La Fondazione ONAOSI ha bandito l’anno scorso un concorso di idee per la riqualificazione del suo collegio in Via San Galigano a Perugia. La consegna era stata fissata per il 30 luglio 2015 e sabato 30 aprile 2016 è stato proclamato il vincitore del concorso e inaugurata la mostra di tutti i progetti partecipanti.
Sia consentito fare alcune serene considerazioni.
Innanzi tutto è un bene quando un’istituzione si avvale dello strumento concorsuale. In secondo luogo: onore al vincitore (EXUP srl di Umbertide) e agli altri progetti classificatisi in seconda e terza posizione. Per sgomberare il campo da ogni facile polemica fine a se stessa, e dopo aver visto la mostra, dico subito che è comprensibile che il progetto a cui ho partecipato non abbia vinto.
Detto ciò, mi sembra (e mi assumo la responsabilità personale di quello che dico), che gli esiti siano stati complessivamente molto eterogenei. Ciò dipende ovviamente dai partecipanti in prima istanza. In seconda battuta credo tuttavia che le intenzioni e le volontà contraddittorie del bando abbiano contribuito non poco a questa eterogeneità.
Erano cioè confuse le intenzioni programmatiche e politiche della committenza. Se si volevano delle idee era forse meglio lasciare delle maglie più larghe tra i requisiti del bando. Se invece si volevano delle idee con un ancoraggio più forte sulla realtà occorreva mettere a base del concorso almeno un progetto preliminare.
Il taglio scelto ha invece “forzato” il concorso di idee con dei requisiti piuttosto anomali per essere tale: un cronoprogramma delle fasi attuative, una dichiarazione sulla spesa massima sostenibile, delle superfici con delle funzioni da garantire, la necessità di mantenere in funzione parzialmente il collegio durante i lavori, il richiamo alle norme del Piano Regolatore, ecc.
E’ evidente che la maggior parte dei progetti presentati ha cozzato contro tali limiti e che un’analisi rigorosa avrebbe condotto all’esclusione di molti progetti, vuoi perché troppo costosi, vuoi perché in contrasto con il PRG, vuoi perché in contrasto con la normativa sismica, vuoi perché impossibilitati a mantenere 100 posti letto durante i lavori.
Ritengo tuttavia che la Commissione di concorso abbia fatto le scelte giuste e che il suo lavoro non sia stato semplice, viste anche le disavventure legate ai componenti della stessa e i tempi concessi.
Resta l’amaro in bocca per un’occasione che avrebbe potuto portare a esiti più coerenti e confrontabili. E forse più utili alla stessa Fondazione.
Autore: bmbarch
Lo Studiolo dell’Uomo del Terzo Millennio.
L’ABA (Accademia di Belle Arti) di Perugia ha invitato 18 architetti, grafici, designer, che risiedono in Umbria, a ripensare lo Studiolo per l’Uomo del Terzo Millennio. L’evento è promosso e sostenuto da Tecla srl di Gubbio.
Gli studi invitati sono:
ABACO / Moreno Orazi (Spoleto)
BALDIMARGHERITI associati (Terni)
Giuseppe Bettini (Trevi)
Andrea Dragoni (Perugia)
Marco Williams Fagioli (Perugia)
Falchetti associati (Perugia)
HOFLAB (Perugia)
Andrea Matcovich (Perugia)
Menichetti+Caldarelli (Gubbio)
Paolo Luccioni (Foligno)
Francesco Paretti (Terni)
Giancarlo Partenzi (Foligno)
Marco Petrini (Gubbio)
Giovanna Signorini / Signorini Associati (Perugia)
Marco Tortoioli Ricci (Perugia)
Paolo Vinti (Perugia)
Mauro Zucchetti (Perugia)
Il tema dello studiolo è molto affascinante. Ecco alcuni link che possono dare una prima idea della bellezza del tema e delle realizzazioni:
https://www.youtube.com/watch?v=fyshrh2fxlg
https://www.youtube.com/watch?v=PVRkZxSn6VI
https://www.youtube.com/watch?v=Gul1NO-shk8
L’invito prevedeva la realizzazione di un frammento al vero dello studiolo, in modo da valorizzare la componente lignea dello stesso. Le dimensioni del pannello erano 115×312 cm. Era inoltre possibile accompagnare il pannello con un testo di 600 caratteri massimo e uno spazio di circa 30×50 cm da destinare a grafici, schizzi, render, ecc per meglio illustrare l’idea.
La mia declinazione del tema è stata questa che segue, nel limite dei 600 caratteri.
Le bois des pas perdus. Lo Studiolo non può più essere il luogo da cui si guarda il mondo: oggi deve essere NEL mondo. Penetrando la selva della vita, l’Uomo arriva alla radura, costruisce un giardino. Di questo giardino egli deve avere cura, perché è il suo mondo. Dunque cammina SULLO studiolo, lo stratifica, lo coltiva. I 4 orizzonti verdi sono lì a ricordare il geometrico alternarsi delle stagioni. Dal cielo scende un solo cono di luce, disegnando traiettorie sul Mondo. Il Cielo è, paradossalmente, il più misterioso dei luoghi. Alzando lo sguardo, l’Uomo scopre che la volta è un labirinto.
Sono forse opportune alcune brevi note integrative.
Le bois des pas perdus può essere tradotto come “il bosco dei passi perduti” (un analogo della salle des pas perdus). Ma anche come “il bosco di coloro che non sono perduti” (pas perdus).
Il bosco è la nostra vita, ovviamente, ed è simboleggiato da una serie di canne disposte in maniera casuale e densa. Le canne rinviano a Pascal, a Dante, e anche ad alcune recenti realizzazioni architettoniche di grande notorietà. Nel bosco c’è una radura, e dunque uno spatio.
Come anticipato nel testo di accompagnamento, lo Studiolo oggi non può più essere il luogo da cui si guarda (si domina?) il mondo attraverso la prospettiva, posizione pienamente figlia dell’Umanesimo e del Rinascimento. Oggi bisogna ri-tornare NEL mondo, farne parte, sentirsene parte. Non c’è distanza tra l’Uomo e il Mondo: lo Studiolo è nel mondo. Allora bisogna coltivare questo mondo, e farne un giardino. Il giardino è una costante universale: tutte le civiltà lo hanno esplorato e tematizzato. Per come la vedo io, l’architettura, il giardino e l’architettura hanno molte affinità: sono tutte azioni che hanno bisogno della ripetizione, della leggerissima variazione, della stratificazione. Ecco dunque la necessità delle fasce orizzontali, che riportano all’aratura e alla costruzione allo stesso tempo. Ogni fascia è di un’essenza diversa e del luogo: il pero, il ciliegio, l’olmo, il carpino, la rovere, l’orniello, la quercia, il cipresso. Le uniche eccezioni sono le 4 fasce verdi che sono la vera parte vegetale del pannello, che va immaginato ovviamente in posizione orizzontale. Le bande verdi sono disposte in ragione geometrica (1, diagonale del quadrato sezione aurea, 1), partendo dal quadrato, da cui tutto si origina (L.B. Alberti). Sono quattro, come le stagioni. Da un punto di vista compositivo mi è sembrato giusto rivedere alcuni maestri della pittura che hanno delle radici in Umbria: Dorazio, Tisato, Dottori. Il cerchio nero in alto a destra è l’impossibilità, per l’Uomo, di raggiungere la completa perfezione, che attiene solo a Dio. Per quanto faccia, c’è sempre questa incompletezza, questa incapacità, questo peccato originale o questa lacuna finale.
E questa è la terra. Sulla quale il Sole disegna traiettorie variabili, rese evidenti da una piccola bucatura sul soffitto dello studiolo, che è completamente liscio e anonimo, eccezion fatta per l’area a ridosso della bucatura. Quest’area è rappresentata da una sorta di lacunario in bassorilievo, che riporta il disegno del labirinto della cattedrale di Amiens. Se l’uomo alza lo sguardo e insegue il raggio di luce, arriva a vedere il labirinto del cielo. Paradossalmente, infatti, il Cielo è allo stesso tempo chiaro ma inesplorabile, trasparente ma misterioso. La figura più corretta mi è sembrata il labirinto, nella sua definizione di giardino in cui ci si perde (irrgarten).
Ecco dunque le idee di concetto e il pannello finale.
Il valore della differenza
Non siamo tutti uguali. Credo che occorra partire da qui, sia per verificare, con un discorso sereno, per poter osservare le nuove tendenze culturali (profonde), in atto, per ciò che riguarda i matrimoni, le adozioni, la fecondazione eteronoma, le logiche e le politiche di integrazione.
Il che non vuol dire che non ci siano diritti per taluni o che ci debbano essere forti disuguaglianze. Ci sono, è ovvio, non voglio nascondermi dietro facili formule di facciata. Ma fanno parte della nostra vita ed è nostro compito cercare di renderle il meno dolorose possibile.
Ci sono differenze fisiche e culturali. Noi nasciamo maschi o femmine. Qualcuno, in questa contemporaneità, dice che l’identità sessuale non è data alla nascita, ma che può essere stabilita culturalmente anche dopo, con una libera scelta. E’ vero: il sesso si può cambiare. Anche più volte, oggi, se si vuole. Ciò non toglie che nella normalità dei casi i maschi nascono e si riconoscono perché hanno una certa connotazione e le femmine ne hanno un’altra. Se si vuole negare anche questa semplice evidenza, forse è meglio interrompere qui la lettura.
Un bambino nato nella cultura eschimese è diverso da quello nato nella cultura beduina. E questa diversità si mantiene finché il soggetto non decide di modificare (per quello che può), la cultura in cui è immerso o finché non decide di partire e di scegliersi un’altra cultura, elettiva. Anche qui, il dato mi sembra autoevidente. C’è una diversità culturale tra gli uomini, non fosse altro che per la lingua in cui essi si esprimono.
Le tendenze culturali in atto oggi in occidente spingono per eliminare le differenze, alimentati da un misto di pensiero debole da una parte (la paura degli assoluti) e di hybris dall’altra.
Ma se non ci sono differenze tra un matrimonio eterosessuale e un matrimonio omosessuale, io ripeto (l’avevo già detto in un altro post), che è logico che cada anche il perbenismo del numero. Non si vede perché questo matrimonio debba essere solo tra un essere umano e un altro essere umano. Meglio liberalizzare anche il numero. Io posso sposarmi con più persone, punto.
Così come dovrebbe cadere anche il tabù dell’incesto. Non si vede perché io non possa giacere con mia madre o con mio padre. Se poi dovesse capitare un “piccolo incidente di percorso”, c’è sempre la diagnosi pre-natale che potrebbe risolvere il problema di figli con potenziali malattie incurabili. D’altra parte immagino che l’aspetto riproduttivo sarà presto completamente espunto dall’atto sessuale, che rimarrà come soddisfacimento del piacere e come mera pratica sociale.
Né deve resistere il limite della pedofilia, attestato sulla maggiore età, quando è noto che l’attività sessuale degli adolescenti inizia oramai ben prima.
E’ evidente dunque che il matrimonio nella forma in cui l’abbiamo conosciuto è destinato a scomparire, soppiantato da contratti molto più elaborati e raffinati dal punto di vista legale. D’altra parte mi sembra che nei paesi anglosassoni si pratichino già dei matrimoni a tempo determinato con il corredo di varie clausole. Per dare cenno delle complicazioni legali e sociali di questo tipo di convivenze, basta immaginare la pensione di reversibilità, molto attuale in questo momento. Immagino la complessità della norma da scrivere per garantire l’istituto della reversibilità (e un minimo di equità), a un “matrimonio” di tre gay, di cui un componente sopravvissuto sia legato da lunga data al deceduto mentre l’altro sia di recente legame e magari disoccupato.
Se poi una coppia gay ha diritto a un figlio (adottato o preordinato con pratiche di inseminazione e di gestazione varie), tutti hanno diritto a un figlio. Anche i single hanno diritto, ovviamente. O i componenti di un matrimonio plurale, poligamo.
Mi preoccupo del fatto che un figlio possa essere adottato o voluto in una tale forma societaria che, come tutte le forme societarie, può subire rapidi e improvvisi cambiamenti (divorzio, morte, aumento del numero dei componenti, cambi di residenza, ecc.). Mi sembra cioè che si tralascino i diritti dei più deboli (i figli), ma questo sembra interessare poco la cultura attuale. Mi sembra ancora che la famiglia, con tutte le sue eccezioni e le sue patologie, fosse una istituzione a tutela di molte posizioni individuali, e che ora la si voglia buttare a mare con una discreta leggerezza.
Non ci devono essere differenze tra noi e gli immigrati. Nessuna frontiera. Bene. Ma allora perché le lingue? Cerchiamo di promuovere una sola lingua per tutto il pianeta Terra. Perché invece, in più sedi, cerchiamo di tutelare queste lingue in via di disparizione? Se l’immigrato che non sa la mia lingua ha tutti i miei stessi diritti, occorre ripensare a un diritto planetario. Cosa che non sarà facile. Ci saranno sempre differenze da colmare.
Mi sembra che volere l’abolizione delle differenze ope legis sia l’altra faccia di un modo pigro di vivere. Il mantenimento delle differenze, infatti, implica uno sforzo di tolleranza e di comprensione. Uno sforzo anche per mantenere una giusta distanza, perché no? L’abolizione delle differenze è un modo per evitare questa difficoltà della vita. Il modello consumistico (la sua essenza), ha fatto bene il suo lavoro, e sta riuscendo in quello che non era riuscito a regimi dittatoriali del passato.
Le recinzioni
Il tema delle recinzioni, anche se minimo, è di grande interesse.
Per poterlo affrontare sotto diversi punti di vista, è bene innanzi tutto convenire su alcune definizioni. In seguito vedremo come dette recinzioni abbiano una diversa regolamentazione (in Umbria), in funzione della loro localizzazione e delle dimensioni che racchiudono.
Secondo la Treccani, la recinzione è: “Ciò che serve a recingere; qualsiasi struttura destinata a circoscrivere e chiudere uno spazio di terreno scoperto (palizzate di legno, siepi vegetali, cancellate e reti metalliche, recinti in muratura, e ogni altro tipo di delimitazione).”
Come si vede, il dizionario non fa molte distinzioni riguardo a altezze, tipologie, costruttive, materiali ecc. Né la recinzione sembra essere “schiacciata” sui limiti della proprietà fondiaria. Vi possono essere cioè delle recinzioni che non coincidono con i confini di proprietà.
Il legislatore umbro parla indifferentemente di recinzioni (art. 87 co. 5 lett. d) e art. 89 co. 2 della LR 1/2015), di chiudende (art. 118 co. 1 lett. g) LR 1/2015), muri di cinta e cancellate (art. 21 RR 2/2015).
Riguardo alle localizzazioni, il legislatore fa implicitamente una grande tri-partizione: Sistema ambientale, Spazio rurale e resto del territorio.
Nel Sistema Ambientale, all’art. 87, rubricato Aree naturali protette, si dice che, fino all’entrata in vigore del Piano dell’Area naturale protetta e del Piano del parco dei Monti Sibillini, sono vietati: “ [….]
d) la costruzione di recinzioni su zona agricola, salvo quelle accessorie per l’attività agro-silvo-pastorale e per la sicurezza degli impianti tecnologici e degli edifici;“.
Il successivo art. 89, nella Sezione riservata allo Spazio rurale, complica già le cose: “Nelle zone agricole è esclusa ogni forma di recinzione dei terreni o interruzione di strade di uso pubblico se non espressamente previste dalla legislazione di settore o per motivi di sicurezza, nonché a protezione di attrezzature o impianti per animali.”
Sembra dunque che nelle Aree Protette siano consentite recinzioni per pratiche agricole, silvestri, pastorali. E che siano consentite recinzioni per la sicurezza degli edifici. Non distinguendo gli usi, io propendo per una lettura estensiva, e cioè tutti gli edifici: abitazioni, stalle, rimesse, ecc.
L’art. 89 della stessa legge sembra invece limitare ai soli impianti per animali la possibilità di recingere eventuali edifici. Il che appare curioso poiché le Aree protette dovrebbero avere una normativa più stringente.
Rimane altresì poco definita la motivazione della sicurezza, che non essendo meglio specificata, apre una vertigine di possibilità. La sicurezza può infatti estendersi dalla sicurezza delle coltivazioni atto, alla sicurezza degli animali (o dagli animali), alla sicurezza degli operatori, alla sicurezza degli abitanti. Sul punto l’art. 87 era più chiaro.
Infine dobbiamo prendere in considerazione anche l’art. 118 della LR 1/2015, che prevede, senza titolo abilitativo, la realizzazione di “… chiudende e tettoie mobili con strutture aperte di modeste dimensioni per le attività zootecniche, ...”. Non sono fissati limiti di superficie per tali chiudende, né aspetti costruttivi o materici. Il legislatore umbro non offre altresì, nemmeno nel testo unico per l’agricoltura (LR 12/2015), delle distinzioni tra recinzioni e chiudende. La definizione del lemma che fornisce la Treccani serve solo ad aumentare l’ambiguità. Infatti la definisce come: “Riparo a orti o a campi coltivati, fatto di siepi o di pruni.” Mentre il legislatore umbro sembra farla afferire alle attività zootecniche. Altri dizionari, per estensione, la considerano invece come una recinzione di qualsiasi natura. Non è ben chiaro infine se le modeste dimensioni citate siano riferite alle strutture aperte o alle chiudende.
Passiamo poi al R.R. 2/2015, che presenta anch’esso criticità di lettura. Infatti, secondo l’art. 21 co. 3 sono opere pertinenziali eseguibili senza titolo abilitativo quelle che: “[…] non riguardino gli edifici di interesse storico – artistico o classificabili come edilizia tradizionale integra, di cui alla deliberazione di Giunta regionale n. 420 del 19 marzo 2007 (Disciplina degli interventi di recupero del patrimonio edilizio esistente, ai sensi dell’art. 45, comma 1, lett. b) legge regionale 18 febbraio 2004, n. 1 con il Repertorio dei tipi e degli elementi ricorrenti nell’edilizia tradizionale),” e quindi anche: [….] n) le recinzioni, i muri di cinta e le cancellate che non fronteggiano strade o spazi pubblici o che non interessino superfici superiore a metri quadrati 3.000;”
Ne consegue per esclusione che in caso di edifici di interesse storico-artistico o classificati come Edilizia Tradizionale Integra ex DGR 420/2007 le recinzioni hanno bisogno di un titolo abilitativo, o meglio di una SCIA.
Mentre ci sono pochi dubbi sugli edifici classificati ex DGR 420/2007, un primo punto riguarda gli edifici di interesse storico-artistico. La norma non precisa meglio, quindi io propendo per gli edifici tutelati ex art. 136 DLgs. 42/2004.
L’articolo del Regolamento non richiama la LR 1/2015 e quindi teoricamente le recinzioni fino a 3000 mq sono possibili anche in zona agricola, contraddicendo l’art. 89 della stessa legge: “… Nelle zone agricole è esclusa ogni forma di recinzione dei terreni ….”
Come si vede, la materia, benché minima nel tema, era invece fonte di qualche difficoltà in fase di gestione ordinaria tra uffici comunali e tecnici. Bene ha fatto dunque il dirigente Angelo Pistelli a intervenire sulla materia con un chiarimento nella primavera del 2015, che riporto qui sotto. Il chiarimento è certamente servito a rassenerare i rapporti, anche se sarebbe auspicabile tuttavia riscrivere la norma in maniera più piana, forse anche riarticolandola per oggetto piuttosto che per titolo abilitativo.
Sul paesaggio di mezzo
Dico questo, certo non a caso, perché oggi si assiste con una certa frequenza a tentativi di regolamentazione abbastanza disinvolti di affidare a mappature improvvisate che impongono altezze, larghezze, distanze e volumi immaginando di ottenere per via autoritaria una qualche forma di tutela di ampie porzioni di territorio; prescrizioni e vincoli spesso arbitrari che non producono altro effetto se non quello del rifiuto automatico di ogni regola da parte di tutti i potenziali destinatari delle misure i quali ben difficilmente ne comprendono la ratio.
Il periodo riportato qui sopra non è il mio, anche se chiosa perfettamente i miei ragionamenti sul paesaggio, alcuni dei quali riportati in questo blog.
Il pensiero è di Diego Zurli, Coordinatore AMBITO DI COORDINAMENTO: Territorio, infrastrutture e mobilità. Il passo si trova nel suo testo, che invito tutti a leggere: Metamorfosi e conflitti nelle terre dell’Italia di mezzo, all’interno del volume: Umbria, Paesaggi in divenire, 1954-2014, Regione Umbria 2015.
Norme e partecipazione alle norme
Nonostante la Convenzione Europea del Paesaggio fondi la nozione di paesaggio sul coinvolgimento della popolazione locale, mi sembra che le forme di questo coinvolgimento si fermino spesso alla costruzione del quadro conoscitivo o, ancora peggio, a una sorta di “ratifica” di decisioni prese dagli esperti. Ciò accade soprattutto per quanto riguarda la normativa prodotta in sede di piani regolatori. La normativa è molto importante, negli strumenti di rango urbanistico o territoriale. Molto più importante degli schemi grafici che spesso si vedono allegati alle NTA (Norme Tecniche di Attuazione). Ma mentre sugli apparati grafici (carte, foto, schemi, concept, …), la collettività è facilmente chiamata a partecipare, sulle norme il discorso si fa più difficile. Questo fatto è facilmente verificabile con il conteggio delle osservazioni al PRG, che normalmente pervengono durante il periodo di pubblicità, se solo ci si mette a distinguere tra quante attengono al disegno di piano e quante attengono alla normativa.
Occorre dunque essere più onesti (intellettualmente onesti) e far partecipare la collettività locale alla costruzione delle norme e alla loro incisività. Occorre far capire alla collettività come funziona la normativa, come è articolata, qual è la sua reale incisività (perentoria, indicatoria, aperta, tassativa, ecc.) e il meccanismo amministrativo in cui questa norma è inserita (chi la userà, chi la verificherà, chi la potrà mettere in dubbio, quali sarebbero le conseguenze di una violazione, ecc.). Ciò significa uno sforzo di comunicazione non ordinario da parte dei saperi esperti a favore della collettività generica.
Solo partecipando attivamente alla costruzione delle regole la collettività può comprendere come l’attribuzione di valori debba essere una fase molto molto attenta e come questi valori possano essere poi gestiti nel tempo.
Il giudizio complessivo sulla qualità dell’architettura e del paesaggio può essere dato solo da una collettività “educata”.
In assenza di questa partecipazione attiva, tutto si riduce appunto a una “ratifica” (più o meno consapevole), di riflessioni e giudizi fatti da esperti, estranei al territorio e che soprattutto, spesso, non ne condividono i valori.
Fatte le debite proporzioni, il meccanismo si ripete anche nelle Commissioni Edilizie (in Umbria: Commissioni Comunale per la Qualità Architettonica e per il Paesaggio). Il parere, che deve limitarsi solo agli aspetti compositivi, è dato da esperti, sulla scorta di personali criteri, che a volte non coincidono con i valori che la collettività locale sostiene. Ancor meno, ovviamente, detto parere può concorrere alla creazione di un nuovo paesaggio.
Norma e Pianificazione I
La norma insegue la vita.
Questa verifica di conformità comporta delle responsabilità e delle conseguenze. Se infatti la costruzione non è conforme e un qualche cittadino volesse segnalare la vicenda all’Autorità Giudiziaria, il funzionario pubblico, il tecnico, il committente e il costruttore passerebbero un brutto quarto d’ora. Questa verifica è dunque molto importante. Il punto è che i funzionari pubblici non sono molto pagati per questa responsabilità: un istruttore tecnico prende circa 1200 euro al mese. I responsabili di Area tecnica possono arrivare a 3000/4000 euro al mese, firmando centinania e centinaia di provvedimenti simili ogni anno. I dirigenti dei Comuni prendono ancora di più, a fronte di maggiori responsabilità, ovviamente. Un evenutale contenzioso davanti al TAR o in sede civile fa svanire d’incanto queste cifre, sia per un fatto economico (di spese), sia per un fatto di stress psicologico che di risvolti sulla carriera.
A fronte di questi fatti, alcun reponsabile o dirigente ha voglia di interpretare la norma in maniera estensiva. Che il cittadino edifichi 10 mq in più o in meno non è importante per lui: egli non guadagnerà di più, non farà più ferie, ecc. In breve, non avrà alcun beneficio da questa sua accondiscendenza verso il cittadino. Di contro, invece, avrà sicuramente solo rischi: terzi che si sentono lesi nei loro diritti, movimenti di opinione, comitati, consiglieri d’opposizione e via di questo passo.
Bisogna essere onesti: chi di noi si prenderebbe questi rischi con leggerezza? Chi di noi è disposto, nel proprio lavoro, a interpretare le proprie norme nella maniera più estensiva possibile a favore dell’altra parte (cliente, collega, concorrente)? Nessuno, ovviamente.
Come debbono essere queste norme ben costruite? Cerchiamo di fissare qualche punto.
Ciò che non è vietato, è permesso. Lo dico alla Wittgenstein: Ciò che non è vietato, DEVE essere permesso.
Il perché è molto semplice: se non fosse così, il mondo si bloccherebbe nei prossimi 10 minuti. Non potrei sapere, infatti, se la mia condotta è antigiuridica o meno. Non saprei se mi è consentito sorpassare a destra o se sia vietato salutare un passante con un Buongiorno anche dopo le 12.
Le liste di buona volontà di inizio anno …
Ho frequentato per molti anni i libri di psicologia, della Gestalt, della PNL, sul comportamento non verbale, sulle emozioni, sulla creatività, sull’assertività, sulla leadership, scrivendo anche io delle liste … per tornare poi alle origini: al Taoismo. Alla semplicità di un sole che nasce a est e che tramonta a ovest.
Le liste di obiettivi (devo perdere 20 kg, devo lavorare di meno, devo guadagnare di più), non servono. Falliscono perché presuppongono una divisione della personalità fin dall’inizio. Presuppongono che ci sia una parte buona che vuole un sacco di obiettivi fantastici, e una parte cattiva che resiste a questo futuro. Ma il porsi degli obiettivi e lo scriverli (renderli quasi oggettivi), nel momento in cui lo si fa, marcano e misurano la distanza che c’è tra l’essere e il dover essere. E non è una semplice distanza tecnica, che si può colmare pianificando e progettando ponti, passaggi, salti, ecc. È una distanza psicologica: noi scriviamo quegli obiettivi perché NON li vogliamo. Non li vogliamo ancora, almeno.
Non abbiamo bisogno di scrivere che dobbiamo respirare, o bere, o mangiare. Tra noi e questi obiettivi non c’è alcuna distanza psicologica. C’è solo una distanza tecnica, da risolvere pianificando, ma non c’è alcuna diversità. Non c’è una parte che vuole respirare e una parte che non vuole respirare: non c’è divisione. Quando ho voluto fortemente una cosa non ho avuto bisogno di scriverlo. Quando ho voluto sedurre la mia ragazza ho scritto lettere d’amore, ma non che dovevo sedurla.
L’occasione della lista di inizio anno è propizia allora per un piccolo esercizio di consapevolezza: quegli obiettivi che scrivo non sono ancora”miei”: da dove vengono? Perché voglio conseguirli? Questa meditazione, questo accoglimento, questa accettazione, può allora aiutare a dissolvere le varie parti in cui siamo divisi, ogni giorno, da tanto tempo.
Eterna ingerenza della politica sulla gestione: le ragioni del flop delle centrali di committenza
E’ possibile affidare per procedura negoziata non preceduta da un bando di gara il concerto di capodanno con determina datata 31 dicembre, preceduta da un’indicazione di “indirizzo politico” che specifichi l’affidatario?
In Italia e, precisamente a Catania, è possibile. Ovviamente, il fatto che sia possibile non significa che sia legittimo. Occorre tenere, infatti, nettamente distinti il piano del “possibile”, da quello del “legittimo”. Possibile è ogni azione che risulti nella portata delle risorse intellettuali e fisiche dell’agente. Legittima è l’azione che, inoltre, risulti anche rispettosa delle leggi.
In effetti, l’azione amministrativa dovrebbe rispettare senza eccezione alcuna il fondamentale principio di legalità, come da sempre ha attestato la pacifica giurisprudenza amministrativa e come dispone l’articolo 1, comma 1, della legge 241/1990: “L’attività amministrativa persegue i fini determinati dalla legge ed è retta da criteri di economicità, di efficacia, di imparzialità, di pubblicità e di trasparenza, secondo le modalità previste dalla…
View original post 1.964 altre parole
Paris, le 13 novembre 2015
Penso che vogliano uccidermi. Che vogliano uccidere i miei figli, mia moglie. E poi che vogliano uccidere anche te, i tuoi figli, tua moglie.
Penso che tra me e quell’uomo che era a Parigi non c’è molta differenza. Ieri è toccato a lui: domani sarà il mio turno e poi il tuo.
A me non importa che qualcuno faccia distinzione tra terrorismo e guerra. Per me è guerra. E’ semplice: persone motivate, pagate, coordinate, organizzate, pianificano azioni in cui uccidere civili. E lo fanno. Se vi piace di più potete chiamarlo terrorismo. Io dico che se uno Stato uccide cittadini di un altro Stato, questo si chiama guerra. Potete continuare a chiamarlo terrorismo: non sono un puro formalista. A me basta che qualcuno faccia qualcosa per impedire altri massacri. Questo qualcuno si chiama Stato, se ancora ci vogliamo credere. Decida dunque lo stato quali sono le misure necessarie: chiusura delle frontiere, leggi di polizia interna, ecc. Io gli dò la mia delega, fino a pagarlo perché armi i nostri soldati e li mandi a fare la guerra all’altro Stato.
Ma noi abbiamo paura di dire queste cose e lasceremo che uccidano i nostri figli e le nostre mogli, pur di non confessarlo.
Perché ci uccidono? Motivazioni economiche?
Chi crede che questi ci uccidano a causa degli sporchi traffici del petrolio e delle armi, dovrebbe da subito smettere di alimentare questo traffico, vendendo la sua auto e staccando il suo frigo. Anche qui non è facile, però è semplice. Non si può pretendere di vivere con il tenore di benessere attuale, immaginando che questa abbondanza di energia cada dal cielo come la manna. Il tuo frigorifero è pieno e funziona perché qualcuno, da qualche parte, ha estratto petrolio. Non parliamo poi di viaggi, di turismo, di concerti. Vogliamo fare un bilancio energetico di quanto costa un concerto di una rockstar? Di quanto petrolio si consuma? Ma se volete il frigo pieno, qualcuno deve estrarre petrolio, da qualche parte.
A me pare poi che i nostri soldi non abbiano peggiorato le loro condizioni. Le nostre condizioni sono migliorate. E anche le loro. Troppa disparità? Forse. Questo li autorizza a ucciderci?
Ammazzare civili indifesi in un altro Stato non credo che possa essere assimilato ad una sorta di rivendicazione sindacale. E non credo che uccidere persone in occidente farà migliorare la loro condizione economica. Non credo dunque che le motivazioni siano economiche.
Ma se non sono economiche sono di qualche altro tipo. Gridano “Allah è grande!” quando uccidono. Questo è un fatto. Io non sono in grado di fare una lettura completa del Corano e capire se questi sono solo dei fanatici che leggono alla lettera il Corano come noi leggevamo l’Antico testamento 1000 anni fa. Se questo Islam moderato esiste dovrebbe forse fare qualcosa di più che tacere. Finora non si è visto un granché, francamente. Altrimenti per l’integrazione possiamo aspettare 1000 anni: io non ho fretta. I terroristi non si possono integrare. I soldati non si possono integrare. Al massimo si fanno prigionieri. Punto. Non è difficile.
Non volete dire motivazioni religiose? Preferite ideologiche? Ok: ideologiche. Che vogliamo fare, allora? Li lasciamo fare perché è una follia ideologica? E’ più bello morire così?
Le anime belle del pacifismo all’acqua di rose dicono che l’integrazione deve essere vista come un processo di arricchimento. Voglio capire come pensano di integrare la nostra cultura e i nostri valori con i loro, partendo da un altro fatto: io non voglio rinunciare a niente per integrarli. Questa è la mia cultura: a me piace.
Devo rinunciare al crocefisso per inchinarmi verso la Mecca? C’è un grande vantaggio in questo? Io voglio essere gay, transessuale, voglio fare vignette oltraggiose su Gesù, Allah e Confucio. Voglio che mia moglie possa divorziare e risposarsi. Voglio anche non andare a messa, se non mi va. Voglio che mia figlia possa girare a volto e seni scoperti, se vuole, senza che nessuno la uccida per questo. Voglio andare alle mostre d’arte in cui c’è il nudo. Voglio bere un buon Lambrusco, e ubriacarmi, di tanto in tanto. Voglio mangiare il maiale, la tartaruga, la scimmia, il cane, il gatto. Voglio dei giusti processi. Voglio che nessuno sia condannato a morte. Solo per citare alcune cose del nostro mondo occidentale (schifoso, brutto, capitalistico, ipocrita, ecc.). Sei disposto a rinunciare a queste libertà per integrarli? Io no. Queste libertà sono una ricchezza, sono LA ricchezza. Arricchimento significa, per me, ampliare questa ricchezza, e non imparare a cucinare il montone. Se l’integrazione richiede una restrizione di queste libertà è solo un impoverimento, comunque la vogliamo chiamare.

