altrettanto utile (se non più utile), sostituire alle vasche di recupero il tetto verde. Il tetto verde, infatti, non solo “polmona” il flusso idrico come una vasca, ma consente allo stesso tempo una migliore efficienza energetica della casa, un microclima urbano migliore e anche, nei casi migliori, un microhabitat per piccoli animali e insetti. Forse andrebbe insomma incentivata questa pratica, piuttosto che quella della vasca di recupero.
Autore: bmbarch
Procedimenti paralleli: VAS e urbanistica
E’ di tutta evidenza come i procedimenti amministrativi siano considerati, anche da istituti di ricerca, uno dei fattori di ostacolo allo sviluppo sociale ed economico.
In Umbria è curioso che si abbia uno sfasamento dei tempi tra i due procedimenti nel caso in cui quello urbanistico voglia intraprendere una variante semplificata ex art. 32 co. 3 LR 1/2015. Quello che tuttavia è a mio avviso più problematico, è l’istituzione di un vero e proprio “doppio legame” amministrativo.
Cerco di spiegarlo in breve. Una volta adottato il PRG è noto come lo strumento delle Osservazioni consenta ai cittadini di partecipare al procedimento. Queste osservazioni (se accolte), possono portare anche a una modifica significativa del PRG. Per evitare di pronunciarsi su un PRG che rischia di essere già “vecchio” nello stesso momento della sua formazione, una soluzione pare essere quella di subordinare la VAS (e il conseguente parere motivato), alla controdeduzione delle osservazioni in campo urbanistico. Tuttavia il parere motivato ai fini VAS contiene osservazioni e prescrizioni che spesso modificano in modo significativo il PRG controdedotto. A questo punto, in ossequio ai principi dell’azione amministrativa, sarebbe opportuno (e probabilmente corretto) riportare il PRG all’attenzione dei cittadini e del Consiglio Comunale. Ricominciando così un altro ciclo intero (almeno un ciclo).
Mi chiedo allora se non sia possibile armonizzare ancora di più, rispetto a quanto è stato già fatto, i procedimenti di VAS e quello di formazione degli strumenti urbanistici. Mi chiedo infine se non sia possibile riportare nell’alveo della Conferenza Istituzionale anche l’esame del Rapporto Ambientale e formulare, in quella sede, il Parere Motivato.
Piccola apologia dello sprawl
Lo so: il titolo appare e suona provocatorio. Vi chiedo solo di seguirmi per qualche minuto, senza dover rinunciare alle vostre convinzioni. Siamo affezionati (gli urbanisti e gli architetti per primi), al concetto di limite della città. Ci piacciono le mura, i limiti netti, la polis, l’urbanizzato e lo Spazio rurale. Non vorrei che tuttavia facessimo una battaglia di retroguardia, in una guerra ormai persa. Dobbiamo ragionare, oggi, sul limite: quella distinzione netta tra città e campagna non c’è più. Siamo già in un mondo in cui queste definizioni non resistono più, per degli occhi che vogliano vedere. Il re è (già) nudo. Le case in campagna, gli orti urbani, i roof garden, la rurbanità, sono già qui. In un prossimo futuro le case saranno sempre più intelligenti, on–grid, la spesa si farà con i droni, ci sarà il telelavoro, i mezzi di spostamento saranno sempre più puliti e individuali, le superfici costruite saranno sempre più permeabili. E sarebbe ben curioso che mentre scompaiono le identità in una loro moltiplicazione (identità sessuali, politiche, religiose, etniche, ecc.), noi rimanessimo ancorati a questa idea di territorio che vede la città da una parte e la campagna dall’altra.
Le mie ragioni per il Sì.
I miei amici mi chiedono per chi voto, e allora rispondo così a tutti e mi sottopongo al loro giudizio.
Ritengo che in ogni ambito della nostra conoscenza, a un certo punto, a forza di esplorare, di sondare, di vedere, si arrivi alla frontiera di quel dominio. Succede così per la scienza, per l’etica, per la religione, per l’amore. Alcune questioni, alcuni aspetti, alla fine, sono razionalmente e matematicamente indecidibili. A un certo punto occorre fermarsi, nell’esplorazione del dominio, e decidere: tagliare la testa. Così anche qui. Io confesso di aver letto la Costituzione prima e dopo la riforma che si vuole fare. Riconosco che la scrittura non sia delle più agevoli per me, che amo il trittico soggetto-verbo-complemento. Non è nemmeno incomprensibile, a dire il vero. Capisco anche che alcuni articoli si sono dovuti allungare a dismisura e “torcere” per dire delle cose che nella Costituzione originale non c’erano (non potevano esserci). E che d’altra parte era meglio mantenere comunque tutta l’architettura e la numerazione della Costituzione, piuttosto che fare dei tecnicismi editoriali. Detto ciò, ho fatto anche la lettura inversa: ho letto la Costituzione vigente oggi e ho cercato di immaginare se, leggendola per la prima volta, sarei stato in grado di prevederne tutte le conseguenze che oggi ci sono: il rimbalzo delle leggi, il costo di questa macchina, la sua inefficienza complessiva, la sua incapacità di offrire dei governi stabili, il contenzioso tra Regioni e Stato in materie esclusive e concorrenti. No, non sarei stato in grado. Bene, passo a leggere la Costituzione che propongono, con la stessa umiltà. Sono in grado di capirne tutte le conseguenze? Di prevederne gli sviluppi, le implicazioni? No, non sono in grado. Non sono un costituzionalista, né uno studioso degli ordinamenti degli Stati. Devo dunque affidarmi ad altri, che finora hanno sempre goduto della mia fiducia e stima e che nel tempo si sono mostrati più intellettualmente onesti degli altri. Gente di cui non sempre, anzi quasi mai, ho condiviso l’appartenenza politica (Violante, Prodi, Cacciari), ma che devo riconoscere non hanno fatto del calcolo politico l’unica ragione della loro vita. Persone urticanti e intelligenti, come Ferrara. Persone vicine, amici, politici locali, che negli anni hanno mostrato anch’essi di meritare la mia fiducia, che non sono candidi e immacolati, ma sufficientemente onesti e probabilmente e cristianamente peccatori. Preferisco sempre, insomma, il ladro che dice: “Ruberò meno”, a colui che si autoproclama assolutamente onesto e ruba 5 centesimi. E questo è un primo punto.
Un secondo punto è guardare chi vota No. Si tratta, oltre al Movimento 5 Stelle, di Berlusconi e di D’Alema. Dei 5 stelle non condivido il vaffanculismo come strategia e tattica di governo, e il pressappochismo come metodo. Di B. e D. Non mi piace il fatto che sono persone che hanno avuto l’opportunità per venti anni e più di poter modificare la Costituzione. Che hanno già modificato la Costituzione nel 2001 e la cui modifica ha portato a un peggioramento della Carta (Titolo V). Le stesse persone mi dicono oggi che loro la farebbero meglio, se solo rinunciassimo al progetto attuale. Non ci credo. Non ci credo più. Non credo più a Berlusconi, il cui progetto liberista del ’94 poteva essere interessante, ma che è rimasto appunto un progetto. Ostaggio della sindrome di Cronos, è ormai avviato a diventare una sorta di Sansone. Non credo più a D’Alema, che ha trasformato la politica in un enorme piatto freddo (la vendetta). E che, nel bene e nel male, ha contribuito a generare Renzi, che ora disconosce.
Hanno avuto più occasioni per modificare la Costituzione e non l’hanno fatto, bloccati dalla Magistratura (diciamo). Quando l’hanno fatto, l’hanno peggiorata. Il treno è passato: prego accomodarsi in poltrona e godersi lo spettacolo.
Arte e Architettura
E’ curioso che parole così lucide sull’architettura le dica un artista.
“Non credo vi sia alcuna possibilità per l’architettura di essere arte. Ho sempre pensato che l’arte non ha funzione e non è utile. L’architettura, invece, risponde a bisogni che implicano specificatamente la funzionalità e l’utilità. Pertanto, l’architettura come opera d’arte è una contraddizione in termini (…). Mi piacerebbe se gli architetti sapessero accettare il fatto che sono architetti e quindi utili come architetti e la smettessero di flirtare con l’idea di essere insiemi architetti e artisti. Quando l’ego dell’architetto si gonfia e i suoi progetti interferiscono con la natura dei modi in cui l’arte può essere fruita al meglio, ne derivano veri problemi. Mi piacerebbe che gli architetti fossero comprensivi e capaci di assecondare il tipo di invenzione che l’arte implica e di comprendere, infine, che loro sono al servizio di una professione e non sperimentatori nel campo dell’arte” (Richard Serra)
Terremoto e ricostruzione
Vorrei fare alcune considerazioni sul terremoto e sugli effetti che ha sui piccoli borghi del Centro Italia. Avanzerò poi qualche proposta, solo abbozzata e perciò sicuramente perfettibile. Parto come sempre da cose semplici, su cui convenire e su cui dunque poter fondare almeno una parte del discorso.
Primo: i centri storici del Centro Italia, a parte qualche eccezione, si stanno spopolando. Ciò avviene per una serie di ragioni convergenti che tratteggio così: difficoltà nel poter modificare anche di poco l’aspetto della casa, difficoltà di parcheggi vicini all’abitazione, difficoltà per chi abita ai piani alti e è anziano o genitore con passeggini, assenza di sole, rumorosità, scarsa pulizia, scarsa sicurezza urbana, lontananza dai migliori esercizi commerciali, ecc. Occorrono oggi forti motivazioni per abitare nel centro storico. Il sisma potrebbe essere allora un forte incentivo a abbandonare il centro storico. Se mi trovassi in un piccolo borgo rurale umbro, marchigiano o laziale, in condizioni economiche di sostentamento o poco più, coglierei probabilmente l’occasione anche per un cambio di vita e di lavoro, spostandomi verso Roma o verso l’Adriatico. Se vogliamo impedire questa desertificazione, questo fatto (io lo considero tale, oramai), bisogna riorganizzare e ri-orientare tutte le nostre politiche insediative e sociali.
Secondo: mi sembra che una grande assente, nelle discussioni che si fanno in questi primi tempi sulla ricostruzione, sia la Soprintendenza. Non è questa la sede per infilarsi nel ginepraio della tutela generalizzata o meno dei centri storici dopo le modifiche del 2008 al Codice dei Beni Culturali. Tuttavia il ginepraio c’è e non sarà facile ignorarlo. Resta infatti comunque del tutto impregiudicata la questione dei beni tutelati con provvedimento esplicito, molti dei quali ricadono nei centri storici. Per i beni tutelati il Codice prevede solo la manutenzione ordinaria, quella straordinaria e il restauro conservativo. L’ipotesi della ricostruzione a seguito di un sisma non è contemplata in maniera esplicita. Chi oggi dunque volesse ricostruire un edificio tutelato dovrebbe (al limite), procedere con una fedele ricostruzione o concordare con la Soprintendenza un progetto più ambizioso. Ma la fedele ricostruzione implica attenersi all’ultimo titolo abilitativo (all’ultima licenza, all’ultima concessione), depositato in Comune e in Soprintendenza. E qui, come ben sa chi frequenta queste pastoie, si aprono subito vari problemi: spesso i due titoli (i due progetti), depositati uno presso il Comune e uno presso la Soprintendenza non sono allineati. Spesso nessuno dei due progetti è allineato con la realtà, con lo stato di fatto ormai consolidato da anni e anni. Immagino che potrebbero sorgere poi dei problemi circa la prevenienza di chi ha costruito prima rispetto a quello che vorrebbe farlo dopo, con la coda velenosa delle distanze legali da rispettare. La faccio breve: questa strada autonoma è quasi impercorribile. Bisognerà procedere a dei Piani di Ricostruzione, da concordare quindi con la Soprintendenza. Prevarrà il criterio del DECE (dov’era com’era), o si coglierà l’occasione per migliorare la qualità di questi borghi? Si dirà fin d’ora che è impossibile migliorare la qualità di questi borghi? Si valuterà caso per caso? E con quali mezzi e uomini il MIBACT farà fronte a questa mole di lavoro? Con quali tempi?
Terzo: il sisma, è chiaro ormai, deve entrare a far parte della nostra condizione ordinaria. Ha tempi di ritorno così brevi che è meglio considerarlo sempre presente.
Alcune proposte.
Primo: la prevenzione in casa e nei luoghi di lavoro. Bisogna abituarsi a prevedere un minimo kit di sopravvivenza in questi luoghi. Spesso il terremoto viene di notte o comunque richiede di passare delle notti in situazioni veramente difficili. Forse potrebbe essere utile abituarsi a tenere un minimo sacco con un vestito comodo, dell’acqua, una torcia, un trasmettitore radio, altri sistemi di trasmissione di segnali, ecc. Bisogna abituarsi a buone pratiche di sopravvivenza, automatizzate attraverso simulazioni costanti e verosimili. E questo a casa, a scuola, al lavoro, nei luoghi destinati a pubblici spettacoli.
Secondo: costruire nuove case con criteri antisismici e adeguare quelle esistenti. La prima parte della frase è banale , forse. Chi oggi costruisce senza seguire la normativa sismica sta facendo un abuso edilizio, è un pericolo per sé e per gli altri ed è probabilmente un evasore fiscale. La seconda parte della frase è probabilmente più interessante. A questo proposito l’idea di Renzo Piano mi pare modesta perché non tiene in conto il fattore finanziario. Tutti farebbero lavori di adeguamento sismico se avessero abbastanza soldi, e non so che tipo di incentivi sistemici e programmati si possono mettere in piedi lasciando la tempistica in mano ai privati. Attendere il passaggio di proprietà per cercare di obbligare a fare simili lavori avrebbe come effetto quello di rallentare le transazioni. Il punto più interessante sarebbe “ingegnerizzare” un procedimento finanziario che consentisse da una parte di mettere in sicurezza il patrimonio immobiliare e dall’altra facilitare le transazioni immobiliari, senza influire troppo sulle loro tasche.
Terzo: la ricostruzione dei borghi. La mia proposta, di medio termine, è che i borghi a più alto rischio sismico vengano svuotati scientemente e preventivamente dai propri abitanti per poter procedere all’adeguamento sismico e alla ricostruzione dei centri. Eliminando il tabù o la pregiudiziale del DECE. Ipotizzando anche delle demolizioni. E’ vero che i centri storici hanno spesso una loro “qualità diffusa”: è vero anche che questa qualità può essere mantenuta o aumentata, con un buon progetto. Questo piano complesso deve prevedere la partecipazione dei cittadini, della Regione, del MIBACT, a vario titolo e con varie modalità. Lo Stato dovrebbe ingegnerizzare e costruire un procedimento finanziario che consenta operazioni di rigenerazione con un effetto salutare sull’economia locale e non solo, facendo leva sulla possibilità di programmare lavori significativi e facendo leva su economie di scala. Il cittadino dovrebbe essere comunque chiamato a collaborare finanziariamente o patrimonialmente al l’attuazione di questo piano complesso.
Il Comune dovrebbe fare un piano di alloggi-parcheggio dove sistemare temporaneamente i cittadini, nel patrimonio invenduto e sfitto della prima periferia o pianificando delle piccole espansioni con case prefabbricate. Le case prefabbricate devono essere standardizzate (in questo concordo con renzo Piano), e quindi a basso costo o riciclabili. Per eventuali espansioni il Comune dovrebbe fare un piano di esproprio dell’eventuale terreno agricolo a prezzo agricolo o perequando con capacità edificatorie o detassazioni. Le espansioni dovrebbero essere consentite in deroga alle leggi sul consumo di suolo e in deroga alle leggi e patti sui vincoli di bilancio del Comune. I centri più grandi possono attuare questo piano per stralci, in modo da far continuare la vita all’interno della città.
Il piano può prevedere anche demolizioni. Chi non vuole rientrare nel borgo deve dichiararlo al momento dell’approvazione del piano. In questo modo egli ha diritto a vedere cristallizzato il proprio diritto a edificare lì dove era stato sistemato transitoriamente, continuando a vivere nella casa prefabbricata o trasformando la stessa come più gli aggrada. In questo modo egli acconsente che la sua proprietà all’interno del borgo passi al Comune, che ne può disporre come meglio crede. Il Comune può destinare l’immobile a verde, a piazza o ricostruirlo e affidarlo gratuitamente a persone bisognose.
Nel caso in cui il cittadino assegnatario della casa prefabbricata intenda rientrare nel borgo una volta realizzati gli interventi, egli deve lasciare senza ritardi la casa prefabbricata, che ritorna nella piena proprietà del Comune, che la può riassegnare o demolire.
E’ evidente che un Piano simile può funzionare solo con la cabina di regìa e con la potenza finanziaria dello Stato. Ritengo che un Piano così ambizioso potrebbe essere in grado di produrre ricchezza più di quanta ne consumi. Potrebbe ambire a ricostruire un tessuto sociale e identitario, capace anche di integrare buona parte del flusso migratorio a cui siamo e saremo sottoposti.
Colore solo a me
Avessimo avuto
tempo tempo, tempo
e tempo ancora,
saresti restata?
O tu, come allora,
saresti svanita
fiore pallido,
fiore di campo,
colore solo a me?
Regolamento Edilizio Unico a “geometria variabile”
La Conferenza Unificata Stato Regioni ha approvato lo Schema per il Regolamento Edilizio Unico (leggi: Tipico).
Buone le intenzioni. A mio avviso rimane più di una perplessità nel gioco di specchi tra Stato, Regioni, Comuni.
La carta è norma. Brevi note a margine di uno scritto di Freyrie.
L’architetto Freyrie, già presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti, ha pubblicato sul proprio blog il resoconto di un’avventura capitata a un suo amico, dal quale dice di aver ottenuto l’autorizzazzione a raccontare l’accaduto. Tuttavia, poiché non ci sono nomi o situazioni del tutto esplicite attraverso le quali sia possibile risalire ai soggetti principali, la precauzione appare eccessiva. In ogni caso l’intervento è qui e vi consiglio di leggerlo prima di scorrere le mie note. http://fregisfregi.blogspot.it/2016/09/non-e-un-paese-per-architetti2-la-carta.htm
E’ grave che un noto architetto, come egli è, e soprattutto un ex Presidente del Consiglio Nazionale sembri avallare un’interpretazione diversa da un principio di buon senso che vige in Italia (e in tutto il mondo occidentale): la carta è norma.
Ci mancherebbe che non lo fosse! Dobbiamo deciderci: vogliamo la certezza del diritto? Sì? Ebbene, la certezza passa dalla carta. Se bastasse la parola di un architetto (di un ingegnere, di un geometra, di un assessore), a dire che lì non c’è un fiume ma solo un parcheggio, o viceversa, saremmo davvero un paese straordinario. E avremmo un paese che non esiste, fatto solo di aree vergini pronte alla lottizzazione, tutte in pianura, senza rischi idrogeologici, senza rischi sismici. Mi fermo perché è troppo semplice continuare con gli esempi.
Non sono così sciocco da non capire che ci sia un punto che non va: c’è un disallineamento tra lo stato di diritto (la carta) e lo stato di fatto (la realtà). Il fatto è che questo disallineamento non può essere risolto facendo saltare il nostro affidamento sulla carta.
So che il problema è anche il tempo che occorre perché uno stato di fatto trovi corrispondenza poi in uno stato di diritto. Un tempo che ci sembra insopportabilmente lungo. E che la vulgata comune lega a una generica burocrazia. Spesso è vero. Voglio solo aggiungere un elemento a quest’opinione diffusa: il tempo è molto lungo perché spesso i procedimenti amministrativi che portano a colmare questo disallineamento prevedono delle ampie tutele partecipative a favore dei cittadini che vogliono o possono entrare nel procedimento, apportando le loro istanze e valutazioni.
Nel caso in esame il PRG dovrebbe essere aggiornato con il nuovo stato di fatto (e di diritto), e quindi cancellare quelle case. Ma chi può decidere di cancellare? L’Ingegnere Capo (figura mitica e forse da aggiornare un po’)? Il Sindaco? I proprietari di quelle case? Tutti insieme? Solo alcuni? E se qualcuno non è più reperibile? E il terreno deve rimanere ancora edificabile? Quindi le case potrebbero tornare? E’ diventato invece inedificabile? Tutti i proprietari ne hanno avuto conoscenza?
Il tempo che ci sembra inevitabilmente lungo serve a districare, in forma democratica e partecipativa, queste e altre domande, che ho omesso. Il tempo serve a costruire una variante urbanistica di rettifica (se va bene), o una variante urbanistica tout-court.
Questo è il modo (il progetto), con cui la nostra società cerca di risolvere questi problemi.
Il prof. Leoncilli, che ho avuto il piacere per qualche tempo, diceva sempre che un progetto si critica sempre con un altro progetto. C’è?
Ultimi tabù di fine stagione …
Ho sempre pensato che alcune nostre costruzioni culturali fossero fondate sul dato naturale. Oggi invece stiamo andando verso una società in cui il dato di natura (ed è veramente un dato), è completamente rimosso, o del tutto subordinato al “dato” culturale. Mi sembra un errore e cerco di spiegarne il motivo, partendo dalle cose semplici.
L’amore è amore e quindi non può esservi distinzione tra maschi e femmine di fronte alla volontà di stare insieme. Bene: lo accetto, andiamo avanti.
Se è giusto legalizzare il matrimonio gay, sono convinto che sia giunta l’ora di legalizzare anche la poligamia. Se infatti non bisogna discriminare sul sesso, non vedo perché occorra discriminare sul numero. Ovviamente poligamia intesa sia come poliginia che come poliandria. Ovviamente anche con sessualità cosiddetta di ritorno (maschi che diventano femmine e poi ci ripensano), o con nuove sessualità (shemale, ecc.).
E, poiché ormai la scienza ci consente di evitare facilmente gravidanze indesiderate, e la cultura nascite indesiderate, è evidente che il prossimo limite a dover essere infranto, per realizzare una cultura moderna e non discriminatoria, è quello dell’incesto. L’incesto è infatti un tabù (una costruzione culturale), che trovava il suo fondamento sul dato naturale. Se questo aspetto può essere del tutto ignorato, non c’è motivo di tenere in piedi una simile costruzione.
Anche la pedofilia è tutta da ripensare. Non si vede perché non possa andare con un bambino o una bambina di 10 anni. A quella età hanno meno diritti di noi. Dite di no? Ma a qualche ora dalla nascita non ne hanno affatto: infatti li possiamo sopprimere. Immagino quindi che ci sia una certa proporzionalità tra l’età anagrafica e i diritti. I figli nati da fecondazione “scientifica”non hanno diritto di sapere chi sono i genitori (o una parte dei genitori). Non c’è bisogno di andare avanti: è del tutto evidente che a 8/10 anni hanno pochi diritti. Se l’unico limite è quello tecnico, allora, bisogna solo stare attenti a non scendere sotto certi limiti per non creare “danni” non recuperabili.
L’anzianità ne esce sotto una luce diversa. Perché mantenere in vita gente che sta in piedi solo perché riempita di medicine? Perché mantenere in vita, con costi stratosferici per noi tutti, gente che ha fumato tutta la vita, che ha bevuto, che ha mangiato patatine fritte tutta una vita? Non c’è alcuna ragione culturale per fare ciò. A morte i ciccioni! Liberté, égalité, crudités!
Io metterei in conto anche un sano cannibalismo. Infatti non si comprende il motivo del perché si debbano maltrattare e uccidere animali quando ci sono già tante persone che muoiono ogni giorno. Risolveremmo così anche i dubbi di coloro che scelgono la cremazione perché non intendono consumare suolo o inquinare con la loro presenza corporea, ancorché in putrefazione.
Le mie sono provocazioni? Forse. Meno di quanto si possa credere a prima vista.
Chi critica le mie posizioni conservatrici (ok: bigotte, bacchettone, farisee, reazionarie, ecc.) sul mondo gay, sull’aborto, ecc., lo fa dall’alto di conquiste culturali, lì dove tutto è negoziabile.
Io sto solo facendo quello che faccio da una vita: una mossa di Aikido. Li porto lì dove li condurrebbe la loro foga. Solo più in fretta.