Lo Studiolo dell’Uomo del Terzo Millennio.

L’ABA (Accademia di Belle Arti) di Perugia ha invitato 18 architetti, grafici, designer, che risiedono in Umbria, a ripensare lo Studiolo per l’Uomo del Terzo Millennio. L’evento è promosso e sostenuto da Tecla srl di Gubbio.
Gli studi invitati sono:

ABACO / Moreno Orazi (Spoleto)
BALDIMARGHERITI associati (Terni)
Giuseppe Bettini (Trevi)
Andrea Dragoni (Perugia)
Marco Williams Fagioli (Perugia)
Falchetti associati (Perugia)
HOFLAB (Perugia)
Andrea Matcovich (Perugia)
Menichetti+Caldarelli (Gubbio)
Paolo Luccioni (Foligno)
Francesco Paretti (Terni)
Giancarlo Partenzi (Foligno)
Marco Petrini (Gubbio)
Giovanna Signorini / Signorini Associati (Perugia)
Marco Tortoioli Ricci (Perugia)
Paolo Vinti (Perugia)
Mauro Zucchetti (Perugia)

Il tema dello studiolo è molto affascinante. Ecco alcuni link che possono dare una prima idea della bellezza del tema e delle realizzazioni:

https://www.youtube.com/watch?v=fyshrh2fxlg
https://www.youtube.com/watch?v=PVRkZxSn6VI
https://www.youtube.com/watch?v=Gul1NO-shk8

L’invito prevedeva la realizzazione di un frammento al vero dello studiolo, in modo da valorizzare la componente lignea dello stesso. Le dimensioni del pannello erano 115×312 cm. Era inoltre possibile accompagnare il pannello con un testo di 600 caratteri massimo e uno spazio di circa 30×50 cm da destinare a grafici, schizzi, render, ecc per meglio illustrare l’idea.

La mia declinazione del tema è stata questa che segue, nel limite dei 600 caratteri.

Le bois des pas perdus. Lo Studiolo non può più essere il luogo da cui si guarda il mondo: oggi deve essere NEL mondo. Penetrando la selva della vita, l’Uomo arriva alla radura, costruisce un giardino. Di questo giardino egli deve avere cura, perché è il suo mondo. Dunque cammina SULLO studiolo, lo stratifica, lo coltiva. I 4 orizzonti verdi sono lì a ricordare il geometrico alternarsi delle stagioni. Dal cielo scende un solo cono di luce, disegnando traiettorie sul Mondo. Il Cielo è, paradossalmente, il più misterioso dei luoghi. Alzando lo sguardo, l’Uomo scopre che la volta è un labirinto.

Sono forse opportune alcune brevi note integrative.

Le bois des pas perdus può essere tradotto come “il bosco dei passi perduti” (un analogo della salle des pas perdus). Ma anche come “il bosco di coloro che non sono perduti” (pas perdus).

Il bosco è la nostra vita, ovviamente, ed è simboleggiato da una serie di canne disposte in maniera casuale e densa. Le canne rinviano a Pascal, a Dante, e anche ad alcune recenti realizzazioni architettoniche di grande notorietà. Nel bosco c’è una radura, e dunque uno spatio.

Come anticipato nel testo di accompagnamento, lo Studiolo oggi non può più essere il luogo da cui si guarda (si domina?) il mondo attraverso la prospettiva, posizione pienamente figlia dell’Umanesimo e del Rinascimento. Oggi bisogna ri-tornare NEL mondo, farne parte, sentirsene parte. Non c’è distanza tra l’Uomo e il Mondo: lo Studiolo è nel mondo. Allora bisogna coltivare questo mondo, e farne un giardino. Il giardino è una costante universale: tutte le civiltà lo hanno esplorato e tematizzato. Per come la vedo io, l’architettura, il giardino e l’architettura hanno molte affinità: sono tutte azioni che hanno bisogno della ripetizione, della leggerissima variazione, della stratificazione. Ecco dunque la necessità delle fasce orizzontali, che riportano all’aratura e alla costruzione allo stesso tempo. Ogni fascia è di un’essenza diversa e del luogo: il pero, il ciliegio, l’olmo, il carpino, la rovere, l’orniello, la quercia, il cipresso. Le uniche eccezioni sono le 4 fasce verdi che sono la vera parte vegetale del pannello, che va immaginato ovviamente in posizione orizzontale. Le bande verdi sono disposte in ragione geometrica (1, diagonale del quadrato sezione aurea, 1), partendo dal quadrato, da cui tutto si origina (L.B. Alberti). Sono quattro, come le stagioni. Da un punto di vista compositivo mi è sembrato giusto rivedere alcuni maestri della pittura che hanno delle radici in Umbria: Dorazio, Tisato, Dottori. Il cerchio nero in alto a destra è l’impossibilità, per l’Uomo, di raggiungere la completa perfezione, che attiene solo a Dio. Per quanto faccia, c’è sempre questa incompletezza, questa incapacità, questo peccato originale o questa lacuna finale.

E questa è la terra. Sulla quale il Sole disegna traiettorie variabili, rese evidenti da una piccola bucatura sul soffitto dello studiolo, che è completamente liscio e anonimo, eccezion fatta per l’area a ridosso della bucatura. Quest’area è rappresentata da una sorta di lacunario in bassorilievo, che riporta il disegno del labirinto della cattedrale di Amiens. Se l’uomo alza lo sguardo e insegue il raggio di luce, arriva a vedere il labirinto del cielo. Paradossalmente, infatti, il Cielo è allo stesso tempo chiaro ma inesplorabile, trasparente ma misterioso. La figura più corretta mi è sembrata il labirinto, nella sua definizione di giardino in cui ci si perde (irrgarten).

Ecco dunque le idee di concetto e il pannello finale.

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Il valore della differenza

Non siamo tutti uguali. Credo che occorra partire da qui, sia per verificare, con un discorso sereno, per poter osservare le nuove tendenze culturali (profonde), in atto, per ciò che riguarda i matrimoni, le adozioni, la fecondazione eteronoma, le logiche e le politiche di integrazione.
Il che non vuol dire che non ci siano diritti per taluni o che ci debbano essere forti disuguaglianze. Ci sono, è ovvio, non voglio nascondermi dietro facili formule di facciata. Ma fanno parte della nostra vita ed è nostro compito cercare di renderle il meno dolorose possibile.
Ci sono differenze fisiche e culturali. Noi nasciamo maschi o femmine. Qualcuno, in questa contemporaneità, dice che l’identità sessuale non è data alla nascita, ma che può essere stabilita culturalmente anche dopo, con una libera scelta. E’ vero: il sesso si può cambiare. Anche più volte, oggi, se si vuole. Ciò non toglie che nella normalità dei casi i maschi nascono e si riconoscono perché hanno una certa connotazione e le femmine ne hanno un’altra. Se si vuole negare anche questa semplice evidenza, forse è meglio interrompere qui la lettura.
Un bambino nato nella cultura eschimese è diverso da quello nato nella cultura beduina. E questa diversità si mantiene finché il soggetto non decide di modificare (per quello che può), la cultura in cui è immerso o finché non decide di partire e di scegliersi un’altra cultura, elettiva. Anche qui, il dato mi sembra autoevidente. C’è una diversità culturale tra gli uomini, non fosse altro che per la lingua in cui essi si esprimono.
Le tendenze culturali in atto oggi in occidente spingono per eliminare le differenze, alimentati da un misto di pensiero debole da una parte (la paura degli assoluti) e di hybris dall’altra.
Ma se non ci sono differenze tra un matrimonio eterosessuale e un matrimonio omosessuale, io ripeto (l’avevo già detto in un altro post), che è logico che cada anche il perbenismo del numero. Non si vede perché questo matrimonio debba essere solo tra un essere umano e un altro essere umano. Meglio liberalizzare anche il numero. Io posso sposarmi con più persone, punto.
Così come dovrebbe cadere anche il tabù dell’incesto. Non si vede perché io non possa giacere con mia madre o con mio padre. Se poi dovesse capitare un “piccolo incidente di percorso”, c’è sempre la diagnosi pre-natale che potrebbe risolvere il problema di figli con potenziali malattie incurabili. D’altra parte immagino che l’aspetto riproduttivo sarà presto completamente espunto dall’atto sessuale, che rimarrà come soddisfacimento del piacere e come mera pratica sociale.
Né deve resistere il limite della pedofilia, attestato sulla maggiore età, quando è noto che l’attività sessuale degli adolescenti inizia oramai ben prima.
E’ evidente dunque che il matrimonio nella forma in cui l’abbiamo conosciuto è destinato a scomparire, soppiantato da contratti molto più elaborati e raffinati dal punto di vista legale. D’altra parte mi sembra che nei paesi anglosassoni si pratichino già dei matrimoni a tempo determinato con il corredo di varie clausole. Per dare cenno delle complicazioni legali e sociali di questo tipo di convivenze, basta immaginare la pensione di reversibilità, molto attuale in questo momento. Immagino la complessità della norma da scrivere per garantire l’istituto della reversibilità (e un minimo di equità), a un “matrimonio” di tre gay, di cui un componente sopravvissuto sia legato da lunga data al deceduto mentre l’altro sia di recente legame e magari disoccupato.
Se poi una coppia gay ha diritto a un figlio (adottato o preordinato con pratiche di inseminazione e di gestazione varie), tutti hanno diritto a un figlio. Anche i single hanno diritto, ovviamente. O i componenti di un matrimonio plurale, poligamo.
Mi preoccupo del fatto che un figlio possa essere adottato o voluto in una tale forma societaria che, come tutte le forme societarie, può subire rapidi e improvvisi cambiamenti (divorzio, morte, aumento del numero dei componenti, cambi di residenza, ecc.). Mi sembra cioè che si tralascino i diritti dei più deboli (i figli), ma questo sembra interessare poco la cultura attuale. Mi sembra ancora che la famiglia, con tutte le sue eccezioni e le sue patologie, fosse una istituzione a tutela di molte posizioni individuali, e che ora la si voglia buttare a mare con una discreta leggerezza.
Non ci devono essere differenze tra noi e gli immigrati. Nessuna frontiera. Bene. Ma allora perché le lingue? Cerchiamo di promuovere una sola lingua per tutto il pianeta Terra. Perché invece, in più sedi, cerchiamo di tutelare queste lingue in via di disparizione? Se l’immigrato che non sa la mia lingua ha tutti i miei stessi diritti, occorre ripensare a un diritto planetario. Cosa che non sarà facile. Ci saranno sempre differenze da colmare.

Mi sembra che volere l’abolizione delle differenze ope legis sia l’altra faccia di un modo pigro di vivere. Il mantenimento delle differenze, infatti, implica uno sforzo di tolleranza e di comprensione. Uno sforzo anche per mantenere una giusta distanza, perché no? L’abolizione delle differenze è un modo per evitare questa difficoltà della vita. Il modello consumistico (la sua essenza), ha fatto bene il suo lavoro, e sta riuscendo in quello che non era riuscito a regimi dittatoriali del passato.

Le recinzioni

Il tema delle recinzioni, anche se minimo, è di grande interesse.
Per poterlo affrontare sotto diversi punti di vista, è bene innanzi tutto convenire su alcune definizioni. In seguito vedremo come dette recinzioni abbiano una diversa regolamentazione (in Umbria), in funzione della loro localizzazione e delle dimensioni che racchiudono.
Secondo la Treccani, la recinzione è: “Ciò che serve a recingere; qualsiasi struttura destinata a circoscrivere e chiudere uno spazio di terreno scoperto (palizzate di legno, siepi vegetali, cancellate e reti metalliche, recinti in muratura, e ogni altro tipo di delimitazione).”
Come si vede, il dizionario non fa molte distinzioni riguardo a altezze, tipologie, costruttive, materiali ecc. Né la recinzione sembra essere “schiacciata” sui limiti della proprietà fondiaria. Vi possono essere cioè delle recinzioni che non coincidono con i confini di proprietà.
Il legislatore umbro parla indifferentemente di recinzioni (art. 87 co. 5 lett. d) e art. 89 co. 2 della LR 1/2015), di chiudende (art. 118 co. 1 lett. g) LR 1/2015), muri di cinta e cancellate (art. 21 RR 2/2015).
Riguardo alle localizzazioni, il legislatore fa implicitamente una grande tri-partizione: Sistema ambientale, Spazio rurale e resto del territorio.
Nel Sistema Ambientale, all’art. 87, rubricato Aree naturali protette, si dice che, fino all’entrata in vigore del Piano dell’Area naturale protetta e del Piano del parco dei Monti Sibillini, sono vietati: “ [….]
d) la costruzione di recinzioni su zona agricola, salvo quelle accessorie per l’attività agro-silvo-pastorale e per la sicurezza degli impianti tecnologici e degli edifici;“.
Il successivo art. 89, nella Sezione riservata allo Spazio rurale, complica già le cose: “Nelle zone agricole è esclusa ogni forma di recinzione dei terreni o interruzione di strade di uso pubblico se non espressamente previste dalla legislazione di settore o per motivi di sicurezza, nonché a protezione di attrezzature o impianti per animali.
Sembra dunque che nelle Aree Protette siano consentite recinzioni per pratiche agricole, silvestri, pastorali. E che siano consentite recinzioni per la sicurezza degli edifici. Non distinguendo gli usi, io propendo per una lettura estensiva, e cioè tutti gli edifici: abitazioni, stalle, rimesse, ecc.
L’art. 89 della stessa legge sembra invece limitare ai soli impianti per animali la possibilità di recingere eventuali edifici. Il che appare curioso poiché  le Aree protette dovrebbero avere una normativa più stringente.
Rimane altresì poco definita la motivazione della sicurezza, che non essendo meglio specificata, apre una vertigine di possibilità. La sicurezza può infatti estendersi dalla sicurezza delle coltivazioni atto, alla sicurezza degli animali (o dagli animali), alla sicurezza degli operatori, alla sicurezza degli abitanti. Sul punto l’art. 87 era più chiaro.
Infine dobbiamo prendere in considerazione anche l’art. 118 della LR 1/2015, che prevede, senza titolo abilitativo, la realizzazione di “… chiudende e tettoie mobili con strutture aperte di modeste dimensioni per le attività zootecniche, ...”. Non sono fissati limiti di superficie per tali chiudende, né aspetti costruttivi o materici. Il legislatore umbro non offre altresì, nemmeno nel testo unico per l’agricoltura (LR 12/2015), delle distinzioni tra recinzioni e chiudende. La definizione del lemma che fornisce la Treccani serve solo ad aumentare l’ambiguità. Infatti  la definisce come: “Riparo a orti o a campi coltivati, fatto di siepi o di pruni.” Mentre il legislatore umbro sembra farla afferire alle attività zootecniche. Altri dizionari, per estensione, la considerano invece come una recinzione di qualsiasi natura. Non è ben chiaro infine se le modeste dimensioni citate siano riferite alle strutture aperte o alle chiudende.

Passiamo poi al R.R. 2/2015, che presenta anch’esso criticità di lettura. Infatti, secondo l’art. 21 co. 3 sono opere pertinenziali eseguibili senza titolo abilitativo quelle che: “[…] non riguardino gli edifici di interesse storico – artistico o classificabili come edilizia tradizionale integra, di cui alla deliberazione di Giunta regionale n. 420 del 19 marzo 2007 (Disciplina degli interventi di recupero del patrimonio edilizio esistente, ai sensi dell’art. 45, comma 1, lett. b) legge regionale 18 febbraio 2004, n. 1 con il Repertorio dei tipi e degli elementi ricorrenti nell’edilizia tradizionale),” e quindi anche: [….] n) le recinzioni, i muri di cinta e le cancellate che non fronteggiano strade o spazi pubblici o che non interessino superfici superiore a metri quadrati 3.000;
Ne consegue per esclusione che in caso di edifici di interesse storico-artistico o classificati come Edilizia Tradizionale Integra ex DGR 420/2007 le recinzioni hanno bisogno di un titolo abilitativo, o meglio di una SCIA.
Mentre ci sono pochi dubbi sugli edifici classificati ex DGR 420/2007, un primo punto riguarda gli edifici di interesse storico-artistico. La norma non precisa meglio, quindi io propendo per gli edifici tutelati ex art. 136 DLgs. 42/2004.
L’articolo del Regolamento non richiama la LR 1/2015 e quindi teoricamente le recinzioni fino a 3000 mq sono possibili anche in zona agricola, contraddicendo l’art. 89 della stessa legge: “… Nelle zone agricole è esclusa ogni forma di recinzione dei terreni ….

Come si vede, la materia, benché minima nel tema, era invece fonte di qualche difficoltà in fase di gestione ordinaria tra uffici comunali e tecnici. Bene ha fatto dunque il dirigente Angelo Pistelli a intervenire sulla materia con un chiarimento nella primavera del 2015, che riporto qui sotto. Il chiarimento è certamente servito a rassenerare i rapporti, anche se sarebbe auspicabile tuttavia riscrivere la norma in maniera più piana, forse anche riarticolandola per oggetto piuttosto che per titolo abilitativo.

Recinzioni

Sul paesaggio di mezzo

Dico questo, certo non a caso, perché oggi si assiste con una certa frequenza a tentativi di regolamentazione abbastanza disinvolti di affidare a mappature improvvisate che impongono altezze, larghezze, distanze e volumi immaginando di ottenere per via autoritaria una qualche forma di tutela di ampie porzioni di territorio; prescrizioni e vincoli spesso arbitrari che non producono altro effetto se non quello del rifiuto automatico di ogni regola da parte di tutti i potenziali destinatari delle misure i quali ben difficilmente ne comprendono la ratio.

Il periodo riportato qui sopra non è il mio, anche se chiosa perfettamente i miei ragionamenti sul paesaggio, alcuni dei quali riportati in questo blog.

Il pensiero  è di Diego Zurli, Coordinatore AMBITO DI COORDINAMENTO: Territorio, infrastrutture e mobilità. Il passo si trova nel suo testo, che invito tutti a leggere: Metamorfosi e conflitti nelle terre dell’Italia di mezzo, all’interno del volume: Umbria, Paesaggi in divenire, 1954-2014, Regione Umbria 2015.

Norme e partecipazione alle norme

Nonostante la Convenzione Europea del Paesaggio fondi la nozione di paesaggio sul coinvolgimento della popolazione locale, mi sembra che le forme di questo coinvolgimento si fermino spesso alla costruzione del quadro conoscitivo o, ancora peggio, a una sorta di “ratifica” di decisioni prese dagli esperti. Ciò accade soprattutto per quanto riguarda la normativa prodotta in sede di piani regolatori. La normativa è molto importante, negli strumenti di rango urbanistico o territoriale. Molto più importante degli schemi grafici che spesso si vedono allegati alle NTA (Norme Tecniche di Attuazione). Ma mentre sugli apparati grafici (carte, foto, schemi, concept, …), la collettività è facilmente chiamata a partecipare, sulle norme il discorso si fa più difficile. Questo fatto è facilmente verificabile con il conteggio delle osservazioni al PRG, che normalmente pervengono durante il periodo di pubblicità, se solo ci si mette a distinguere tra quante attengono al disegno di piano e quante attengono alla normativa.

Occorre dunque essere più onesti (intellettualmente onesti) e far partecipare la collettività locale alla costruzione delle norme e alla loro incisività. Occorre far capire alla collettività come funziona la normativa, come è articolata, qual è la sua reale incisività (perentoria, indicatoria, aperta, tassativa, ecc.) e il meccanismo amministrativo in cui questa norma è inserita (chi la userà, chi la verificherà, chi la potrà mettere in dubbio, quali sarebbero le conseguenze di una violazione, ecc.). Ciò significa uno sforzo di comunicazione non ordinario da parte dei saperi esperti a favore della collettività generica.

Solo partecipando attivamente alla costruzione delle regole la collettività può comprendere come l’attribuzione di valori debba essere una fase molto molto attenta e come questi valori possano essere poi gestiti nel tempo.

Il giudizio complessivo sulla qualità dell’architettura e del paesaggio può essere dato solo da una collettività “educata”.

In assenza di questa partecipazione attiva, tutto si riduce appunto a una “ratifica” (più o meno consapevole), di riflessioni e giudizi fatti da esperti, estranei al territorio e che soprattutto, spesso, non ne condividono i valori.

Fatte le debite proporzioni, il meccanismo si ripete anche nelle Commissioni Edilizie (in Umbria: Commissioni Comunale per la Qualità Architettonica e per il Paesaggio). Il parere, che deve limitarsi solo agli aspetti compositivi, è dato da esperti, sulla scorta di personali criteri, che a volte non coincidono con i valori che la collettività locale  sostiene. Ancor meno, ovviamente, detto parere può concorrere alla creazione di un nuovo paesaggio.

Norma e Pianificazione I

Cerco di svolgere alcune riflessioni, senza alcuna pretesa di scientificità o esaustività sul rapporto tra la normativa e la trasformazione del territorio. Lo faccio non essendo un giurista, anche se, per lavoro, mi trovo spesso affiancato da ottimi giuristi, che mi perdoneranno qualche imprecisione terminologica. Questa che segue è una prima riflessione, che spero di poter ampliare prossimamente.
Parto dalla convinzione che ci sia l’esigenza di una norma giuridica per la tutela del territorio. Giuridica nel senso accurato del termine.
Sembra una banalità, ma non lo è. Se lo fosse, infatti, nessuno dei miei colleghi potrebbe dire (come invece ho sentito più volte): “Per risolvere i problemi del territorio, basterebbe una norma con un solo articolo: Sono abolite tutte le leggi urbanistiche e edilizie!”. Purtroppo questa esagerazione e questa volontà di semplificazione piuttosto brutale non contribuisce in alcun modo a migliorare il nostro lavoro e la tutela del territorio. Le norme sono necessarie. In un mondo complesso, sono necessarie molte norme. Bisogna accettare convintamente questo concetto, altrimenti non si va da nessuna parte.

La norma insegue la vita.

Altro punto da tenere a mente. La norma arriva sempre dopo che la vita, nei suoi risvolti economici, sociali, ecc. ha posto in evidenza un problema, un fatto. Un fatto da regolare. Di conseguenza, la norma da sola non risolve tutti i conflitti. Se non altro per motivi di consecutio.
La norma è inserita in un meccanismo, in un sistema, per la regolazione della vita. In questo sistema vi è anche un organo che interpreta la norma, che la applica (interpretandola). La norma è agita dai cittadini: serve a fare (meglio) delle cose, che in regime di anarchia sarebbe difficile fare. Nell’ambito delle trasformazioni del territorio, la norma serve a dire al cittadino, attraverso il proprio tecnico,  quello che può fare o non fare.
Il meccanismo prevede infatti che il cittadino si affidi a un tecnico, il quale predispone una bella serie di elaborati, cercando la massima conformità alle norme vigenti. I grafici vengono poi depositati in Comune (o presso un altro ente), il quale si prende la briga di verificare detta conformità rispetto alle normative vigenti. Nel nostro mondo, oggi, funziona così.
Questa verifica di conformità comporta delle responsabilità e delle conseguenze. Se infatti la costruzione non è conforme e un qualche cittadino volesse segnalare la vicenda all’Autorità Giudiziaria, il funzionario pubblico, il tecnico, il committente e il costruttore passerebbero un brutto quarto d’ora. Questa verifica è dunque molto importante. Il punto è che i funzionari pubblici non sono molto pagati per questa responsabilità: un istruttore tecnico prende circa 1200 euro al mese. I responsabili di Area tecnica possono arrivare a 3000/4000 euro al mese, firmando centinania e centinaia di provvedimenti simili ogni anno. I dirigenti dei Comuni prendono ancora di più, a fronte di maggiori responsabilità, ovviamente. Un evenutale contenzioso davanti al TAR o in sede civile fa svanire d’incanto queste cifre, sia per un fatto economico (di spese), sia per un fatto di stress psicologico che di risvolti sulla carriera.
A fronte di questi fatti, alcun reponsabile o dirigente ha voglia di interpretare la norma in maniera estensiva. Che il cittadino edifichi 10 mq in più o in meno non è importante per lui: egli non guadagnerà di più, non farà più ferie, ecc. In breve, non avrà alcun beneficio da questa sua accondiscendenza verso il cittadino. Di contro, invece, avrà sicuramente solo rischi: terzi che si sentono lesi nei loro diritti, movimenti di opinione, comitati, consiglieri d’opposizione e via di questo passo.
Bisogna essere onesti: chi di noi si prenderebbe questi rischi con leggerezza? Chi di noi è disposto, nel proprio lavoro, a interpretare le proprie norme nella maniera più estensiva possibile a favore dell’altra parte (cliente, collega, concorrente)? Nessuno, ovviamente.
Davanti a questa assenza di volontari generosi ed altruisti, di cui occorre prendere atto, bisogna avere la tutela di una norma giuridica chiara, ben costruita. E se i profili sono tanti, se le parti in gioco (i centri decisionali) sono tante, bisogna avere molte norme.

Come debbono essere queste norme ben costruite? Cerchiamo di fissare qualche punto.
Ciò che non è vietato, è permesso. Lo dico alla Wittgenstein: Ciò che non è vietato, DEVE essere permesso.
Il perché è molto semplice: se non fosse così, il mondo si bloccherebbe nei prossimi 10 minuti. Non potrei sapere, infatti, se la mia condotta è antigiuridica o meno. Non saprei se mi è consentito sorpassare a destra o se sia vietato salutare un passante con un Buongiorno anche dopo le 12.

La norma deve essere di un tipo adeguato allo scopo per cui è stata pensata. Le norme urbanistiche (le NTA di un PRG, per esempio) servono a regolare le trasformazioni del territorio. Servono al tecnico privato e al tecnico comunale per verificare la conformità di un progetto agli obiettivi posti. Questo è la parte principale delle norme. Per fare questo lavoro devono essere precise, analitiche, tecniche, perentorie. La parte di indirizzo non ha più molto senso, ormai, posto che il PRG e le stesse norme sono state redatte, si spera in armonia con le linee di indirizzo. Queste linee di indirizzo (indicazioni, suggerimenti, raccomandazioni, ecc.), possono servire solo nel caso si debba interpretare la norma, e cioè nei casi di contenzioso.
Le norme devono essere scritte atomizzando quanto più possibile le frasi, non avendo paura di ripetere le parole (non è un tema). Quindi frasi corte, possibilmente senza troppi congiuntivi, virgole, subordinate. La normativa deve essere definitore: devono cioè distinguere precisamente l’oggetto o il comportamento da tenere (o non tenere).  Molta parte delle disposizioni normative sono frasi che potrebbero invece stare benissimo in relazioni illustrative. Molte di quelle norme sono falsamente definitorie, in realtà sono descrittive: descrittive dello stato dei luoghi, delle ragioni, degli obiettivi, dei criteri. Saranno utili forse al giudice, molto meno al funzionario comunale.
Le NTA di un PRG o di un Regolamento Edilizio non debbono avere, a mio avviso, valore didattico o ermeneutico. Non dico che questi aspetti non siano necessari: dico che questi aspetti possono essere meglio trattati e argomentati in una Relazione generale, piuttosto che in un apparato normativo. Distinguerei nettamente, insomma, le varie funzioni che ci sono in un’operazione di pianificazione e lascerei alle norme il compito molto asciutto di definire gli oggetti di cui trattano, rinviando ad altre sedi le descrizioni, gli obiettivi, ecc.
Se si conviene con i punti precedenti, occorre convenire anche che molta della normativa prodotta per regolare le trasformazioni del territorio è da buttare. Parlo sia della normativa urbanistica che edilizia: dal PRG al regolamento edilizio.
Faccio qualche esempio reale. Non per criticare colleghi che conosco, che stimo, ma per rendere chiaro come il loro lavoro di elaborazione culturale sia qui del tutto fuori tema. I loro pensieri meriterebbero forse una sede più degna, (dei libri, dei convegni). Qui le loro riflessioni perdono ogni efficacia.
“[….] Il carattere degli interventi sul patrimonio edilizio esistente dovrà tendere a salvaguardare tutti gli elementi d’insieme e di dettaglio degli edifici,  mirando più che ad una radicale ristrutturazione, ad un recupero conservativo dei manufatti. Gli interventi dovranno, per quanto possibile, inserirsi mantenendo inalterati i caratteri tipologici, formali e costruttivi degli edifici. L’individuazione del sistema statico originario, dovrà essere assunto quale sistema guida  cui riferire le operazioni di consolidamento, con tecnologie in sintonia con le tecniche costruttive antiche.
In linea generale gli interventi di recupero del patrimonio edilizio esistente sono assoggettati ai criteri e direttive di cui alla D.G.R. 1066/99 – Regolamento speciale degli interventi di recupero del patrimonio edilizio esistente nelle zone di particolare interesse storico, artistico e naturalistico ambientale come modificata dalla D.G.R. 984/2001.
Le modalità di intervento non dovranno prescindere dalla valutazione critica delle caratteristiche peculiari del singolo manufatto edilizio o dell’organismo a cui è relazionato, sulla base delle quali si dovranno calibrare gli interventi di recupero. A sostanziare tali indirizzi valgono le seguenti indicazioni di carattere generale.”
“[….] La realizzazione di nuove aperture sarà consentita a condizione che venga assicurata l’unitaria armonia dei prospetti.  Le caratteristiche delle nuove aperture o la modifica delle esistenti, quanto a dimensioni, soluzioni di dettaglio, materiali impiegati ed infissi dovranno fare riferimento alle tipologie locali.  E’ ammesso il riordino delle aperture esistenti se queste ultime sono il frutto di rimaneggiamenti impropri di epoca recente, in questo caso sarà importante tenere nel debito conto gli allineamenti orizzontali e verticali.  In caso di chiusura di finestre esistenti soprattutto se si presentano già riquadrate con elementi in pietra o mattone, questi dovranno essere lasciati in sito: il paramento di chiusura dovrà essere uguale a quello esistente, ma leggermente arretrato.  Nel caso di architravi a vista, questi dovranno essere in legno o in monoliti lapidei. Sono ammesse architravature con piattabande e archi in pietra o mattoni a pasta chiara purché non sporgenti. le soglie di porte e finestre saranno realizzate in pietra locale lavorata secondo le tecniche tradizionali, escludendo la lucidatura superficiale.”
Gli avverbi, le locuzioni come “di norma”, “generalmente”, consentono implicitamente alla parte privata di sfruttare al massimo grado le possibilità (maggiori altezze, superfici, minori adempimenti burocratici, ecc.), lasciate dalla normativa. Ma come già anticipato mettono in difficoltà il valutatore (Comune, provincia, ecc.). “Il carattere degli interventi”, “per quanto possibile”, “l’unitaria armonia dei prospetti”, sono frasi che in definitiva tendono a far aumentare il contenzioso.

Le liste di buona volontà di inizio anno …

Ho frequentato per molti anni i libri di psicologia, della Gestalt, della PNL, sul comportamento non verbale, sulle emozioni, sulla creatività, sull’assertività, sulla leadership, scrivendo anche io delle liste … per tornare poi alle origini: al Taoismo. Alla semplicità di un sole che nasce a est e che tramonta a ovest.

Le liste di obiettivi (devo perdere 20 kg, devo lavorare di meno, devo guadagnare di più), non servono. Falliscono perché presuppongono una divisione della personalità fin dall’inizio. Presuppongono che ci sia una parte buona che vuole un sacco di obiettivi fantastici, e una parte cattiva che resiste a questo futuro. Ma il porsi degli obiettivi e lo scriverli (renderli quasi oggettivi), nel momento in cui lo si fa, marcano e misurano la distanza che c’è tra l’essere e il dover essere. E non è una semplice distanza tecnica, che si può colmare pianificando e progettando ponti, passaggi, salti, ecc. È una distanza psicologica: noi scriviamo quegli obiettivi perché NON li vogliamo. Non li vogliamo ancora, almeno.

Non abbiamo bisogno di scrivere che dobbiamo respirare, o bere, o mangiare. Tra noi e questi obiettivi non c’è alcuna distanza psicologica. C’è solo una distanza tecnica, da risolvere pianificando, ma non c’è alcuna diversità. Non c’è una parte che vuole respirare e una parte che non vuole respirare: non c’è divisione. Quando ho voluto fortemente una cosa non ho avuto bisogno di scriverlo. Quando ho voluto sedurre la mia ragazza ho scritto lettere d’amore, ma non che dovevo sedurla.

L’occasione della lista di inizio anno è propizia allora per un piccolo esercizio di consapevolezza: quegli obiettivi che scrivo non sono ancora”miei”: da dove vengono? Perché voglio conseguirli? Questa meditazione, questo accoglimento, questa accettazione, può allora aiutare a dissolvere le varie parti in cui siamo divisi, ogni giorno, da tanto tempo.

Eterna ingerenza della politica sulla gestione: le ragioni del flop delle centrali di committenza

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E’ possibile affidare per procedura negoziata non preceduta da un bando di gara il concerto di capodanno con determina datata 31 dicembre, preceduta da un’indicazione di “indirizzo politico” che specifichi l’affidatario?

In Italia e, precisamente a Catania, è possibile. Ovviamente, il fatto che sia possibile non significa che sia legittimo. Occorre tenere, infatti, nettamente distinti il piano del “possibile”, da quello del “legittimo”. Possibile è ogni azione che risulti nella portata delle risorse intellettuali e fisiche dell’agente. Legittima è l’azione che, inoltre, risulti anche rispettosa delle leggi.

In effetti, l’azione amministrativa dovrebbe rispettare senza eccezione alcuna il fondamentale principio di legalità, come da sempre ha attestato la pacifica giurisprudenza amministrativa e come dispone l’articolo 1, comma 1, della legge 241/1990: “L’attività amministrativa persegue i fini determinati dalla legge ed è retta da criteri di economicità, di efficacia, di imparzialità, di pubblicità e di trasparenza, secondo le modalità previste dalla…

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Paris, le 13 novembre 2015

Penso che vogliano uccidermi. Che vogliano uccidere i miei figli, mia moglie. E poi che vogliano uccidere anche te, i tuoi figli, tua moglie.

Penso che tra me e quell’uomo che era a Parigi non c’è molta differenza. Ieri è toccato a lui: domani sarà il mio turno e poi il tuo.

A me non importa che qualcuno faccia distinzione tra terrorismo e guerra. Per me è guerra. E’ semplice: persone motivate, pagate, coordinate, organizzate, pianificano azioni in cui uccidere civili. E lo fanno. Se vi piace di più potete chiamarlo terrorismo. Io dico che se uno Stato uccide cittadini di un altro Stato, questo si chiama guerra. Potete continuare a chiamarlo terrorismo: non sono un puro formalista. A me basta che qualcuno faccia qualcosa per impedire altri massacri. Questo qualcuno si chiama Stato, se ancora ci vogliamo credere. Decida dunque lo stato quali sono le misure necessarie: chiusura delle frontiere, leggi di polizia interna, ecc. Io gli dò la mia delega, fino a pagarlo perché armi i nostri soldati e li mandi a fare la guerra all’altro Stato.

Ma noi abbiamo paura di dire queste cose e lasceremo che uccidano i nostri figli e le nostre mogli, pur di non confessarlo.

Perché ci uccidono? Motivazioni economiche?

Chi crede che questi ci uccidano a causa degli sporchi traffici del petrolio e delle armi, dovrebbe da subito smettere di alimentare questo traffico, vendendo la sua auto e staccando il suo frigo. Anche qui non è facile, però  è semplice. Non si può pretendere di vivere con il tenore di benessere attuale, immaginando che questa abbondanza di energia cada dal cielo come la manna. Il tuo frigorifero è pieno e funziona perché qualcuno, da qualche parte, ha estratto petrolio. Non parliamo poi di viaggi, di turismo, di concerti. Vogliamo fare un bilancio energetico di quanto costa un concerto di una rockstar? Di quanto petrolio si consuma?  Ma se volete il frigo pieno, qualcuno deve estrarre petrolio, da qualche parte.

A me pare poi che i nostri soldi non abbiano peggiorato le loro condizioni. Le nostre condizioni sono migliorate. E anche le loro. Troppa disparità? Forse. Questo li autorizza a ucciderci?

Ammazzare civili indifesi in un altro Stato non credo che possa essere assimilato ad una sorta di rivendicazione sindacale. E non credo che uccidere persone in occidente farà migliorare la loro condizione economica. Non credo dunque che le motivazioni siano economiche.

Ma se non sono economiche sono di qualche altro tipo. Gridano “Allah è grande!” quando uccidono. Questo è un fatto.  Io non sono in grado di fare una lettura completa del Corano e capire se questi sono solo dei fanatici che leggono alla lettera il Corano come noi leggevamo l’Antico testamento 1000 anni fa. Se questo Islam moderato esiste dovrebbe forse fare qualcosa di più che tacere. Finora non si è visto un granché, francamente. Altrimenti per l’integrazione possiamo aspettare 1000 anni: io non ho fretta.  I terroristi non si possono integrare. I soldati non si possono integrare. Al massimo si fanno prigionieri. Punto. Non è difficile.

Non volete dire motivazioni religiose? Preferite ideologiche? Ok: ideologiche. Che vogliamo fare, allora? Li lasciamo fare perché è una follia ideologica? E’ più bello morire così?

Le anime belle del pacifismo all’acqua di rose dicono che l’integrazione deve essere vista come un processo di arricchimento. Voglio capire come  pensano di integrare la nostra cultura e i nostri valori con i loro, partendo da un altro fatto: io non voglio rinunciare a niente per integrarli. Questa è la mia cultura: a me piace.

Devo rinunciare al crocefisso per inchinarmi verso la Mecca? C’è un grande vantaggio in questo? Io voglio essere gay, transessuale, voglio fare vignette oltraggiose su Gesù, Allah e Confucio. Voglio che mia moglie possa divorziare e risposarsi. Voglio anche non andare a messa, se non mi va. Voglio che mia figlia possa girare a volto e seni scoperti, se vuole, senza che nessuno la uccida per questo. Voglio andare alle mostre d’arte in cui c’è il nudo. Voglio bere un buon Lambrusco, e ubriacarmi, di tanto in tanto. Voglio mangiare il maiale, la tartaruga, la scimmia, il cane, il gatto. Voglio dei giusti processi. Voglio che nessuno sia condannato a morte.   Solo per citare alcune cose del nostro mondo occidentale (schifoso, brutto, capitalistico, ipocrita, ecc.). Sei disposto a rinunciare a queste libertà per integrarli? Io no. Queste libertà sono una ricchezza, sono LA ricchezza.  Arricchimento significa, per me, ampliare questa ricchezza, e non imparare  a cucinare il montone.  Se l’integrazione richiede una restrizione di queste libertà è solo un impoverimento, comunque la vogliamo chiamare.

“Stanco dell’immagine muta e sterile dei corpi irregolari …”

Confessioni sopra l’impossibilità di un giudizio sull’architettura contemporanea. 18-11-2009

“Ora, io credo che il problema autentico nell’architettura sia la costruzione di questo sistema logico” (Aldo Rossi)

Per me l’architettura può essere solo monumento. Ammonire, ricordare, perpetuare.

“Voglio cancellare l’architettura! L’ho sempre voluto fare e ritengo improbabile che cambi idea! Ho sempre pensato che creando un’architettura del caos, l’architettura sarebbe scomparsa […] La tecnologia elettronica è veramente uno strumento efficace per generare il caos […] La modernizzazione è sinonimo di deterritorializzazione. La tecnologia ci ha costretto a riconoscere dove quel processo ci ha portato, ci consente di creare il caos con una libertà e una velocità senza pari […] Se un’opera scompare oppure no, dipende non solo dallo stato di caos presente nell’opera in questione, ma anche dalla direzione e dalla cornice visiva della persona che la isola. Il problema, ho scoperto, non è l’oggetto ma il soggetto” .

La distanza tra queste due frasi è enorme. La prima è mia, ma è solo (senza alcuna presunzione), una estrema sintesi di frasi che avrebbero potuto pronunciare Loos, Rossi, Grassi, Leoncilli Massi, Natalini … La seconda è di Kengo Kuma. La prendo come emblema, è ovvio, anche se (tra l’altro) Kengo Kuma è un architetto che seguo particolarmente volentieri. Le ho messe in sequenza perché forse è ora più chiaro comprendere il senso del titolo che ho scelto.

Tuttavia essere chiamati a riflettere su un argomento implica dare dei giudizi su quell’argomento. Significa, se si è intellettualmente onesti, fare confronti, paragoni, formulare giudizi fondati su criteri correlati a dei valori. Ciò di cui si discute deve essere insomma ordinato secondo una scala, delle gerarchie, degli assi semantici. La cognizione si fa per comparazione, diceva Alberti, e discutere di architettura non comporta deroghe a questo principio. Ma nella mia mente si affollano subito le prime domande: come paragonare Villa Emo di Palladio con l’ultima cantina dello Studio Archea? Quali sono gli elementi che devo prendere a confronto? I paragoni devono farsi solo per tipi (case con case, scuole con scuole, ecc.)? O debbono darsi per periodi di tempo ben determinati (il dopoguerra, il primo novecento, ecc)? E se il tempo è ampio, il mio paragone si trasforma in una storia dell’architettura? E che differenza posso fare tra storia dell’architettura e critica dell’architettura? E’ possibile una critica dell’architettura senza storia?

Che cos’è appunto l’architettura del tempo presente? Che cos’è il tempo presente in architettura? E’ il tempo del calendario? O vi sono delle fratture, dei punti di sovrapposizione? Quanto può durare questo tempo? Per me, che ho sempre creduto che all’architettura si addicesse un tempo fisso, un tempo senza tempo, un tempo aionico, in definitiva, prendere atto che tutto invece si riconduce ad un tempo cronologico, è una ferita. Anche l’architettura sembra inghiottita da questo vertice, da questa valanga, da questo tempo impietoso: nulla resisterà.
Non trovo le coordinate corrette, ma in un mio quaderno ho annotato questa frase di Vattimo, che mi sembra del tutto opportuna: “Già ora, nella società dei consumi, il rinnovamento continuo (degli abiti, degli utensili, degli edifici), è fisiologicamente richiesto per la pura e semplice sopravvivenza del sistema; la novità non ha nulla di “rivoluzionario” e sconvolgente, è ciò che permette che le cose vadano avanti nello stesso modo”.

Architettura del tempo presente, quindi. Ma il titolo ha già una (maliziosa) premessa nascosta: che ogni tempo abbia la sua architettura. Si profila insomma già altissima la prima montagna: lo Zeitgeist.

L’architettura del tempo presente è quella delle Università, delle attività di ricerca, dei dottorati? E’ quella dei grandi epigoni, delle archistar? E’ quella dei restauri famosi? O è quella infine dell’immane quantità edilizia che continuiamo a produrre e diffondere nelle nostre città e nel nostro territorio? Tempo fa il prof. Paolo Belardi contrapponeva, ad un convegno, le logiche di due mondi: quello della ricerca architettonica e quello della produzione corrente. Certo, il paragone era frappant. Vi era una distanza incolmabile tra il professionismo degli studi tecnici, delle agenzie immobiliari, e il mondo della ricerca universitaria, delle riviste, dei grandi maestri attuali (quelli che ognuno si sceglie come tali). Da una parte le casette con l’intonaco-nella-gamma-delle-terre, dall’altra le case di grandi maestri del contemporaneo. Da una parte la “sindrome del Mulino Bianco” (come la chiamava un maestro che ho molto amato: Leoncilli Massi), dall’altra la griffe dell’architetto attuale. Da una parte il finto antico (gli zampini in legno di castagno, od un opus incertum che diventa nelle mani di architetti incolti un’opera approssimativa ed incoerente), dall’altra la raffinatezza di combinazioni di vetro, acciaio, cemento armato translucido e via dicendo. Ma c’è un ma, anche qui. Questa distanza c’è tra ricerca e professione c’è sempre stata. Vogliamo prendere ad esempio la lontananza tra le abitazioni di Le Corbusier a Pessac e la produzione corrente di quel periodo? Vogliamo prendere la distanza tra le casette individuali dell’Alsazia Lorena e les machines à habiter?
E poi, laddove la ricerca architettonica di punta si è saldata subito alla produzione corrente, il risultato è stato sempre positivo? Abitare in un HLM (Habitations à loyer modéré), dove ho abitato, o in una Siedlung, è stato sinonimo di magnifiche sorti e progressive? Non è un bene che ci sia stata questa inerzia? Non è un bene che ci sia stata questa distanza (necessaria, per me) tra il Weissenhof e la casetta in legno dell’Alsazia? Non me ne vogliano i colleghi più entusiasti dell’attualità più promettente: non voglio frenare nessuno. Credo solo che ci sia bisogno di questo “ritardo di marea”, soprattutto adesso, dove l’architettura viaggia a velocità folle.

Generalmente si fa coincidere l’architettura del tempo presente con quella delle archistar e dei loro prodotti griffati. Che cosa ne possiamo pensare? Benché questi prodotti ed il comportamento della maggior parte di queste archistar non siano di mio gradimento, bisogna anche riconoscere che la colpa di questa situazione non è solo la loro. Le indagini e le critiche piuttosto approssimative di La Cecla o Salingaros non colgono con realismo tutta la vicenda. L’architetto non è più l’architetto del faraone, non è più nemmeno l’architetto del principe. Non è l’architetto artigiano. Il suo ruolo è del tutto cambiato. Competenze gli sono state erose nel tempo: la statica (riuscire a far star su le cose), è passata all’ingegnere, e con essa, (in blocco) l’aspetto tecnologico e scientifico della costruzione; la cultura della città è passata all’urbanista; e così via. In un mondo iper-specializzato, l’architetto stenta a trovare un proprio baricentro: un nucleo fondativo di discipline.

Per quanto possiamo biasimare le star, il loro modello ed il loro comportamento, i loro prodotti sono richiesti: richiestissimi. E da persone della più diversa estrazione culturale e funzione sociale. Il modello Bilbao è diventato appunto un modello: le amministrazioni (i politici) non fanno altro che replicarlo. Perché se un’opera d’architettura riesce ad attrarre milioni di persone ogni anno in una cittadina di provincia fino ad allora semisconosciuta, la sua funzione architettonica passa tutta in secondo piano. E questa cosa è accettata da quasi tutti: architetti compresi. Ne deriva che l’unico metro di giudizio (o uno dei prevalenti), per valutare un’architettura saranno tra breve indici economici: il BEP (Break Even Point), e cioè in quanto tempo quell’evento si ripagherà; il ROI (Return on Investement), e cioè quanto rende quell’investimento; il Valore emozionale aggiunto, e così via.

Non solo: tra un po’ potrebbe non esserci nemmeno più un prodotto fisico, più o meno durevole, dell’architettura. Tra qualche anno il progetto d’architettura sarà probabilmente una simulazione di ciò che sarebbe stato (di ciò che potrebbe essere). Sarà un evento: una performance. Forse questo è il salto che ci viene chiesto di fare: la completa spettacolarizzazione dell’architettura. L’installazione, l’evento, durerà un certo periodo di tempo e verrà poi allestito, forse da un’altra parte. Sarà un bene? Io vi vedo solo una perdita: anche qui. Certo, immagino che si possano addurre giustificazioni di ordine economico, ambientale (la reversibilità, tutte queste belle giustificazioni per un’architettura timida), a questa architettura. Ma per me, che credo ancora in un’architettura fatta di pietre, è solo una perdita. E non dico “per me che sono cresciuto in architetture di pietra”, perché in fondo ho vissuto a pieno l’era digitale e riconosco di esserne immerso. La mia è una precisa scelta: mi piacciono le pietre. Già l’architettura di legno (le family house americane, per esempio), mi paiono dei simulacri di case, delle case come potrebbero essere se fossero di pietra. Non dirò che mi fanno pensare a dei giocattoli, ma odio pensare a case alle quali posso sfondare la parete con un calcio. Delle case che sono “la scena fissa”, sì, ma di un ubiquo e continuo Truman’s show. Pensare poi ad un’architettura come ad un concerto, che finisce con una sua sola esecuzione, mi rende particolarmente triste.

L’architettura sembra destinata a cedere di fronte a queste pressioni. Non dobbiamo scandalizzarci, come architetti, perché (siamo onesti), ne facciamo spesso parte: stiamo al gioco. Nei concorsi di architettura si coglie già questa volontà, laddove i bandi richiedono all’architetto di progettare sì il museo, ma anche fare in modo che si auto-sostenga. Ed i bandi per le varie riqualificazioni (centri storici, aree industriali dismesse), reiterano la richiesta, chiedendo di progettare la pietra ma anche “eventi” che possano far decollare o mantenere un certo flusso: flusso di persone, flusso di cassa. Anche qui la cartina di tornasole è data dalle parole: quando un cittadino si trasforma in un city-user, non credo che ci siano più dubbi sul come tutto sia diventato scambio economico. Non esistono sinonimi, diceva Kundera anni fa, ed io ritengo che abbia una ragione solida come la roccia. Siamo city-user: non più cittadini.

I politici, i nostri amministratori, non sono alieni, e anche se vi è un certo sfasamento tra noi e loro, dovuto alla lentezza del sistema democratico in sé, essi ci rappresentano più o meno bene. In quest’ottica, le loro richieste di prodotti dal forte appeal sono più che sensate e legittime, e l’architettura ha un’importanza secondaria.

A me pare che Giorgio Grassi prenda nel giusto quando dice che l’architettura è ridotta a spettacolo di se stessa. Possiamo parlare in alcuni casi di cinismo, in altri di semplice ignoranza. Grandi architetti credono nel decostruttivismo: ci credono perché hanno letto Derrida, Deleuze, Guattari, oppure la Torah, e ne hanno tratto la profonda convinzione che sia meglio così. Emuli locali in buona fede credono di aver capito, senza aver letto una riga di filosofia. Ritengono cioè che queste costruzioni senza angoli retti cupole archi travi capriate siano più belle, che rispondano meglio alle nostre esigenze rappresentative, che una nuvola è meglio di un parallelepipedo per viverci e lavorarci. Emuli locali in malafede hanno compreso infine che lo stilema (il gesto), è di moda, e che le pareti inclinate sono più moderne di quelle verticali: riprendono alcuni stilemi, forme, e sintassi senza capire ciò che la loro opera significa.

L’architettura spettacolo scioglie anche i vincoli con la città, con la storia: non deve infatti essere de-territorializzata, caotica, dispersa? L’architettura non deve scomparire? E per lasciare posto libero a cosa? Tutti questi lati negativi sono compensati da cosa? E’ solo un conto economico di corto respiro che fa stare in piedi certe operazioni di marketing: il prodotto mi costerà X, mi consentirà di ricavare Y in Z anni. Passata questa fase, si vedrà. Per quest’obiettivo rinuncio ai nodi, ai vincoli, ai punti, sui quali ogni architetto compie la propria formazione: l’attacco al cielo, l’attacco a terra, l’angolo, le aperture, la citazione, l’ornamento. Ovviamente le architetture continuano ad avere attacchi a terra, aperture, ornamenti, materiali, ma senza una teoria sono solo dei risultati trovati lungo la strada. Non sono frutto di una riflessione. Mi sembra insomma che ci sia una banalizzazione di tutta una serie di temi: un abbandono.

Il problema dell’architetto come uomo di cultura non si pone nemmeno, in questo contesto. L’architetto è come una modiste, un coiffeur, a cui è demandata una certa cosa, nel più breve tempo possibile, che sia originale, che richiami un sacco di persone, ecc. L’architetto è un professionista dell’immagine od al massimo della valorizzazione immobiliare: punto e basta.

Alla solidità di un sapere architettonico costruito per accumulazione, per stratificazione, ormai anche qui si accetta il fatto che il sapere sia solo funzionale all’evento, e che questo sapere non abbia bisogno di essere accumulato, ma “intercettato”. Occorre essere bravi nel timing e nel networking, e non più nella composizione architettonica. L’architetto non è più un muratore che sa il latino, ma un websurfer che conosce Piranesi, un manager che usa Facebook.

Architectura, si non cogitatur, nulla est

L’architettura contemporanea mi sembra un’architettura senza teoria. Non c’è una teoria che la guidi, se non quella che dicevo in apertura: l’ansia della novità, il nuovo che divora se stesso, ecc. Io invece affermo la necessità di una teoria dell’architettura per svincolare l’architetto dalla servitù del mercato. E’ solo la teoria che può ridare autorevolezza all’azione e all’incisività dell’architetto come uomo in mezzo agli uomini. Solo la teoria permette tra l’altro la trasmissione, l’insegnamento di un sapere. Solo una teoria consente l’invenzione del verosimile, l’invenzione della favola di cui parlava sempre Leoncilli. Solo una teoria può consentire una critica serrata ad un modello sociale, ad una koiné culturale. La teoria trasfigura l’effimero in durevole. E’ sempre la teoria a trasformare il Teatro del Mondo di Aldo Rossi in un monumento dell’architettura.

Per teoria intendo una profonda riflessione, anche su singole parti della disciplina, e non necessariamente un sistema filosofico conchiuso.
Credo per esempio che ci sia una data formidabile nella storia dell’architettura: quella in cui Alberti pubblica De re aedificatoria. Quel trattato è anche un manuale. Non deve stupire che dica che il De re aedificatoria sia anche un manuale, perché lo è, e chiunque si prenda il gusto di leggerlo per intero può verificarlo facilmente: vi sono istruzioni per scegliere il legno migliore, la calce, fare fondazioni, ecc. E’ dunque un manuale, una guida operativa per la costruzione di un’architettura sana e robusta, e durevole. E’ un trattato perché Alberti illustra, con una scrittura leggera ma efficace, una teoria dell’architettura, toccando i punti nevralgici di una teoria, punti su cui anche l’architetto odierno è costretto a riflettere: l’ornamento, il tempo, il restauro, la solidità, le proporzioni, il disegno, la storia, ecc.

In quest’epoca di eccessi, di lusso, iper-produzione (non è paradossale, en passant, il fatto che siamo un paese a crescita negativa e che i nostri piani regolatori prevedano ancora delle zone di espansione residenziale?), occorrerebbe puntare all’essenziale: solo ciò che ha ragione di esistere deve esistere. Ma che cosa ha ragione di esistere? Solo ciò di cui si dà ragione, si dà motivo, si dà senso, appunto. Ed è dunque un pensiero architettonico a dare il senso delle cose: è un pensiero compositivo che dice sì o no alle cose. In Scarpa il dettaglio è il mondo: in Aldo Rossi no. Chi ha ragione? Nessuno ed entrambi. L’architetto sceglie il tema, il copione, i personaggi, le comparse. Il tema è di volta in volta la risposta agli interrogativi ontologici dell’architettura. Ed ecco perché un’architettura non pensata non mi interessa.
“Ora tutto questo è perduto”, dice Trackl, ma oggi (è un’aggravante), è perso con leggerezza, senza alcun senso della perdita, alcun rimpianto.

Ho sotto gli occhi una pagina di pubblicità di un mensile di pregio: vi è in primo piano una BMW (soggetto principale della pubblicità), e subito dopo per una metà dello sfondo, la sede della BMW di Coop Himmelb(l)au che si avvita come un vortice, con vetri abbarbicati su maglie triangolari di profilati di metallo. A me pare evidente che uno dei tanti messaggi della foto sia: la stessa tecnologia che è alla base di questo edificio è alla base di questa auto. E se l’edificio è così ardito, potete scommettere che anche la macchina lo è. E il punto è proprio questo, per me: la costruzione (abitazione, uffici, non fa importanza) deve condividere la stessa tecnologia dell’automobile di lusso? Hanno le stesse logiche? Dovrebbero averle? Nel ciclo di vita di un prodotto qualsiasi (e quindi anche dell’automobile), arrivati ad un punto morto si mette in moto un’operazione di marketing che si chiama “rilancio”. Con gli edifici si farà la stessa cosa?

Siamo malati di tecnologismo: la tecnologia e la scienza ci appaiono come le uniche possibilità di salvezza.
Tuttavia mi pare che anche in architettura inizi a porsi un dilemma etico: tutto ciò che si può fare, si deve fare? Sappiamo fare lastre di vetro incredibili per dimensioni, qualità della superficie, caratteristiche, ecc. Bene: le nostre case dovrebbero essere tutte di vetro?

Penso, dopo aver studiato a lungo le proporzioni e la geometria nell’architettura, che Etienne-Louis Boullée avesse ragione: “Stanco dell’immagine muta e sterile dei corpi irregolari …”. Cosa hanno i corpi irregolari che oggi vanno tanto di moda? Io vi scorgo solo la volontà di épater les bourgeois. Una sorta di neo barocco nel peggiore senso possibile. “Questa parete si poteva far diritta, ma io ho fatto una bolla di vetro, con lastre piegate lungo tre assi, calcolate una per una.” “Questo solaio poteva essere in piano, ma io l’ho fatto per seguire un flusso di informazioni che passavano di lì”, e così via.

Non si vede perché queste forme che non si possono descrivere (sono indescrivibili), di cui si ignora la legge di formazione, di cui si ignora tutto, debbano essere più attraenti delle altre. Vi si vive meglio? No. Sono più economiche? No, anzi. Sono più ecologiche? No. Sono più contestuali? No. Però, mi si dice, rappresentano meglio la nostra epoca. Ecco che torna lo Zeitgeist.

Non credo a questo transfert di paradigmi tecnologici o scientifici che passano senza colpo ferire dalla scienza all’architettura. Ha veramente ragione Natalini quando dice che l’architettura è una cosa che ha più a che fare con l’agricoltura che con la meccanica o le biotecnologie.

La relatività di Einstein ci ha convinto che i raggi di luce si curvano passando vicino a masse enormi, ma i solai li facciamo ancora con una livella orizzontale. Se devo andare su Marte, la quarta dimensione mi può interessare: se devo fare l’intonaco sulla parete, no. I frattali di

Mandelbrot certo ci spingono a vedere il mondo in maniera diversa. Ma come questa maniera possa influire direttamente sul prodotto formale dell’architettura non saprei dire.
L’architettura è molto complessa e questa sua complessità è anche la sua ricchezza, la sua bellezza, la sua lentezza. Molto complessa anche dal punto vista concettuale, intendo. Non ha bisogno di innamorarsi dell’ultima moda. Non ne avrebbe bisogno. L’architettura non è arte applicata: sono semmai le arti ad essere architettura ridotta.

Ogni architettura dovrebbe avere in sé il DNA delle architetture che l’hanno preceduta. L’architettura del tempo presente ha perso questa continuità: come confrontare il Colosseo di Roma con il “nido” di Herzog et de Meuron? Io non ci riesco. Non ho più gli strumenti per giudicare, per collegare per relazionare, per fare un catalogo. Terminata l’epoca delle ideologie, razionalista, socialista, ecc., consumato in fretta il post-modern, non saprei più fare (impostare nemmeno), un discorso scientifico. Ora c’è l’ambientalismo: un animale da soma per qualsiasi cosa si produca oggi. Io penso, per esempio, che il giardino verticale sia una delle più grandi idiozie (o trovata pubblicitaria), dell’attualità. Credo ancora che l’edera serva a mascherare una brutta architettura: soprattutto in città. Credo ancora che il giardino migliore sia quello orizzontale. Ho dei dubbi anche sul tetto giardino, e la ragione è presto detta: immaginarsi Assisi, Perugia, Spoleto, con dei tetti verdi mi sembra una perdita secca sotto il valore estetico e didattico. La perdita è secca e non è compensata né mitigata da ragionamenti di tipo energetico. Se un giorno dovessimo arrivare a mettere l’erba sui tetti di San Gimignano, vorrà dire che avremo perso tutte le altre battaglie, sugli altri fronti. Il verde dei tetti sarà la nostra bandiera bianca. Giovanni Paolo II disse una frase molto bella, seppure in tutt’altro contesto: “Il mondo soffre per mancanza di pensiero”. L’erba sul tetto vuol dire che non siamo riusciti a trovare valide alternative nei settori dei materiali, della tecnologia, e infine, dei consumi. Io sono per l’ecologia e per il risparmio energetico, ma sono per un’ecologia purificata da una razionalità completa, saggia, equilibrata, che non distrugga millenni di costruzioni, di opere d’arte (la città è un’opera d’arte), per risparmiare dell’energia che serve poi a mandare TV o telefonini.

“Case che rassomigliano a delle case.” (Adolfo Natalini)
Mi rendo conto, avviandomi alla fine, che di questa architettura presente salvo poche cose (forse rappresento un’anomalia dello Zeitgeist), e che la maggior parte dei miei ragionamenti ha messo in luce un atteggiamento distruttivo.
Tuttavia credo che emergano, in profondità, alcuni punti fermi, alcune pietre miliari su cui forse poter impostare una riflessione.
Primo: riconosco all’architettura attuale l’aver portato in Italia delle vere e proprie nuove figurazioni. Penso alle potenti masse ed equilibri di Anton Garcia Abril, alle superfici di Herzog et de Meuron, alle raffinate tecnologie di Forster, e ad altri molti spunti. Credo che queste suggestioni formali non andranno perse, così come la tecnologia che le accompagna, e che saranno fertili ed utili a molti giovani architetti: occorre solo un po’ di inerzia.
Secondo: queste nuove figurazioni, eventi e costruzioni, impongono una riflessione approfondita sui confini tra arte, architettura e design (che cos’è l’ultima creazione di Koolhas per Prada?).
Terzo: credo che la necessità di ricostruire una teoria dell’architettura, una teoria completa: teoria estetica, teoria funzionale, teoria urbana, ecc., possa essere solo utile all’architetto ed all’architettura stessa. Credo che questa teoria dovrebbe mettere al centro della propria riflessione il concetto dell’identità (è superato? va recuperato?), quello della memoria, quello dell’etica (per chi costruiamo? che cos’è l’architetto oggi?), quello dell’ambiente, quello dell’insegnamento.

Di fronte alla la caserma di Vitra a Weil am Rhein di Zaha Hadid, mi chiedo sinceramente e spesso se io non sia la mosca di Derrida, che sbatte contro il vetro e che continua a non capire.
Poi però, dopo una giornata di lavoro, torno alle mie adorate città umbre (Spoleto, Spello, Montone) e sono contento di ri-trovare delle case che rassomigliano a delle case. Forse non c’è alcun vetro.