Caro Andrea,

il tuo nome è molto rappresentativo e importante: lo prendo quindi come se tu, appunto, rappresentassi una buona parte dell’opinione pubblica di oggi (maggioritaria, a mio avviso). Devo premettere anche, a favore dei pochi che ci leggono, che tra noi c’è un ottimo rapporto, che consente di dirci le cose più crude e polemiche senza la paura di perdere l’amicizia.
Nel mio ultimo intervento ho fatto delle riflessioni forse dure e impopolari che cerco di riassumere sinteticamente qui sotto, e che portano a delle domande semplici.
1. La non-violenza assoluta, appannaggio di pochi uomini nella storia, implica il dover accettare, come estremo sacrificio, non tanto la propria morte (in fondo più facile), quanto la morte della propria moglie o del proprio figlio. Se non si è in grado di accettare questa condizione radicale, si torna nel campo della violenza moderata (o della non-violenza moderata, se vuoi). Io ammetto di non essere in grado di accettare questa condizione. Piuttosto che lasciar uccidere mio figlio e assistere allo spettacolo, io ucciderei il nemico. Tu?
2. Ritengo che continuare a vivere così, come se dal 2001 in qua non fosse cambiato nulla, nel mondo, sia un errore. Come se il nostro rapporto con le comunità musulmane non avesse bisogno di un ripensamento. C’è gente che sta uccidendo civili inermi in giro per le varie capitali e maggiori città occidentali. Ritengo che i prossimi obiettivi saranno Milano e Roma. Vorrei evitare di morire nella metro di Milano o in Piazza San Pietro. Tu?
3. Cerco di capire chi è il mio nemico e cosa vuole. E parto da quest’ultimo punto perché aiuta a fare chiarezza. Molti commentatori parlano di terrorismo. Solo che i terroristi che ho conosciuto avevano un obiettivo politico: liberazione di compagni imprigionati, presa formale del potere, il ritiro di un esercito da un certo posto,ecc. Qual è l’obiettivo politico strategico di questi signori?
4. Chi è il mio nemico? Cerco dei tratti comuni, delle analogie. Sono solo degli psicopatici isolati, con malattie mentali?  Come il padre di famiglia che uccide la moglie in un raptus di fine luglio? Mi sembra una tesi insostenibile. Ci sono dei fatti statistici che assumono una certa rilevanza. Questi soggetti dicono tutti di professare la fede musulmana. Che poi lo siano o meno è un fatto che accerteremo dopo. Si vogliono distinguere e identificare dicendo così. Uccidono civili inermi. Sono quasi tutte azioni suicide. Sono immigrati anche di seconda generazione. Non fanno ostaggi vivi. Non vogliono negoziare. Non chiedono soldi. Non chiedono armi. Vogliono fare molti morti e avere molta risonanza mediatica. Fanno azioni in luoghi o date significative. Molte di queste azioni sono rivendicate dall’Isis.
5. Forse alcuni miei amici capiscono molto meglio di me il mondo arabo. E’ probabile. La mia paura è che la loro comprensione, alla fine, sfumi nella giustificazione. Li abbiamo sfruttati, abbiamo usato il loro petrolio, vendiamo loro le armi, ecc. Non sono affatto d’accordo su questo punto, come puoi immaginare. Lo lascio passare solo per arrivare a un altro punto che mi sta più a cuore. Che è questo: ho paura che questa giustificazione porti poi all’abitudine, all’inerzia, alla passività, all’indifferenza. Questa giustificazione porterà ad altre centinaia o migliaia di morti. Parigi, Dacca, Bruxelles, (sospendo Nizza, di cui non siamo certi, a oggi). Poi sarà la volta di Milano e poi di Roma. A te va bene?
6. Se è no, come spero, allora non capisco le tue proposte: marcia mensile della pace, veglie di preghiera in Piazza San Pietro,  concerto in Piazza  Duomo, ritiro di tutte le truppe occidentali dal medio oriente, paga sindacale per tutti i dipendenti del Bangladesh, bomba atomica su Israele, resa incondizionata e sottomissione al Califfo? Che cosa vuoi fare? Non ti rendi conto che qui c’è un silenzio assordante del mondo arabo? E di una buona parte del nostro mondo? Qualche musulmano dice che non si vuole dissociare da questi terroristi, perché non si è mai associato. Se vogliamo giocare con le parole, possiamo andare avanti un bel po’. La rendo più facile: non è una società. Non siete associati, è vero. Qui c’è solo qualcuno che firma assegni con il tuo nome  e che ti prosciuga il conto. Ci vai in banca a dire che non sei tu? Quelli che fanno gli attentati non sono tuoi soci. Bene. Quelli che lapidano le figlie perché adultere sono tuoi soci? Sono “veri”  islamici o no? Perché se nemmeno quelli sono dei veri islamici bisognerebbe tornare in banca. Quelli che buttano i gay dai palazzi sono veri islamici? Perché anche in questo caso, forse, bisognerebbe tornare in banca. Mi fermo.

Io non ho tutte le risposte. Non so nemmeno se ne ho qualcuna valida. So che mi interrogo molto, cerco di capire. A fronte di questi temi, a fronte delle mie domande,  tu mi fai la cortesia di rispondere con una citazione, che mi pare un modo elegante di fuggire. Etty Hillesum è morta, come i suoi genitori e i suoi fratelli. E oggi altri ebrei farebbero la stessa fine, con l’Isis al potere. Tu saresti in grado di lasciar fare, ancora una volta, tutto quello che è stato? Lasceresti ripartire quei treni? Solo per aderire a un’idea di pace e di religione che ritieni la più giusta? Io non ne sono capace, lo confesso.

Un abbraccio, come sempre.

L’indifferenza

Parto come sempre da un luogo comune: tutti amiamo la pace. La pace intesa come assenza di guerra, come condizione opposta alla guerra. Ora, la pace non implica necessariamente un mondo perfetto. Sotto il mantello della pace può regnare un mare di ingiustizia, di iniquità, di dolore. La schiavitù può benissimo continuare a esistere in un mondo dominato dalla pace tra le nazioni, per esempio. Si tratta allora di rimettere i valori fondamentali della civiltà in un quadro di coerenza e di gerarchia.

Credo che la giustizia sia un valore più alto della pace, per esempio. La reciprocità, la simmetria, la libertà d’espressione, anche.
Si confonde spesso la pace con la non-violenza. E’ bene soffermarsi un po’ su questi concetti. Come diceva Gandhi, c’è una non-violenza del forte e c’è una non-violenza del debole. La non-violenza del debole porta solo (e più velocemente), alla vittoria del più forte. Gandhi stesso era critico di fronte a questa forma di non violenza. Gandhi prestò servizio militare, in giovane età, senza mai rinnegare quel periodo.
C’è chi decide di esprimere la propria opinione, di prendere posizione rispetto a un tema accettando di pagarne tutte le conseguenze. Potrebbe anche morire pur di non rinnegare una propria convinzione. Il non-violento preferirà essere ucciso piuttosto che fare del male ad altri. Può essere un codardo o può essere un santo, un martire. Visto nell’ottica di lungo termine del cambiamento necessario, la sua azione può avere effetti diversi. Se infatti non c’è nessuna cassa di risonanza mediatica, il suo gesto rimane quasi privo di effetti. Un debole è morto: il forte continua il suo cammino, più forte di prima. Se il sacrificio del debole rimane sconosciuto, esso sarà stato del tutto vano. Se invece il suo gesto ha qualche influenza su altre persone, avrà in parte raggiunto il suo obiettivo.
Se la sua ostinazione riguardo alla non-violenza implica mandare a morire altre persone innocenti a lui vicine (o anche meno vicine), occorre “pesare” le morti. Meglio uccidere un soldato nemico o lasciare che uccidano mio figlio perché io non voglio fare violenza? Io non uccido, ma altri uccideranno, anche a causa della mia inerzia. Non voglio fare personalmente violenza, ma lascio che gli effetti della mia azione siano molto violenti, anche su persone che non sono direttamente responsabili o corresponsabili delle mie decisioni. Vi è qualche superiorità morale in questa scelta? Chi vuole la pace attraverso la non-violenza deve essere disposto a sacrificare suo figlio (e i figli degli altri), pur di non far male all’altro. Qualcuno di voi è pronto a questa estrema coerenza? Io no.
Ma se uno non è disposto a questo sacrificio non può parlare di non-violenza: sta solo aspettando che altri facciano il “lavoro sporco”.
Il non-violento (forte), usa il suo corpo in maniera violenta. Lo sciopero della fame, della sete, il darsi fuoco non sono forme violente? Il monaco buddista si dà fuoco di fronte a tutti e non in fondo alla sua cella. Egli crede che la violenza che egli fa a se stesso sarà utile e che grazie a questo sacrificio, egli eviterà altre sofferenze. Gesto eroico, forse. Violento, sicuramente.
Esistono poi delle forme di lotta cosiddette non-violente: la resistenza passiva, il sabotaggio, il boicottaggio, e tutte le altre tecniche di lotta teorizzate da Gandhi (e altri, dopo di lui), per ristabilire la giustizia. Sono appunto tecniche di lotta. Qualcuno, da qualche parte, accuserà dolore per le mie scelte, per le mie azioni non-violente. Un embargo è una tecnica non-violenta, se volete: una forma estrema di boicottaggio. Un embargo di medicine è per esempio un bell’esempio di lotta non-violenta portata alle estreme conseguenze. Pensate ancora che questa forma di lotta sia indolore? L’embargo non è già invece una forma di guerra? L’assedio di una città e la sua morte per fame e per sete, pensate sia una tecnica di guerra violenta o non violenta? Il boicottaggio di interi prodotti di una nazione pensate non abbia ripercussioni forti, incisive, dolorose, su una nazione? Quello che voglio dire è che non esiste una facile e radicale distinzione tra la pace e la guerra, tra forme di lotta non-violenta e forme di lotta violenta. Alla fine c’è una gradualità delle forme di lotta, che sono sempre violente.
Pensate che la lotta non-violenta (così si chiama, anche se sembra piuttosto un’antinomia), possa risolvere tutti i problemi, quando nemmeno Gandhi lo pensava? Pensate che il digiuno assoluto avrebbe salvato gli ebrei dallo sterminio? Hitler si sarebbe commosso di fronte allo sciopero della fame o della sete?
Bene, allora bisogna trarne le conseguenze: a ogni livello di tensione, di conflitto, a ogni scenario di lotta, si addicono strategie, tecniche e tattiche differenti. Si va dal dialogo interculturale al terrorismo, dall’embargo alla guerra. Possiamo negare questa cosa, possiamo non accettarla. Purtroppo a me sembra che non cambierà molto.

Per tornare all’attualità, l’ISIS è più vicino a Hitler che non all’impero britannico di inizi ‘900. L’Isis non si fermerebbe davanti al nostro sciopero della fame. L’Isis non si fermerà di fronte ai nostri concerti per la pace.

Chi non vuole militarizzare il conflitto ora è perché ritiene che i morti non siano ancora sufficienti. Chi non vuole adottare misure particolari ora è perché ritiene che vada bene tutto così come va ora. (Per il bunga bunga di Berlusconi ci fu una quantità di persone in piazza con il cartello “Intercettateci tutti”: oggi, che questa restrizione della libertà personale avrebbe un senso leggermente più utile, non se ne vede uno.) Chi non vuole cambiare nulla del nostro rapporto con la cultura islamica è perché ritiene che i morti non siano ancora sufficienti. Quando finalmente i morti causati dall’Isis raggiungeranno e valicheranno una indeterminabile (ma certa) soglia di sensibilità comune, i governi occidentali saranno pronti a usare molta forza e molta violenza per difendere alcuni nostri valori.
Valori che crediamo fondamentali per la nostra civiltà: tolleranza, libertà di espressione, libertà sessuale, libertà genitoriale, diritto a un giusto processo, ecc. Chi non si riconosce più in questi valori è ancora libero (in occidente), di disprezzarli anche pubblicamente: è ancora libero di uscire da questo consesso e di opporvisi. Da altre parti tutte queste libertà non sono concesse. Valori che andrebbero difesi con molta forza e determinazione ora.

Mancano le parole?

Sembrano sfuggire le motivazioni per cui questi ci uccidono. Alcuni miei amici mi dicono che non è una guerra di religione, che il Corano non chiede di uccidere gli infedeli. Altri mi dicono invece che il Corano chiede di uccidere, come fa la Bibbia, che è molto violenta. E che quindi è solo una lettura non mediata del testo che conduce a questi esiti. E che implicitamente anche una lettura “scolastica” della Bibbia condurrebbe agli stessi esiti. Fatto sta (e i fatti sono ostinati), che questi signori dalla bande nere fanno un test: o sai questo versetto del Corano o muori. Ci sono anche coloro che sono molto più prosaici e che non fanno test: dicono solo “Allah è grande” prima di farsi esplodere, avendo cura di scegliere un posto frequentato. Dal loro comportamento dovrei dedurre che più persone muoiono e più Allah è grande. Non lo farò. Un Dio così non merita nemmeno una deduzione di second’ordine.

Seguo ancora il ragionamento di alcuni amici che mi dicono che ci sarebbe un Islam radicale e intollerante, e un Islam moderato e tollerante. Che tuttavia è del tutto invisibile e silente. O troppo tollerante: nel senso che tollera tutto, anche l’abuso del nome del suo dio. Se questo Islam moderato esiste bisogna chiedersi perché non si manifesta, perché non protesta, perché non si indigna. Un primo motivo è da rintracciare nella paura. Paura di essere torturati, uccisi. Paura che facciano lo stesso ai loro figli e mogli. Non è facile manifestare il proprio dissenso in quei paesi. Detto di passaggio, questo dovrebbe essere un valore con il quale pesare la nostra reciproca convivenza. Ritengo anche che questo Islam moderato a volte sia connivente con quello radicale e che in fondo l’Isis faccia un po’ di lavoro sporco: una lezione a questi occidentali benestanti bestemmiatori ogni tanto ci vuole. Perché non esiste un Islam radicale da una parte e un Islam moderato e buono dall’altra: esiste, come sempre, una ampia area grigia, in cui si è moderati ma non troppo.

Non è una guerra di civiltà, perché esiste un Medio Oriente e un Islam che è in grado di integrare e di integrarsi con la nostra civiltà. Non è una guerra di cultura, per le stesse motivazioni.

Alcuni mi dicono che è una guerra di matrice post-colonialistica, poiché li abbiamo troppo a lungo sfruttati e quindi è giusto che questi si vendichino.  A Dacca sfruttiamo i loro bambini e quindi queste ritorsioni sono giustificate. Non condivido questa tesi. Innanzi tutto il nostro sfruttamento consente di portare un po’ di ricchezza in quei paesi, nei quali in assenza delle nostre fabbriche lo sfruttamento avverrebbe in termini ancora più atroci e silenziosi, in un mondo rurale di grande miseria. I nostri marchi si arricchiscono, è vero. NOI ci arricchiamo, i nostri manager, i nostri imprenditori, i nostri azionisti. In termini generali anche loro si arricchiscono. Possiamo accettarlo, cercare di affievolire queste disuguaglianze o rifiutare con coerenza questo modello è cominciare a boicottare molti dei nostri prodotti.

In secondo luogo i foreign fighters dimostrano che se i nostri giovani e baldanzosi rampolli partono dall’Inghilterra, dalla Francia, dalla Germania, dall’Italia, forse la matrice colonialistica c’entra poco.

In terzo luogo (e Dacca lo dimostra in maniera palese), gli inner fighters non sembrano farlo per motivazioni economiche e soprattutto non de-colonialistiche. Chi ha ucciso a Dacca non ha lavorato nelle fabbriche delle multinazionali.

Che tipo di guerra è dunque? Ci mancano le parole? È diversa dalle altre guerre? O abbiamo paura di pronunciare vecchie parole? Le motivazioni di questi terroristi sono forse più complesse e non hanno una sola matrice: religiosa, ideologica, economica. Forse le motivazioni si sommano tra loro, si intrecciano, si sovrappongono, si rincorrono, si amplificano. Convergono però tutte verso un comportamento e un obiettivo chiaro: il potere: il comando. Mi sembra che vogliano imporre il loro modello di vita, i loro valori. E che siano disposti a usare la forza per imporli. Chiedo a chi mi legge di fare un piccolo esercizio di fantasia. Ammettiamo che questi signori siano giunti infine al comando, dopo qualche testa tagliata e dopo qualche conversione, più o meno spontanea. Ecco, chiudete gli occhi: siamo già in un mondo islamico: pensate che vi lasceranno pregare il vostro Dio della croce? Pensate che potrete ancora leggere gli stessi libri che leggete adesso, guardare la stessa TV, ascoltare la stessa musica, mangiare la stessa carne, bere lo stesso Chianti? Pensate che potrete ancora sfilare a Roma con i carri del gay pride? Pensate che Vendola e compagno potranno accudire un bambino dopo averlo preordinato dall’altra parte del mondo? 

Io credo di no.

La domanda è allora questa, per ognuno di noi: a cosa sono disposto a rinunciare pur di non riconoscere che questo Islam radicale vuole il comando e che se ne frega dei miei valori di dialogo, di tolleranza, di integrazione, di libertà? Pensate che questo Islam si piegherà perché cantiamo “Imagine” di John Lennon, perché facciamo un minuto di silenzio a scuola, perché giochiamo al pallone con una fascetta al braccio? Pensate che l’Islam moderato fermerà l’Islam radicale? E come? Anch’esso con le fascette al braccio? Io credo di no.

E quando intenderebbe fermarlo? Quanti morti occorrono perché l’Islam moderato fermi ed estirpi questo male? Io ritengo, purtroppo, che se non è stato in grado di farlo finora è perché è strutturalmente incapace di farlo o perché non vuole. In entrambi i casi non ci salverà. O allora speriamo che l’Islam moderato diventi meno moderato e che si rivolti a queste bestie? Pensiamo di lasciare a loro l’incombenza di farsi la guerra? Se noi la facciamo non va bene, perché siamo una civiltà superiore. Se la fanno tra loro, la cosa è più tollerabile. Se la guerra la fanno altri, la cosa è sempre più tollerabile.

Noi non vogliamo più difendere i nostri valori perché ci siamo abituati al fatto che prima o poi qualcun altro lo farà per noi. Noi non vogliamo più difendere i nostri valori perché finora reputiamo che queste cose non sono reali: sono toccate ad altri, non a noi. Succede da un’altra parte, non qui. Noi vediamo gli Europei di calcio, andiamo al mare …

Non difendere i propri valori non è tolleranza, in questo caso: è un lusso, una vigliaccheria, un esercizio di cinismo.

Io non dico che bisogna andare per forza e subito in guerra “boots on the ground”. Esistono forse altre strategie, che però passano tutte dalla parte opposta del “non fare nulla”. Né credo che la pace sia sempre la miglior condizione possibile: vi sono delle paci che nascondono grandi ingiustizie. A volte la violenza porta più uguaglianza della pace. E sulla violenza della lotta non-violenta di Gandhi magari parlerò un’altra volta.

Sì, ma …

Chi mi conosce bene sa quale grado di avversione io abbia verso le due formule: “Sì, ma …” e “Sì, però …”. Vengono usate spesso nella lingua parlata, in un dialogo, in una discussione. Più difficile trovarle nella lingua scritta, e il perché apparirà chiaro tra un po’.

Perché questa avversione? Perché mi sembrano formule ipocrite (tremende e traditrici), con cui l’interlocutore ci sta bellamente ignorando e con cui porta avanti il suo punto di vista, la sua opinione, senza prestare un minimo di ascolto.

Sì, ma … è il Cavallo di Troia con cui Ulisse (l’Altro), sta cercando di espugnare la città. E’ dunque, appunto, un’astuzia. Pur consentendo nel breve termine la vittoria, questa astuzia ha poi degli effetti nefasti prolungati nel tempo. L’effetto profondo, psicologico, che continua a risuonare, è quello del raggiro, della truffa. Tradotto in termini emotivi, personali, intimi, “Sì, ma …” significa: “Quello che hai appena detto non è importante. Adesso senti quello che io ho da dirti. Questo sì, che è importante!” Significa ancora, al di là della forma, della parola pronunciata e udita: “Non c’hai capito niente. Adesso ti faccio vedere io come si fa!” Significa, citando Paolo Conte: “Descansate niño, che continuo io …”

La formula è tremenda perché ci incatena a accogliere la sua tesi, poiché sembra in accordo con la nostra (inizia con un “Sì”). Ci obbliga al rispetto formale delle sue parole (Come dare torto a chi è d’accordo con noi?): ci obbliga a inghiottire il veleno senza poter rispondere, o rispondendo a nostra volta con altri “Sì, ma …” “Sì, però …”. Quando il mio interlocutore risponde con una di queste due formule, è chiaro per me che egli non ha ascoltato: non ha voluto ascoltare. O meglio: ha udito, ha sentito, e ha deciso in una frazione di secondo che quello che ho detto era secondario rispetto a quello che lui aveva da dire. Ha sentito, ha deciso e ha fatto tutto ciò senza avere il coraggio di dire: “Sono d’accordo con quello che dici qui e qui. Non sono d’accordo con quello che dici lì e lì. Per questo motivo e per quest’altro motivo.”

Che sia una formula infida si può verificare facilmente: dite al vostro interlocutore una cosa molto grave, molto importante: “E’ morto mio padre.” “Ho visto tua moglie con un altro”, ecc. Sarà difficile ottenere come risposta un “Sì, ma …”o un “Sì, però …”.

Papà come un figlio

Spesso, tornando da Spoleto, passo vicino al cimitero di Foligno, dove papà dorme. D’inverno, le luci dei loculi dei piani più alti dei padiglioni sono visibili dalla strada, e sembrano una piccola città nella città. Raramente vado a vedere, da vicino. Solo pochi, pochissimi, cimiteri aggiungono poesia al ricordo. E dunque non è necessario frequentarli. Almeno per me. Quando la macchina passa veloce, il primo pensiero è sempre (dopo un “Ciao papà”): sarò stato, finora, all’altezza delle sue aspettative? Dei suoi sogni su di me? Su suo figlio? Che cosa pensava di me? Come mi vedeva, da adulto? Come si immaginava sarei diventato? Non lo so. Non lo saprò mai con certezza. Nessuno potrà dirmelo in maniera così convincente da togliermi ogni minimo dubbio. Chi muore porta via con sé le risposte, e lascia solo le domande. So solamente che non sono così bravo a fare soldi, come lui era. Né ho la sua capacità di sedurre le donne. Non sono un tombeur de femmes, come lui era. Non ho il suo sorriso, né il suo modo di fare, la sua spavalderia. Da quello che mi hanno raccontato abbiamo solo lo stesso vezzo di alzarci presto, molto presto, di andare a prendere il caffè al bar e il giornale la mattina. E il “vizio” di vestirsi bene: lui quasi sempre: io quando posso permettermelo. E’ morto a 33 anni. Oggi si direbbe “un ragazzo”. Ma io me lo ricordo come un uomo: nel ’68 si diventava uomini prima. E adesso sono quasi nella condizione paradossale di ricordare un padre che tra poco avrebbe potuto essere mio figlio. La mia vita è andata come è andata, va come va, ho fatto il meglio che potevo per non deluderlo. Chissà se gli sarei piaciuto.

Le parole del Piano

L’analisi di alcune parole ricorrenti nella LR 1/2015 e nel RR 2/2015 forniscono l’occasione per vedere se sia possibile semplificare la terminologia usata e per fare una riflessione in ordine ai livelli di pianificazione previsti oggi in Umbria.

Nonostante il buon lavoro fatto già in occasione della redazione della LR 1/2015 con la conseguente riduzione di una gran parte della normativa previgente, considerando tra l’altro che il teso unico non poteva innovare completamente la materia, occorrerebbe oggi passare a una maggiore precisione terminologica. Alcune parole molto importanti per il lavoro dei tecnici umbri in generale e per gli urbanisti in particolare, vengono usate nella LR 1/2015 e nel RR 2/2015 spesso in maniera poco precisa. Qui di seguito prendo in considerazione le parole Ambito, Insediamento, Situazioni insediative, Macroaree e ne verifico l’uso all’interno dei testi fondamentali oggi in materia: LR 1/2015 e RR 2/2015.

La parola Ambito  viene usata con le seguenti accezioni, nei due testi:
1. Ambito come superficie, come area.
2. Ambito come cornice di applicazione della norma. (Finalità e ambito di applicazione della norma)
3. Ambito come spazio di autonomia procedimentale (nell’ambito della Conferenza di servizi, ecc.)
4. Ambito come spazio di autonomia normativa e organizzativa (I Comuni, nell’ambito della propria autonomia organizzativa)
5. Ambito come insieme di persone (nell’ambito della Community Network regionale)
6. Ambito come spazio virtuale (nell’ambito del portale)

La prima accezione (Ambito come Area), viene poi declinata in molti altri modi:
a) Ambito territoriale
b) Ambito di salvaguardia
c) Ambito urbano
d) Ambito dello spazio rurale
e) Ambito del PRG
f) Ambito di trasformazione
g) Ambito di Rivitalizzazione Prioritaria (ARP)

Solo queste ultime due vengono definite in maniera esplicita. Tra l’altro “Ambito” pare essere una categoria logica e spaziale di secondo grado rispetto all’”insediamento”.
f) L’Ambito di trasformazione all’art. 7 co. 1 punto 7 lett. q) della LR 1/2015: “ambito di trasformazione”, parti di insediamenti esistenti, di suoli oggetto di previsioni urbanistiche non attuate, anche non contigue, delimitati dal PRG, parte operativa, attuati con uno o più piani attuativi.
g) Gli ambiti di rivitalizzazione prioritaria (ARP) all’art. 60 co. 1 lett. a) della LR 1/2015: aree, delimitate dai comuni, prevalentemente all’interno dei centri storici, che presentano necessità di riqualificazione edilizia, urbanistico, ambientale, economico, sociale e funzionale e pertanto costituiscono luoghi prioritari da rivitalizzare.

Ora, è pur vero che il contesto riesce nella maggior parte dei casi a disambiguare il senso, tuttavia in qualche frangente l’uso poco accurato di questi termini porta a risultati particolari. Si veda per esempio l’art. 59 co. 3: “Gli interventi di cui sopra possono comportare anche la modifica della destinazione d’uso in atto in un edificio esistente nell’ambito dell’insediamento”, o l’art. 91 co. 7: “[…] è consentita nell’ambito dell’azienda previa presentazione al comune di piano aziendale.”

La stessa difficoltà ritroviamo per i termini “insediamenti” e le “situazioni insediative”.
Con una formula poco felice, perché ricorsiva e perché introduce ancora un altro termine (tessuti), l’art. 7 co. 1 punto 7 lett. p) della LR 1/2015 definisce le “situazioni insediative e insediamenti del PRG”, come gli insediamenti caratterizzati da trasformazioni territoriali e tessuti insediativi per i quali il PRG definisce l’insieme delle caratteristiche di gestione e le modalità di intervento. Non si comprende, da questa prima enunciazione, se i due termini (insediamenti e situazioni insediative),debbano intendersi come assolutamente fungibili o se invece debbano essere intesi come distinti.

In sintesi, per gestire fenomeni che hanno tutti a che fare con la superficie abbiamo, nella LR 1/2015 e nel RR 2/2015, i termini che seguono:
1. Spazio
2. Aree
3. Zone
4. Tessuti
5. Parti
6. Macroaree
7. Insediamenti
8. Situazioni insediative
9. Suoli
10. Ambiti

In via preliminare è inevitabile chiedersi se abbiamo la reale necessità di tutta questa ricchezza terminologica, considerando che gli stessi termini non sono mai compiutamente definiti.
In secondo luogo occorre poi verificare, comunque, se esiste un’articolazione logica tra questi e quale sia il loro momento applicativo e la loro efficacia.

Dalla definizione data dall’art. 7 della LR 1/2015 pare di capire che l’Ambito di trasformazione sia una sottoclasse dell’Insediamento esistente. Ne deriva tra l’altro che esistono (dovrebbero esistere), Ambiti che non sono di trasformazione, che tuttavia non sono mai definiti. In ogni caso questi Ambiti sono delimitati dal PRG Parte Operativa, come disposto a chiare lettere dal citato art. 7.
Pare derivarne, in via deduttiva, che gli insediamenti siano individuati e definiti dal PRG Parte Strutturale. A ciò condurrebbe anche la lettura “piana” dell’art. 21 della LR 1/2015:
Il PRG parte strutturale, identifica, in riferimento ad un’idea condivisa di sviluppo socio-economico e spaziale e mediante individuazione fondiaria, [….]
d) gli insediamenti esistenti e gli elementi del territorio che rivestono valore storico-culturale di cui all’articolo 96 e le eventuali relative fasce di rispetto;
e) gli insediamenti esistenti non aventi le caratteristiche di cui alla lettera d);
[….]
g) individua, in continuità con l’insediamento esistente, aree che classifica come zona agricola utilizzabile per nuovi insediamenti e stabilisce i criteri cui il PRG, parte operativa, deve attenersi nella relativa disciplina urbanistica, nonché criteri che riguardano l’assetto funzionale e morfologico da perseguire, nel rispetto del contenimento del consumo di suolo di cui all’articolo 95, comma 3;

A completare l’articolazione, la concatenazione logica (e la difficoltà), interviene l’art. 89 co. 1 del RR 2/2015: “Il PRG, parte operativa, in attuazione delle disposizioni previste agli articoli 7, comma 1, lettera p), e 22 del TU, individua e disciplina le parti del territorio comunale costituenti le diverse situazioni insediative distinte in insediamenti esistenti o di nuova previsione, secondo la disciplina del Titolo IV del TU e degli articoli 90, 91, 92, 93, 94, 95, 96 e 97 delle presenti norme regolamentari.

Pensavamo che l’art. 21 della LR 1/2015 avesse sistemato una volta per tutte le cose, lasciando l’incombenza degli insediamenti al PRG Strutturale, e invece qui assistiamo a un nuovo rovesciamento.

Da questa breve analisi si posso trarre almeno due conseguenze.
La prima: è possibile (e dunque necessario, oggi), semplificare e curare i termini usati nella legge, definendo espressamente gli stessi e il loro momento operativo. Se si vuole insomma fornire una griglia lessicale a tutti Comuni della Regione, e con ciò una guida operativa, occorre che questa sia più semplice e più precisa. O allora si fa una scelta di campo affatto diversa, e si lascia la definizione degli aerali ai singoli Piani Regolatori, chiarendo solo i criteri con cui queste superfici debbono essere individuate e definite.

La seconda, che è la riflessione a latere: nonostante si dica correntemente che il PRG Strutturale non è conformativo (o non dovrebbe esserlo), in realtà esso lo è, e da subito. E ciò sia per previsione espressa di alcune componenti tra cui quelle appena citate (spazio rurale, vincoli, rischio, ecc.), sia perché l’individuazione fondiaria di una superficie comporta che anche il suo complemento sia necessariamente definito in termini fondiari. Se di una totalità formata da A + B individua in termini fondiari A, risulta definito, anche per semplice differenza, il complemento B. La fissazione di indici edificatori (sebbene in un range) e la limitazione delle altezze ex art. 95 co. 5, chiudono di fatto i gradi di libertà teoricamente lasciati al PRG Operativo. Il PRG Strutturale dice cioè quasi tutto.
Ne deriva che l’unico grado di libertà che rimane al PRG Operativo è dunque quello del disegno e della localizzazione di alcune funzioni all’interno di insediamenti esistenti privi di interesse storico-culturale (le vecchie Zone B e Zone C), e sempre, comunque, all’interno dei limiti ricordati sopra (indici, altezze, ecc.). Se a questo stato di fatto si aggiunge che la VAS condotta nel PRG Strutturale obbliga spesso ad una ulteriore precisione e definizione dei contenuti circa le trasformazioni previste (edificato, altezze, infrastrutture, colori ammessi, profili del terreno, opere di mitigazione), viene da chiedersi se l’articolazione del PRG su due livelli abbia ancora un senso.

P.S. Per chi vuole la completezza dell’informazione, allego qui sotto l’elenco delle ricorrenze dei termini e alcuni estratti della norma.

Macroaree:

art. 18 co. 3 LR11/2005.

art. 32 co.4 lett. a): ambiti, macroaree, insediamenti esistenti e di nuova previsione,

Ambiti.

art. 12 co. 1 lett. c):  agli ambiti locali di pianificazione paesaggistica con specifiche normative d’uso

art. 21 co. 3: ambiti di salvaguardia proporzionati all’interesse della infrastruttura

art. 22 co. 1 lett. d): gli ambiti per nuovi insediamenti.

art. 24 co. 2 lett. b):  ambiti territoriali contermini

art. 32 co.4 lett. a): ambiti, macroaree, insediamenti esistenti e di nuova previsione,

art. 32 co. 5: ambiti di trasformazione

art. 37: ambiti di trasformazione

art. 38 co. 4: Ambiti di Rivitalizzazione Prioritaria

art. 40: ambiti di trasformazione entro i quali attuare la perequazione

art. 47: ARP

art. 51 co. 6: ambiti tutelati

art. 60 co. 1 lett. a) ambiti di rivitalizzazione prioritaria (ARP): aree, delimitate dai comuni, prevalentemente all’interno dei centri storici, che presentano necessità di riqualificazione edilizia, urbanistico, ambientale, economico, sociale e funzionale e pertanto costituiscono luoghi prioritari da rivitalizzare;

art. 65: ARP

art. 79 co. 3: ambiti tutelati ai sensi degli articoli 136 e 142 del d.lgs. 42/2004,

art. 80 co. 1 lett. c): ambiti urbani

art. 83 co. 2:  ambiti di massima tutela floristico-vegetazionale

art. 83 co. 4: ambiti per attività residenziali, produttive e per servizi,

art. 83 co. 5: ambiti che richiedono particolare tutela.

art. 86 co. 1: ambiti caratterizzati da aree di particolare interesse geologico e da singolarità geologiche

art. 86 co. 4: ambiti delle singolarità geologiche

art. 86 co. 5: 

art. 87 co. 2: recepisce le aree di studio del piano regionale di cui al comma 1 e, in relazione alle risultanze delle ricerche compiute nel territorio, ne amplia gli ambiti di riferimento

art. 89 co. 3: ambiti territoriali

art. 95: Ambiti urbani

art. 95 co. 2 lett. a)

art. 100 co. 3: ambiti territoriali di cui al comma 2,

art. 104: ambiti dello spazio rurale di cui alla Sezione III e negli ambiti per insediamenti di cui all’articolo 95,

art. 106 co. 2: ambiti individuati nell’Atlante dei Siti di Attenzione per il Rischio Idrogeologico

art. 106 co. 2: ambiti di pericolosità

art. 106 co. 4 lett. i): ambiti estrattivi dismessi

art. 107 co. 1: ambiti con acquiferi di rilevante interesse regionale

art. 107 co. 1: ambiti delle aree di salvaguardia

art. 127 co. 1:  ambiti ove non sono presenti collettori fognari comunali,

art. 130 co. 5: ambiti intercomunali interessati da sviluppo degli insediamenti abitativi, produttivi e per servizi

art. 133 co. 1 lett. n): ambiti di rivitalizzazione prioritaria

art. 153 co. 1: ambiti o immobili di maggior valenza storico-architettonica, naturalistico-paesaggistica e urbanistica,

art. 185 co. 1 lett. c): ambiti territoriali

art. 264 co. 11:  ambiti “F” degli insediamenti che interferiscono con gli altri ambiti del Piano, nel rispetto dei seguenti criteri …

art. 270 co. 3: ambiti territoriali

art. 140 co. 3 RR 2/2015 RR 2/2015: Qualora il vigente regolamento comunale per l’attività edilizia contenga norme a valenza urbanistica sulle superfici utili coperte, sul volume o sulle altezze massime delle zone omogenee dello strumento urbanistico generale vigente, tali norme possono essere trasferite nelle normative tecniche di attuazione delle zone o degli ambiti del PRG interessati senza necessità di variante urbanistica ma con le procedure di adozione e approvazione cui all’articolo 31, comma 1 del TU.

Ambito

art. 7 co. 1 punto 7 lett. q):  “ambito di trasformazione”, parti di insediamenti esistenti, di suoli oggetto di previsioni urbanistiche non attuate, anche non contigue, delimitati dal PRG, parte operativa, attuati con uno o più piani attuativi;

Art. 40 co. 2 lett. b):  per parti di ambito o di situazioni insediative,

Art. 40 co. 2 lett. d): opere esterne all’ambito stesso, [di trasformazione]

Aere. 59 co. 3: anche la modifica della destinazione d’uso in atto in un edificio esistente nell’ambito dell’insediamento,

art. 68 co. 2:  l’ambito territoriale [definizione per programma urbano complesso]

art. 77 co. 2: dell’ambito urbano,

art. 83 co. 2 lett. b): loro mantenimento rientri nell’ambito dell’attività produttiva;

art. 91 co. 7: è consentita nell’ambito dell’azienda previa presentazione al comune di piano aziendale.

art. 97 co.1 lett. a): ambito urbano

art. 102: ambito aeroportuale regionale

art. 113 co. 9: nell’ambito del portale e della banca dati di

art. 113 co. 9: nell’ambito della Community Network regionale di cui all’articolo 10 della l.r. 8/2011.

art. 132 co. 5: Nell’ambito degli insediamenti di cui all’articolo 93

art. 236 co. 1: Un’area possiede i caratteri dell’edificabilità di fatto se, nell’ambito territoriale in cui l’area stessa è inserita, …

art. 251 co.3 lett. a): progetti e programmi di ambito sovracomunale;

art. 258 co. 5: possono essere individuati in sede di variante, come ambito agricolo per la riqualificazione degli edifici medesimi,

art. 264 co. 4: Il termine di validità, nonché i termini di inizio e fine lavori nell’ambito dei piani attuativi le cui convenzioni siano state stipulate al 31 dicembre 2012 sono prorogati di tre anni.

art. 17 co. 3 RR 2/2015: 1) per la parte delle murature d’ambito esterno, siano esse pareti portanti o tamponature, che ecceda i centimetri 30 di spessore al finito.

art. 48 RR 2/2015: Nell’ambito degli insediamenti di cui all’articolo 93, …

Insediamenti

art. 7 co. 1 punto t lett p): “situazioni insediative e insediamenti del PRG”, sono gli insediamenti caratterizzati da trasformazioni territoriali e tessuti insediativi per i quali il PRG definisce l’insieme delle caratteristiche di gestione e le modalità di intervento. Le caratteristiche e le tipologie degli insediamenti sono definite dalle norme regolamentari di cui al Titolo II, Capo I, Sezione IV;

art. 7 co.1 punto t lett. r): “centri storici”, gli insediamenti esistenti che rivestono valore storico, culturale, artistico, ambientale e paesaggistico;

art. 36 co. 1: Tutte le zone a insediamenti i

art. 88 co. 1 lett. a):  spazio rurale: è la parte del territorio regionale comprendente le aree agricole e le aree boscate, caratterizzata da edifici sparsi, non compresi negli insediamenti residenziali, produttivi e per servizi di cui alle norme regolamentari Titolo II, Capo I, Sezione IV, nonché ricomprendente gli insediamenti umani caratterizzati dalla integrazione dei valori storico- architettonici-paesaggistici delle singole opere con quelli prodotti dalla conformazione dell’insediamento e della modellazione del territorio;

art. 96 co. 1:  Le aree e gli insediamenti di valore storico [quindi c’è una differenza]

art. 97 co. 1 lett. b): all’interno degli insediamenti urbani, [ce ne sono altri?]

art. 95 co.1 RR 2/2015:  I nuovi insediamenti prevalentemente residenziali sono le parti del territorio oggetto di trasformazione insedia- tiva, sia in termini di espansione del territorio urbano, che in termini di sostituzione di parti del tessuto urbano medesimo. Gli ambiti sono caratterizzati dalla previsione di un

art. 95 co.1 RR 2/2015:  gli insediamenti produttivi e per servizi esistenti e di nuova previsione sono le parti del territorio caratterizzate dalla concentrazione di attività economiche, produttive, industriali, artigianali e per servizi e da una limitata presenza di attività residenziale. In tali ambiti sono localizzati anche gli impianti

Situazioni insediative

art. 7 co. 1 punto t lett p): “situazioni insediative e insediamenti del PRG”, sono gli insediamenti caratterizzati da trasformazioni territoriali e tessuti insediativi per i quali il PRG definisce l’insieme delle caratteristiche di gestione e le modalità di intervento. Le caratteristiche e le tipologie degli insediamenti sono definite dalle norme regolamentari di cui al Titolo II, Capo I, Sezione IV;

art. 12 co. 1 lett. d): disposizioni di attuazione, con riferimento alle situazioni insediative del PRG e alle aree dello spazio rurale.

art. 22 co. 1 lett. d): nonché in rapporto alle preesistenze insediative, gli indi

art. 243: nonché in rapporto alle preesistenze insediative, gli indi

art. 246 co. 1 lett. b):  disciplina le situazioni insediative per nuovi insediamenti degli strumenti urbanistici generali, tenendo conto dei caratteri funzionali e

art. 89 co. 1 RR 2/2015: Il PRG, parte operativa, in attuazione delle disposizioni previste agli articoli 7, comma 1, lettera p), e 22 del TU, individua e disciplina le parti del territorio comunale costituenti le diverse situazioni insediative distinte in insediamenti esistenti o di nuova previsione, secondo la disciplina del Titolo IV del TU e degli articoli 90, 91, 92, 93, 94, 95, 96 e 97 delle presenti norme regolamentari.

art. 110 co.1 RR2/2015 :  gli insediamenti, le parti del territorio urbano, le infrastrutture ed i servizi; le relative destinazioni d’uso prevalenti e compatibili, le modalità dirette ed indirette di attuazione delle previsioni, i parametri edilizi, urbanistici, ambientali ed i requisiti tecnici; [quindi gli insediamenti sono diversi dalle parti di territorio urbano]

art. 110 co. 1 RR 2/2015: la rispondenza degli insediamenti del PRG con le zone omogenee di cui al d.m. 1444/1968 e all’articolo 142, comma 1;

Paesaggio incontaminato

Esiste una differenza tra il paesaggio stellato e le colline umbre? E qual è la differenza tra una stella cadente e la foto delle particelle sub-atomiche?
A me sembra che il cielo stellato rappresenti la prima dimensione  iper-estetica (contemplativa), del paesaggio.  I primi uomini hanno guardato le stelle con un sentimento di stupore, forse di paura. E sicuramente con un senso di impotenza. Rispetto alla realtà che ha intorno a sé l’uomo stabilisce subito una distinzione tra ciò su cui ha potere e ciò su cui non ha potere. E tra ciò che ha potere su di lui e ciò che non ha potere: tra ciò che influisce con la nostra vita e ciò che non influisce. Il sole è un astro: noi non possiamo niente su di esso ma lui si di noi ha molto potere. Il nostro sguardo è da subito non più innocente. Ma le stelle sono tutte innocenti. Non avevano senso per noi, non influiscono sulla nostra vita. Sono dunque elemento meramente estetico, nel senso più soggettivo del termine. Le nuvole hanno influssi diretti su di noi, con la pioggia, la grandine la neve, l’ombra. Le stelle sono lontane. L’unico esercizio possibile è dargli un senso propiziatorio. La dimensione iper-estetica è insomma questa lontananza, questa impossibilità a trasformare l’oggetto in un oggetto di progetto. Le stelle si pongono allora come primo paesaggio iper-estetico. Per i romantici o gli integralisti dell’ambiente, forse le stelle sono l’unico (ancora per poco) paesaggio incontaminato.
Desiderare. Sembra che nel linguaggio degli auguri significasse “notare la mancanza di stelle”. E cioè delle costellazioni necessarie per trarre gli auspici. Quindi sentire la mancanza di qualcosa.
Galimberti, al Festival della Filovia del 2003 dice che “l’etimologia della parola desiderio ci rimanda al De Bello Gallico. I desiderantes erano i soldati che stavano sotto le stelle a aspettare quelli che dopo aver combattuto durante il giorno, non erano ancora tornati. Da qui il significato del verbo desiderare: stare sotto le stelle ad aspettare”.
La dimensione estetica è invece  quella che riesce a portare l’oggetto dal campo della astrazione a quello della potenza e che riesce a pensare a un progetto su di esso. La dimensione estetica carica di senso l’oggetto e lo rende disponibile alla conoscenza. La dimensione estetica riesce a stabilire dei valori e a evitare che sia tutto territorio. La dimensione estetica del paesaggio rende possibile l’idea di disegno per un territorio. Uso consapevolmente la parola “disegno” e non “progetto” per marcare una differenza: si progetta una vacanza, si progetta una fuga: non si disegna una vacanza, non si disegna una fuga. La parola disegno introduce una componente in più rispetto alla prosa del progetto. La dimensione estetica sottrae al mondo la visione solo territoriale e la qualifica come paesaggistica. Mentre infatti l’uomo guarda al paesaggio che ha intorno a sé come territorio (si dice territorio di conquista e non paesaggio di conquista), è solo la dimensione estetica che riesce a integrare la lettura prosaica, “territoriale”, del paesaggio con quella semantica, con quella significativa, con una lettura di progetto.
Lo sbarco sulla Luna ha comportato allora due cose, tra le altre.
La prima, aver acquistato una conoscenza della Terra come paesaggio intero in sé. Quando Apollo 11 torna dalla Luna, o meglio ancora quando Armstrong guarda la Terra dalla Luna, la fa diventare oggetto di paesaggio. La Terra intera diventa paesaggio.  Ne discende che è la finalità dello studio a determinare quale sia l’ambito geografico da considerare per definire una Unità di Paesaggio (operativa). La porzione delimitata di territorio della CEP diventa IL problema: problema di pertinenza, problema di scala.
La seconda conseguenza è che lo sbarco sulla Luna ha ampliato i confini dell’Uomo e ha reso il firmamento un vero e proprio territorio. Da paesaggio iper-estetico le stelle sono diventate territorio (anche di conquista). Posso fare dei disegni su di esse: posso immaginare dei viaggi, delle modifiche, dei ritorni …
Le stelle cadenti mi hanno sempre fatto pensare, per una sorta di simmetria adimensionale, alle foto di collisioni di particelle sub-atomiche. C’è differenza tra i due fenomeni, a parte l’essere l’una (per noi), una rappresentazione e l’altra no? Dico che la rappresentazione è solo per noi perché magari qualche scienziato ha la possibilità reale di vedere questo fenomeno. E quindi è solo per noi che esso si dà per rappresentazione.
L’altra differenza è forse quella che in un caso noi la produciamo e nell’altra no. Ma anche questa differenza sembra sfumare. Infatti e probabilmente, queste collisioni accadono continuamente nel mondo e siamo forse noi incapaci di vederle.  Riusciamo a vedere solo quelle che riusciamo a produrre.
Andando di questo passo, insomma, anche il mondo sub-atomico sembra avviarsi ad essere paesaggio.
Il che porta a un’ultima domanda, per ora: esiste qualcosa che non sia paesaggio?
Così come siamo sempre, da sempre, immersi in una lingua, così siamo sempre, da sempre, immersi in un paesaggio. Non è possibile uscire dal paesaggio. Da questo punto di vista noi non siamo NEL paesaggio: noi siamo (anche) IL paesaggio.

Valorizzare ancora?

Tutto quello che ho detto finora sulla bellezza del paesaggio non ha molto senso, per Assisi. Il paesaggio assisiate ha già un alto valore. Non ha bisogno di essere ulteriormente valorizzato, se non al prezzo di un rapporto costi/benefici molto duro. La necessità è, semmai, capitalizzare questo valore. Monetizzare, direbbe qualcuno più prosaico di me. La difficoltà sta nel far venire più persone, nel farle restare più tempo, nel farle spendere più soldi, nel far lasciare a queste persone 100 euro sul territorio, piuttosto che 50.
Bisogna dunque rendere questo paesaggio accessibile, sia in termini fisici che virtuali. Più cose si sanno di un paesaggio e più si ha voglia di andarci. Si dice che noi abbiamo il 50% dei beni culturali del mondo. Io non ci credo. Ma anche se fosse vero che ne abbiamo il 30%, vogliamo scommettere che non fatturiamo il 30% del complessivo?
Non voglio prendere esempi facili, ma occorre partire da delle banalità. A fronte di questi mari,
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quello di Rimini è brutto, per rimanere in tema. Ma è evidente che vi è qualcosa che travalica e travolge il solo valore ecologico e ambientale e che fa sì che in Riviera vadano ogni anno milioni di turisti. La Riviera ha valorizzato al meglio le proprie opportunità.
Prendo l’esempio opposto, anzi due. Sono andato due domeniche fa a Collodi con la mia famiglia. Mi sono allontanato un po’ prima della partenza per andare a vedere che cosa potesse offrire il bookshop. A dispetto del nome c’erano pochi libriccini in vendita (non libri), qualche piccola cosa e dei Pinocchio di legno. Non c’era molto altro. Ora, com’è possibile che non vi sia qualcosa d’altro da legare al mondo di Pinocchio? Possibile che a fronte di un parco fatto da Porcinai, da Michelacci  di statue di Marco Zanuso, di Emilio Greco, non vi fosse una pubblicazione su questi autori, su come è stato fatto il Parco? Possibile che non vi siano altri prodotti da legare emotivamente al mondo di Pinocchio? Scarpe, libri, alberi, frutta, formaggio, balene, magia, pesca, giostre dedicate, un parco dell’avventura che sia un parco di Pinocchio e non il percorso vita di Ponte Felcino?
Altro esempio, più vicino a noi. Il Tempietto del Clitunno a Campello. Oggi Patrimonio UNESCO.  Provate a fare una ricerca su internet e vedrete come i risultati siano non sistematici. Provate a fare una ricerca dei testi sul Sistema Bibliotecario Nazionale (OPAC SBN) e vedrete quante poche pubblicazioni ci sono. E la situazione è migliorata di molto in questi ultimi anni. Prima era un problema anche solo visitare il sito. E non mi si dica che le pubblicazioni si rivolgono a un target specialistico. O meglio: lo si dica, perché è vero. Come è vero che chi va a vedere il Tempietto ci va perché è abbastanza interessato. Non è una meta di una famiglia che vuole fare il picnic. Non so quanti rilievi architettonici approfonditi ci siano in Soprintendenza. E quanto questi possano essere accessibili facilmente allo studioso.
Vedo in sintesi due problemi principali:
1. Spesso non conosciamo appieno quello che abbiamo. E non si può valorizzare ciò che si ignora. Lo so, la conoscenza costa. Inutile e stupido dire il contrario. Si tratta di fare una scelta strategica (questa sì una scelta da assoggettare a VAS), culturale prima e politica poi. Noi sappiamo che il nostro sottosuolo è ricco di petrolio, di gas, di litio, ma non vogliamo spendere per sapere dove scavare con maggiore efficienza. O per sapere quali minerali troveremo. Questo è il punto.
2. Non abbiamo focalizzato la nostra intelligenza sul come far fruttare questo giacimento culturale. Finora ci siamo impegnati sulla tutela, credendo che la bellezza in sé avrebbe attirato persone e reddito. Per mantenere la metafora di prima: abbiamo trovato il petrolio, ma non vogliamo fare gli oleodotti. Lo lasciamo lì ad adagiarsi a formare un piccolo lago. Abbiamo trovato il litio, e lo lasciamo lì all’aria aperta, confidando che la sola visione di esso ricaricherà le nostre batterie. Ma non è così. E’ ora forse di allargare l’ottica, di percorrere anche un altro sentiero, di intonare un altro canto. Bisogna vendere (vendere bene), questa ricchezza. Anche in questo campo occorre investire per rendere accessibile questo patrimonio: accessibile sia in senso fisico che virtuale. E poi bisogna metterlo e integrarlo in un sistema in cui i nodi principali della nostra economia vengano toccati. So che apparentemente sto ripercorrendo la filiera T-C-A Turismo Cultura Ambiente. Credo che la differenza stia solo nel cambio di prospettiva: dal focus sulla “produzione” a quello sulla distribuzione (oggi condivisione?), sulla vendita, insomma. Una volta restaurato l’edificio, dobbiamo farlo sapere a tutti. Altrimenti sarà stato uno sforzo vano.

Sul Paesaggio

Grazie agli organizzatori per questa bella giornata di approfondimento. *

A me è stato chiesto di prospettare qualche idea innovativa, brillante, intelligente, su come valorizzare il paesaggio, in 15 minuti, possibilmente 12. Ma vista l’importanza del tema, se avessi avuto idee così brillanti, nuove e trasmissibili in 15 minuti mi sarei candidato anch’io come sindaco. Battuta a parte, il taglio  sarà quindi molto essenziale e forse a tratti anche grossolano.
Ho trovato tre temi che ho riassunto in tre grandi frasi. Non credo di riuscire a svilupparli tutti, quindi qualcuno rimarrà solo come un sasso lanciato nello stagno.
Le frasi sono queste:
La Grande Bellezza
Valorizzare senza conoscere.
Valorizzare sì, ma non il paesaggio

La Grande Bellezza
Incrementare il valore di un  paesaggio è semplice: basta fare cose belle e togliere cose brutte. E’ semplicistico, è naif, ma già qui capite che si apre un abisso di senso, una voragine di convegni, dibattiti, pubblicazioni, ecc. Il richiamo all’attualità (la Grande Bellezza) implica che si possa fare una distinzione tra più gradi di bellezza. Il problema è sempre quello, noto, di come sezionare un continuo, di come si possa valutare un qualcosa di molto concreto e anche allo stesso tempo di molto fluido sfuggente (il tempo, la suono, una curva …). Per praticare questa distinzione ci sono due domande formidabili a cui bisogna saper rispondere. O almeno tentare di rispondere. La prima: come si fa a distinguere il bello dal brutto. La seconda: chi è autorizzato a fare questa distinzione. Chi è autorizzato sia in termini di autorevolezza che in termini di autorità. Capite da soli che la faccenda si complica sempre di più e che trascinano sé molte altre domande, quali ad esempio: noi non siamo più capaci di produrre il bello? O non siamo più capaci di riconoscerlo, di giudicarlo?
E vi faccio subito capire come sia difficile riconoscere la realtà è accettare alcune conseguenze.
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Amalfi

Mentre sulle prime tre vedo un giudizio quasi unanime, sulla quarta qualcuno di voi comincia già ad avere qualche tentazione, qualche dubbio, qualche pausa.

Per togliervi d’impaccio vi faccio vedere come si può rovinare una collina intera, nel centro Italia, con una lottizzazione di centinaia di migliaia di metri cubi, perpetrata scientemente nel tempo, in sfregio alla VAS e alla VIA, realizzando edifici senza fare caso a zone urbanistiche, mischiando edifici specialistici a residenze, intervenendo più volte sugli stessi edifici, e così via.

Questa è la collina prima dell’intervento dell’Uomo ….

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E questa è la collina dopo l’intervento dell’Uomo.

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È una trappola? Una provocazione? Solo in parte. Solo in parte perché io non so se oggi saremmo in grado di valutare serenamente una cosa simile, e soprattutto quel piccolo edificio in primo piano e se avremmo il coraggio di approvarlo in tutte le sedi competenti: Commissione edilizia, Comune, Regione, Soprintendenza, ecc.
Perché se non abbiamo il coraggio, noi ci precludiamo automaticamente il fatto che in futuro potremo avere cose simili. Inutile provare a pensare di fare cose simili, insomma. Bisogna allora guardarsi e dirsi che soffriamo di una sorta di complesso di Edipo architettonico collettivo e generale che ci impedisce di fare cose altrettanto belle. Bisogna guardarsi e dirsi che oggi abbiamo raggiunto il massimo, il climax, come civiltà come cultura, in termini di paesaggio, e che è impossibile aggiungere altro a questo paesaggio. Perché se non ce lo diciamo stiamo mentendo a noi stessi e stiamo mentendo ai nostri figli.
Nel caso della Basilica di Assisi è forse semplice dire che non saremo più in grado. Ma sull’esempio che segue è più difficile.

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E’ una casa deliziosa di Adalberto Libera per lo scrittore Curzio Malaparte fatta a Capri. E’ una casa che vorrei aver fatto. Ma se oggi penso di fare una cosa così il grande occhio orwelliano della Soprintendenza invia subito un elicottero con la SWAT e una camicia di forza. Ma qui non parliamo di cose fatte nel 1230 ma nel 1930: ieri, in termini di paesaggio.

Ancora. Se è impossibile aggiungere e se vogliamo comunque migliorare il paesaggio l’unica strada è “per via di togliere”, come avrebbe detto Michelangelo.
Ma anche togliere si rivela subito irto di difficoltà. Togliere a chi? Per ridare a chi, eventualmente? Togliere con quali strumenti? Con l’esproprio? Con le casse attuali dei comuni? Con strumenti negoziali? Negoziando cosa, oggi? E, punto fondamentale: togliere cosa?
Perché alla fine il problema principale, quello del giudizio, quello della comparazione Albertiana, quello intorno al quale stiamo girando, quello del giudizio sulla Bellezza, rimane integro e inviolato. E invece il punto è lì.
Per cercare di evitare il punto molti colleghi architetti, naturalisti, agronomi, hanno fatto assumere al paesaggio, nel tempo, una vocazione sempre più naturalistica, sempre più ambientalistica, sempre più ecologica. Il paesaggio è stato confuso con il territorio. Il paesaggio è diventato un fornitore di servizi ecologici, che mi sembra una delle più brutte definizioni che si possano dare del paesaggio, in special modo del paesaggio assisiate, del paesaggio umbro toscano, del paesaggio italiano, infine. Perché non dobbiamo dimenticarci che il paesaggio è una nostra invenzione. Se puntiamo il compasso su Perugia con un raggio di 100 km in linea d’aria c’è tutto quello che abbiamo donato alla cultura occidentale in termini di paesaggio: da Giotto a Piero della Francesca, Urbino, il Perugino, Benzolo Gozzoli, Siena, … Ma l’abbiamo dimenticato. Si è voluta marginalizzare la componente estetica del paesaggio. Paradossalmente, tra l’altro, poiché se ammiriamo Assisi, oggi, se ammiriamo la Roma della Grande Bellezza è grazie alla componente estetica e non per i servizi ecosistemici, non per la biodiversità.
E, ancora più importante per noi, si è costruito un discorso disciplinare, scientifico,  sul paesaggio, tutto incentrato sugli indicatori: indicatori di stato, indicatori di pressione, indicatori di risultato, indicatori di risposta. Perché questo?
Primo, perché questo è legittimamente un modo scientifico corretto di avvicinarsi a un fenomeno.
Secondo, anche perché ciò consente di differire, di attenuare la responsabilità culturale, politica, sociale e, in ultima istanza, culturale, della decisione. Se riesco a sezionare quel continuo, se riesco a linearizzare il problema, se riesco a avere delle misurazioni scientifiche, la mia decisione è psicologicamente più semplice, socialmente più facile da far transitare in ogni sede.
Ma questo tentativo riduzionistico sul paesaggio riesce molto male. Il paesaggio infatti integra una dimensione estetica che è impossibile espungere, rifiutare, ignorare. Questa dimensione è impossibile da cogliere con indicatori scientifici. Se il paesaggio integra una componente estetica come ritengo, esso è assimibilabile, per certi aspetti a un’opera d’arte. Come la Divina Commedia o la Flagellazione di Piero. Ma se ancora non siamo riusciti a definire degli  indicatori per stabilire la bellezza della Divina Commedia o della Terza Sinfonia di Brahms forse c’è un motivo. E il motivo è che è molto difficile farlo.
Insomma, di fronte alla bellezza siamo tutti un po’ nudi.
Alla bellezza ci si arrende, quando la si incontra. Come la piratessa  si arrende all’ammiraglio Kwu Lang nel film Cantando dietro i paraventi di Ermanno Olmi.
La bellezza richiede responsabilità, innanzi tutto: bisogna avere il coraggio di giudicare di valutare, di soppesare, la bellezza. Non c’è nessuna rete a salvarci, nessun Piano B, nessun indicatore a cui delegare il compito. La bellezza va difesa. Ognuno deve sentire in sé questa necessità.
Questa componente soggettiva della bellezza ha però bisogno di un riconoscimento sociale, intersoggettivo, di un convenire, per diventare cultura condivisa.
Dobbiamo convenire su alcune cose, sul valore di alcune cose e dobbiamo farlo insieme, spostando la decisione su una nuova architettura istituzionale. Non possiamo più demandare al tiranno, al principe illuminato la scelta, né al dittatore.
Attenzione: non sono un fanatico della partecipazione. Spesso i miei colleghi architetti declinano questa partecipazione in forma di  abdicazione. La partecipazione “dal basso”, sic et simpliciter,  non porta sempre a buoni risultati. Se volete, visto che siamo a Assisi, mi concedo un esempio blasfemo, Ponzio Pilato ha fatto un grande esercizio di partecipazione dal basso, e abbiamo visto come è andato a finire. Occorre dunque una partecipazione “ben temperata”, per evitare di accontentare l’ottica di breve periodo che generalmente contraddistingue la massa. Ben temperata da organismi in cui ci siano persone di alto profilo culturale.

Alla necessità di modificare  la governance necessaria all’oggetto paesaggio arrivo anche da un’altra parte.
Probabilmente molti di voi conoscono la definizione di paesaggio  data dalla Convenzione Europea del Paesaggio firmata da vari stati europei e ratificata dall’Italia nel 2006: “Paesaggio designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni;”
La definizione dice ovviamente delle cose culturalmente importanti, così come molto interessante è il preambolo della CEP, mai citata.
Una “determinata parte del territorio” non coincide con i confini amministrativi del singolo Comune. Una banalità, forse. Ma la conseguenza che ne  discende lo è forse meno: le azioni che si fanno sul paesaggio non possono essere fatte da un singolo Comune, nell’ambito del dominio operativo e concettuale di un singolo Comune. O possono essere fatte, ma in maniera molto parziale. Ecco dunque l’esigenza di creare e coordinare nuove forme di governo, di governance, adeguate all’oggetto che si intende governare. Questa necessità di scardinare la governance appiattita sui confini amministrativi è stata sempre sentita e si sono provate altre forme. Da ultimo siamo approdati ai Piani Strategici, e oggi ai Contratti di Fiume e i Contratti di Paesaggio.
Questi contratti si fondano su accordi tra pubbliche amministrazioni, ai sensi di un certo articolo del testo unico degli enti locali che non vi sto a raccontare. Sono accordi volontari. Non hanno in genere garanzie sugli impegni che si prendono. Né hanno scadenze perentorie o penali di qualunque tipo. Non prevedono clausole in caso di rescissione del contratto. Sono dunque impegni politici, programmatici. Producono generalmente degli ottimi risultati in termini di conoscenza cosiddetta “dal basso” e in termini di partecipazione (Quadri conoscitivi, Mappe di Comunità, ecc.). Devono poi essere declinati in progetti operativi e qui incontrano sempre tipicamente dei problemi: soldi e procedure. Devono tradursi in istruttorie, pareri, varianti al PRG, procedimenti amministrativi, bandi a evidenza pubblica, ecc. E qui mi sembra che mostrino una battuta d’arresto. Mi sembra che manchi l’anello finale e conclusivo a questi strumenti.

Se vogliamo continuare a usare questi strumenti, anche per provare a scardinare i limiti dei singoli Comuni, i Contratti di Paesaggio dovrebbero forse trovare una formalizzazione giuridica più stringente, con degli effetti operativi. Mi chiedo se queste forme di Contratto non possano accogliere queste proposte:
Comprendere al tavolo istituzionale e tecnico la Soprintendenza. Oggi la Soprintendenza è il convitato di pietra. Ma essa è ineludibile. Io ritengo che negli anni passati abbia svolto un buon lavoro di tutela, spesso, di argine. Inutile fare battute da Bar Sport. In Soprintendenza lavorano poche persone che si impegnano con grande spirito e con grande passione. Altrettanto spesso si è arroccata su posizioni indifendibili, e qui c’ è poco da fare. E’ comunque, in un momento in cui tutto si sgretola, un’istituzione con una sua solidità. Con essa bisogna concertare il discorso sul paesaggio. Escluderla mi sembra un errore di strategia.
Darsi dei tempi perentori entro cui arrivare a un quadro conoscitivo non ridondante e darsi dei tempi per arrivare a un progetto, a un risultato.
La VAS dovrebbe essere fatta a questo punto sul Contratto di Paesaggio, senza scaricare sui singoli Comuni singole e defatiganti procedure.
Il Contratto dovrebbe essere approfondito fino ai progetti definitivi. O a un livello tale da consentire l’espressione dei pareri urbanistici e paesaggistici.
Il progetto dovrebbe avere la forza dell’Accordo di Programma ex art. 34 TUEL e consentire contemporaneamente varianti al PRG. In modo da poter essere subito operativo.

Come potete constatare, ho finito il mio tempo a disposizione, e quindi mi fermo qui.

* Traccia di un intervento fatto in seno all’incontro Assisi e La Grande Bellezza, tenutosi a Assisi il 1° giugno 2016

Concorso ONAOSI

La Fondazione ONAOSI ha bandito l’anno scorso un concorso di idee per la riqualificazione del suo collegio in Via San Galigano a Perugia. La consegna era stata fissata per il 30 luglio 2015 e sabato 30 aprile 2016 è stato proclamato il vincitore del concorso e inaugurata la mostra di tutti i progetti partecipanti.
Sia consentito fare alcune serene considerazioni.
Innanzi tutto è un bene quando un’istituzione si avvale dello strumento concorsuale. In secondo luogo: onore al vincitore (EXUP srl di Umbertide) e agli altri progetti classificatisi in seconda e terza posizione. Per sgomberare il campo da ogni facile polemica fine a se stessa, e dopo aver visto la mostra, dico subito che è comprensibile che il progetto a cui ho partecipato non abbia vinto.
Detto ciò, mi sembra (e mi assumo la responsabilità personale di quello che dico), che gli esiti siano stati complessivamente molto eterogenei. Ciò dipende ovviamente dai partecipanti in prima istanza. In seconda battuta credo tuttavia che le intenzioni e le volontà contraddittorie del bando abbiano contribuito non poco a questa eterogeneità.
Erano cioè confuse le intenzioni programmatiche e politiche della committenza. Se si volevano delle idee era forse meglio lasciare delle maglie più larghe tra i requisiti del bando. Se invece si volevano delle idee con un ancoraggio più forte sulla realtà occorreva mettere a base del concorso almeno un progetto preliminare.
Il taglio scelto ha invece “forzato” il concorso di idee con dei requisiti piuttosto anomali per essere tale: un cronoprogramma delle fasi attuative, una dichiarazione sulla spesa massima sostenibile, delle superfici con delle funzioni da garantire, la necessità di mantenere in funzione parzialmente il collegio durante i lavori, il richiamo alle norme del Piano Regolatore, ecc.
E’ evidente che la maggior parte dei progetti presentati ha cozzato contro tali limiti e che un’analisi rigorosa avrebbe condotto all’esclusione di molti progetti, vuoi perché troppo costosi, vuoi perché in contrasto con il PRG, vuoi perché in contrasto con la normativa sismica, vuoi perché impossibilitati a mantenere 100 posti letto durante i lavori.
Ritengo tuttavia che la Commissione di concorso abbia fatto le scelte giuste e che il suo lavoro non sia stato semplice, viste anche le disavventure legate ai componenti della stessa e i tempi concessi.
Resta l’amaro in bocca per un’occasione che avrebbe potuto portare a esiti più coerenti e confrontabili. E forse più utili alla stessa Fondazione.