I casi di San Remo e dei premi gonfiati ai dirigenti dell’Inps non possono non trovare spazio di riflessione. La prima reazione, da cittadini prima ancora che da operatori, è quella dell’indignazione e della rabbia, per comportamenti immorali, prima che illeciti sul piano penale. Ma, la reazione a caldo serve a poco. Il problema è […]
Autore: bmbarch
Centralizzazione degli appalti flop annunciato
Ancora sulla semplificazione *
Grazie all’assessore Bartolini che mi ha invitato a fare un intervento in questa giornata così intensa. Come da invito ricevuto, resterò nei 15 minuti assegnatimi. L’intervento è più lungo e articolato, ma mi riprometto di inviare all’assessore l’intervento in forma scritta. Cerco di sintetizzarlo in punti chiave, magari rendendoli più vivaci. Chiedo scusa, infine, se l’intervento è un po’ centrato su materie che conosco meglio. Quando pensiamo alla semplificazione pensiamo normalmente alla semplificazione normativa. Tuttavia potrebbe essere non sufficiente o non adeguata. Proietto questa unica slide che mi serve a svolgere meglio il ragionamento.
E’ un procedimento nel quale il mio studio è impegnato da un po’ di tempo. E’ solo un esempio: si tratta di una riqualificazione di un grande allevamento dismesso. Ecco, possiamo vedere, sentire, toccare quasi, il procedimento come un insieme di archi e nodi (l’immagine scelta per la locandina, come vedete, fa da contrappunto alla mia. E’ stato un caso, ma è significativo). O lo possiamo vedere, in maniera forse più poetica, come un fiume con i suoi affluenti. In effetti il mio obiettivo è arrivare il più velocemente possibile al mare, non importa come. La semplificazione può allora farsi riducendo: uno, i nodi procedimenti (gli eventi, gli organismi); due, riducendo la lunghezza degli archi; tre, riducendo entrambi. La semplificazione è cosa leggermente diversa dallo snellimento. Possiamo avere dei procedimenti complessi ma veloci e dei procedimenti semplici ma lunghi. Il procedimento semplice, ma lungo può essere visto come un lungo meandro di un fiume: è semplice, ma è lento.
a) Ridurre i nodi procedimentali.
* Significa passare dalla co-pianificazione alla co-gestione. Mentre la co-pianificazione è entrata nel nostro vocabolario amministrativo, la co-gestione no. Cogestione significa mettersi tutti davanti al tavolo, nella stessa finestra temporale. E’ quello che avrebbe dovuto fare la Conferenza di Servizi.
Ciò significa probabilmente mettere mano all’architettura del sistema: passare alla gestione convenzionata di alcune funzioni del Comune, almeno all’Unione dei Comuni, se non alla Fusione dei Comuni. Credo che questo scenario sia inevitabile e quindi non posso che essere d’accordo con l’amico Alessandro Bracchini che ha già evidenziato l’importanza di questo tema: ridurre i centri decisionali.
* Per poter togliere qualche nodo, avendo comunque la garanzia della bontà e della legalità del prodotto finale, bisogna passare dalla valutazione dell’ufficio all’autovalutazione del privato e poi al controllo a campione (in itinere e ex post). Anche su questo punto ha detto più che bene l’arch. Bracchini: spostare l’azione amministrativa al controllo ex post. Per fare questo occorre un quadro legislativo chiaro e certo.
b) Ridurre i tempi di ogni arco.
* Spesso si è semplificato solo per questa via: comprimendo i tempi di istruttoria. Ma sotto un certo tempo questi non possono andare. Se i nodi rimangono tanti, il tempo si allunga necessariamente. Si può fare di meglio sui singoli tempi di istruttoria? Non lo so: mi sembra che siamo a un buon punto. Sotto qualche giorno di istruttoria non si può scendere. Un piccolo miglioramento di questo elemento costerebbe un grande sforzo.
* Anche in questo caso passare dalla co-pianificazione alla co-gestione può essere determinante. Anche in questo caso la cogestione aiuta, poiché la valutazione avviene in una unica sede e i tempi possono essere inquadrati in quella finestra temporale.
* Sia per i privati che per gli uffici pubblici occorre avere un quadro legislativo chiaro semplice, agevole. Già una tecnica redazionale delle norme potrebbe aiutare. Più chiarezza: niente sinonimi, periodi corti, possibilmente nessuna subordinata, niente ovvero, senonché o altri avverbi. Se le frasi sono corte, atomizzate, con delle ripetizioni dei sostantivi (anche se la cosa può magari non piacere ai cultori del diritto o della lingua), a noi tecnici non dispiace.
* Per ridurre i tempi di ogni arco bisogna ridurre il front-office. In effetti la slide che vi ho mostrato non è completa, poiché manca tutta la parte che sta a monte della nascita del singolo affluente. Tutto il tempo impiegato dal privato per arrivare a confezionare e a presentare i documenti giusti corretti esaustivi, noi possiamo anche fare i furbi e non considerarli nel nostro tempo del procedimento. Ma sono costi che noi sosteniamo comunque come cittadini, come collettività. E’ inutile evitare il problema. Nel tempo del procedimento occorre mettere anche un tempo di front-office che sta prima della segnatura di protocollo. Direi anche che il tempo di front-office è oggi un indicatore di quanto l’azione amministrativa non sia semplice.
In questa seconda sezione dell’intervento voglio evidenziare alcune criticità attuali.
1. La Conferenza di servizi. Poiché la Conferenza di Servizi appare come lo strumento principe della semplificazione, occorre vederlo da vicino. Nonostante la Regione continui ad inviare note ai Comuni in cui si raccomanda di venire in Conferenza con un solo rappresentante dell’Ente, anche la Regione arriva spesso con più soggetti in conferenza, e spesso con opinioni non preventivamente armonizzate. Spesso qualcuno arriva in Conferenza con il parere già scritto, e allora mi chiedo se non era più semplice e snello inviarlo via mail. Tra l’altro non è chiaro se il soggetto debba essere DELEGATO o LEGITTIMATO (vengono usate spesso e alternativamente le due formule), e se le due espressioni abbiano lo stesso significato giuridico. La L. 241/90 preferisce il legittimato. Il problema si pone in Conferenze di servizi in generale, ma soprattutto in conferenze dove è prevista una variante al PRG. Non so, confesso la mia ignoranza sul punto, su chi debba o possa legittimare il soggetto che viene in conferenza. L’istituto della delega mi è un po’ più noto, invece, e si basa sul presupposto che chi delega abbia almeno l’autorità per farlo e la competenza. Nel caso di PRG, l’unico soggetto competente è il Consiglio Comunale. Quindi mi pare che solo il Consiglio Comunale potrebbe delegare il soggetto a venire in conferenza. Se si deve trattare poi di una delega specifica e limitata solo al caso in esame (e non magari di una delega “al buio”, per tutto l’anno), si pone un problema di tempi. Infatti le conferenze vengono convocate con 20 giorni (e sempre meno) di anticipo. Ma se l’unico soggetto che può delegare una decisione sulla variazione del PRG è il Consiglio Comunale, occorre avere il tempo fisico di convocare lo stesso consiglio, che deve essere consapevole dell’oggetto sul quale è chiamato a pronunciarsi e di lasciare il tempo che la deliberazione acquisti efficacia. E prima ancora occorre spesso convocare una Commissione Consiliare. Spesso i tempi previsti non consentono questi passaggi. Credo che la delega del Sindaco, in casi di variante al PRG, non sia efficace. Ma su questi punti chiedo il vostro conforto. Altro aspetto, sebbene più sfumato, appare quello della indizione della conferenza. Pochi la fanno, non si capisce se è necessario o meno, se la mancata indizione possa essere un vizio forte della conferenza. Se non ce n’è bisogno, si potrebbe togliere. La Conferenza di servizi telematica e istruttorie su documenti digitali. In questo caso occorre fare i conti con la realtà tecnologica di molti comuni e con la difficoltà di fare istruttorie su schermi da 17”. E’ impossibile. Per arrivare a digitalizzare queste cose occorrono strumenti più potenti (linee più veloci, connessioni stabili, schermi televisivi). Altrimenti è impossibile garantire una qualità ordinaria di istruttoria.
2. Pareri “impasse” (parere favorevole purché rispetti la norma). Sono impegnato in vari procedimenti urbanistici complessi (PRG in primis). Pervengono, in Conferenze di Servizi, molti pareri del tipo: “Parere positivo purché il PRG sia conforme al PS2” oppure “Parere favorevole purché il Piano si attenga alle disposizioni del Piano X, della Legge Y, del Regolamento Z”. E questo da parte della Regione, della Provincia, dell’ATI. Per non parlare degli ultimi pareri della sezione idraulica della Provincia su Piani Attuativi: “Parere favorevole con queste prescrizioni. L’istante è consapevole di convivere con situazioni di rischio … La Provincia è quindi esonerata da ogni responsabilità in caso di evento calamitoso … L’attuatore dovrà predisporre un Piano di Emergenza Locale …”, ecc. Non riesco a comprendere il ruolo e l’efficacia di detti pareri e anche qui chiedo il vostro conforto.
3. Commissione Edilizia. Nell’art. 4 del Testo Unico nazionale, la Commissione è una facoltà lasciata ai Comuni. In Umbria è invece necessaria. Ora, per quanti sforzi e acrobazie amministrative si possano fare, è evidente che il passaggio in Commissione aumenta (di almeno 1 nodo) la complessità del procedimento. Abbiamo dunque una Commissione che deve obbligatoriamente esprimere parere su alcuni progetti. Ma detto parere è solo consultivo per chi firma il provvedimento finale. A me pare una cosa poco equa. E’ facile consigliare con facilità un diniego perché non piace la gronda o il colore se poi a firmare e andare davanti al giudice è un altro. La Commissione cerca poi di assolvere due funzioni diverse: una di controllo dell’edificazione (anche se teoricamente, sotto il profilo estetico), e una didattica, attraverso la pubblicazione di linee guida. La seconda viene quasi mai attuata. Sulla prima occorre essere onesti. Si dice infatti che il nostro territorio è stato “stuprato” negli ultimi 70 anni. Forse è vero. E’ invece assolutamente vero che la Commissione c’è sempre stata in questi 70 anni. Francamente non credo che la Commissione edilizia abbia evitato chissà quali scempi nel territorio.Le commissioni si trovano a valutare progetti di architetti molto importanti (Mario Botta, ecc.) a livello nazionale e poi a livello locale. Con quali titoli di merito i commissari possono valutare colleghi molto più famosi e competenti? Così come è non funziona. La Commissione telematica asincrona è oggi improponibile. Si tradurrebbe oggi in un giro vorticoso di mail.
Chiudo il mio intervento con una piccola sezione di proposte operative.
1. Mi chiedo se non sia possibile riunire la valutazione del PRG a 360 gradi tramite una sola conferenza (VAS e urbanistica). Potrebbe essere la conferenza istituzionale, per esempio Non si possono distinguere i due procedimenti senza che uno arrivi a valle dell’altro e debba “obtorto collo” subire le prescrizioni dell’altro. Le prescrizioni della VAS possono infatti modificare il PRG così come licenziato dal Consiglio Comunale, che potrebbe a questo punto (a mio avviso giustamente), rivedere le proprie scelte. E ciò comporterebbe un’altra fase di pubblicità del piano, in un gioco che non finisce mai. Poiché ritengo che la VAS assumerà sempre più importanza e credo che sarà impossibile riportarla in posizione ancillare rispetto all’urbanistica, mi chiedo appunto se la ponderazione degli interessi avvenga in seno alla stessa conferenza.
3. Open data. L’accesso all’informazione e al dato spesso costa più (in termini di tempo, del progetto). I file della Regione, della Provincia, dell’ARPA, vanno pubblicati in forma aperta senza restrizione. Non vedo la difficoltà e il rischio di questa operazione di trasparenza e accessibilità. I file formato shape del PTCP, del PUT, del PAI, della CTR, del PPR dovrebbero essere immediatamente disponibili sul sito.
3. Non so che fine faranno le Province. Se restano, mi chiedo se ad esse non possa essere affidato non il piano di area vasta (ormai ho abbandonato l’idea), ma almeno la conoscenza di area vasta. Che significa? Significa che la Provincia potrebbe costruire il Quadro Conoscitivo dei Comuni, così come richiesto dalla legge, sia per la materia urbanistica che per la VAS. Al Comune resterebbe solo il progetto su cui concentrare le proprie forze. Oggi per un piccolo Comune è diventato quasi impossibile pensare di fare un PRG: costa troppo poiché sono troppe le figure professionali da chiamare per decifrare una montagna di documenti. Ne cito alcuni, tutti necessari in sede urbanistica o in sede di VAS: PPR, PUST, PRRA, PQA, PTCP, PAI, PTA, PRT, Relazione sullo stato dell’ambiente, DST, PSR, ecc. Si tratta di una mole di documenti da mettere a sistema e da trarre a sintesi e da disarticolare per Comune: uno sforzo notevole che i Comuni più piccoli oggi non possono più sopportare.Questa idea avrebbe due effetti collaterali: primo, metterebbe tutti i Comuni quasi sulla stessa base di partenza per valutare la bontà del progetto. Secondo: potrebbe consentire alla Regione di far lavorare qualche professionista in più, costruendo un quadro conoscitivo analitico.
4. Commissione edilizia. Sfoltire ancora gli interventi soggetti alla Commissione. Aprire la Commissione alla cittadinanza. Rendere i Commissari responsabili del parere in solido con il dirigente. Pubblicare i verbali sul sito. Commissione edilizia di più Comuni o di Unità di paesaggio così come individuati dal PPR. Commissari ben titolati e ben pagati per il servizio qualificato che offrono.
5. Ridurre, per quanto possibile, il lavoro che c’è nel contenzioso di piccole cose. Che uno abbia realizzato una recinzione in area PINA (Particolare Interesse Naturalistico Ambientale) o abbia realizzato l’abuso di Punta Perotti, il lavoro amministrativo per gli uffici è sempre quello (ordinanze, verbali, sopralluoghi, ecc.). Una enormità di tempo di persone di mezzi spesso per demolire un pollaio di lamiera. Bisognerebbe poter chiudere il procedimento in maniera più snella per illegittimità più lievi.
5. I tecnici privati fanno spesso un gran lavoro, nel presentare una pratica edilizia o urbanistica. Lavoro analitico di raccolta e di offerta di dati preziosi che spesso va perso. Ecco, forse si potrebbe standardizzare i documenti tra tecnici e amministrazione, in modo che la compilazione dei dati vada a popolare il database del Comune, concordando sulla formalizzazione dei dati. Magari questo standard potrebbe essere un’applicazione che gira sul browser. La relazione tecnica deve essere composta da campi in cui ci siano descrizioni e dati. I dati serviranno poi a popolare il database del Comune, magari su una piattaforma internet, con un unico formato.
Idee per una casa semplice nella periferia di Bastia Umbra
Il PRG Parte Strutturale del Comune di Laputa (IG)
- Limitare il consumo e l’impermeabilizzazione di suolo mediante politiche che riducano l’urban sprawl
- Delocalizzare attività rumorose o moleste dai centri abitati
- Limitare il consumo di suolo mediante l’incentivazione di forme ecosostenibili di riconversione urbana
- Consentire a tutti gli edifici il “diritto al sole”
- Protezione dal rischio di esondazione
- Ricreare nei nuovi insediamenti l’effetto città
- Protezione dal rischio di frane
- Ridurre la produzione di acque reflue
- Ridurre il consumo di acqua potabile tramite erogatori differenziati
- Incentivare piste ciclopedonali
- Incentivare la raccolta differenziata
- Incentivare il verde urbano e territoriale anche in funzione di compensazione della CO2
- Incentivare la mobilità dolce
- Evitare insediamenti in ambiti paesaggisticamente rilevanti
- Evitare l’insediamento di attività rumorose o moleste
- Incentivare forme di produzione di energia da fonti rinnovabili
- Favorire la riqualificazione dei centri storici
- Implementare la Struttura Urbana Minima nei centri consolidati
- Incentivare la creazione di percorsi alternativi
- Creare piattaforme di interscambio modale
- Tutelare il paesaggio storico e identitario
- Attuare il Piano di Risanamento Acustico
- Evitare nuove fonti luminose
- Creare zone ad alta sicurezza urbana
- Realizzare nuove scuole con ampie dotazioni di verde permeabile
- Incentivare la creazione di Corridoi Ecologici
- Incentivare la creazione di nuova occupazione
- Favorire i mercati a Km 0
- Mantenere forme storiche di coltivazione dei fondi
- Favorire il ritorno della residenziali nei centri storici
- Attuare il PEBA (Piano Eliminazione Barriere Architettoniche)
- Favorire l’economia digitale
- Evitare per quanto possibile, la collocazione di antenne e ripetitori
- Attuare un Piano di Monitoraggio in tempo reale
QUANDO UN MATTONE … E’ UN MATTONE (2) …
Primi elementi per una lettura ampliata della città
Come leggere la città? Come deve leggere la città un architetto? Parlo di una lettura “poetica”, ovviamente: di una lettura che è volta a un progetto. Le letture classiche prevedono le analisi:
* storiche di sviluppo urbanistico
* del traffico
* dei parcheggi pubblici
* dei parcheggi privati
* del verde pubblico
* del verde privato
A queste bisognerebbe affiancare, a mio avviso, quelle che seguono (anche sotto forma di catalogo):
* dei materiali che compongono la città e la parte di città. Le pavimentazioni, i materiali da costruzione, i colori, ci dicono molto sulla città.
* attacco a terra, attacco al cielo. Gli edifici hanno sempre un punto (o meglio: un luogo) di contatto con il terreno e un luogo di di contatto con il cielo. Il primo è ovviamente un luogo fisico, mentre il secondo è solo concettuale. Tuttavia in Italia il cielo è così netto che non è difficile dire che ci sia un contatto fisico tra l’edificio e l’orizzonte. Ogni città ha dei modi particolari e ricorrenti di risolvere questi due luoghi.
* dei segnali della città (insegne, cartelli, cestini, pensiline di attesa, delle panchine, ecc.). Non sono capace di apprezzare appieno il cosiddetto “arredo urbano”. E’ comunque innegabile che la cura con cui una città viene curata in questi dettagli dice molto del carattere degli abitanti.
* dei ritmi di pieni e vuoti in alzato. Ritengo che sia uno dei temi più importanti nella lettura della città, soprattutto quella italiana, quella umbra. Questi ritmi variano durante le epoche e secondo i punti cardinali. La geometria varia in relazione alla visibilità dell’edificio. Il ritmo contiene ovviamente la dimensione degli elementi.
* dei ritmi di pieni e vuoti in pianta. Anche in questo caso, la densità di vie piazze cortili parchi giardini orti consente di comprendere qual è il rapporto che gli abitanti hanno voluto introdurre e mantenere con il luogo. Il rapporto tra il pieno crea una tensione. Anche qui le dimensioni fanno la differenza. Piazza degli Innocenti a Firenze è ancora una piazza: la Piazza Rossa di Mosca non è una piazza.
* degli usi (mixité degli usi). Questa lettura è un po’ più tecnica delle altre, ma consente di vedere quali sono gli usi che hanno consentito alla città di reggere, finora.
* usi attivi in fasce orarie. Anche questa è una lettura tecnica, e serve a essere collegata ad altre letture. In certi orari la città contemporanea è completamente “spenta”. Si faccia un giro nelle nostre zone industriali il sabato e la domenica e si capiranno tante cose. Altri luoghi della città subiscono lo stesso destino, oggi anche all’interno della città storica.
* degli orari della città. E’ una lettura complementare a quella appena qui sopra. Si tratta di vedere quali “settori” si accendono in certe fasce orarie.
* delle isocrone. Quanto tempo occorre per raggiungere il centro? A piedi? In bici? In auto? Ecco allora che la città si deforma sulle isocrone.
* dei monumenti. Trovo che i monumenti, le lapidi, le epigrafi, ecc. benché viste nella distrazione e poco apprezzate dalla gioventù, divengano, con l’età, molto importanti. E poiché la nostra società è composta anche dagli anziani, dai nostri nonni, non possiamo evitare che queste cose esistano. Molte città, nel moderno, hanno cominciato un lento ma inesorabile processo di allontanamento di questi elementi per far posto a cose più “politically correct” come alberi di ulivo, affogando le iscrizioni in un intonaco sovrasquadro, e così via.
* della possibilità di visuali libere sul paesaggio. Alcune città hanno un rapporto visuale particolare con il proprio paesaggio. Penso alla terrazza di Piazza dei Consoli di Gubbio, o la piazza-via dell’Arringo di Spoleto, le piazze aperte di Ferrara, i vicoli con gli scorci di Spello, Montefalco. O le città di mare. Ogni città è insomma immersa nel proprio paesaggio e a volte ne sceglie (almeno così mi piace pensare) i brani migliori.
* del silenzio. Alcune città sono più silenziose di altre, al di là della dimensione effettiva. Alcune parti sono più silenziose di altre. Ci sono posti in cui in Italia si può prendere il caffè all’aperto e sentire una voce umana dall’altra parte della piazza. Ci sono posti in cui è ancora possibile sentire il rumore dei tacchi che si immagina di una bella donna che ora sbucherà da quel portico. Ci sarebbe poi da parlare sulla lingua del posto e sul “brusìo”.
* presenza di spazi misti (pubblico- privato). Gilles Clement ha parlato del Terzo Paesaggio per il verde. Esiste una qualità simile per gli spazi urbani: penso alla Pianta di Roma di Giovan Battista Nolli. I piani terra sono aperti ai cittadini e a volte non è facile dire di chi è la proprietà di quegli spazi: sono privati? Pubblici? Sono spazi che hanno una certa porosità rispetto alla proprietà. E anche nella città storico questa porosità rimane: gli androni dei grandi palazzi nobiliari, le scalinate, i portici delle chiese. Sono spazi non recintati, in cui è tollerata una certa promiscuità.
* accessibilità (barriere architettoniche). Le barriere architettoniche sono costituite da tutti quegli elementi che impediscono la fruizione della città alle persone disabili, malate, ai bambini, agli anziani. Si tratta di barriere che non sono solo architettoniche, ovviamente. Ma queste sono quelle più evidenti.
* possibilità di usi alternativi di parti di città. La piazza italiana ha questo successo universale anche perché consente una pluralità di usi. Si va dal gioco alle adunanze politiche, agli spettacoli teatrali, circensi, alle fiere di animali ai mercati delle merci, dalle esecuzioni capitali all’esibizione di sé, dal luogo elettivo della socialità alle parate militari, alle processioni, al radunarsi nel emergenze. La nostra ansia di specializzare ha forse appiattito anche queste possibilità.
* sicurezza urbana (presenza di luoghi difficili, presenza di luoghi sicuri). Oggi è diventato un elemento molto importante, purtroppo. L’occhio del vicino, che credevamo troppo invadente, è stato sostituito dall’occhio delle telecamere. E’ diventato elemento così importante che oggi arriva a condizionare anche la progettazione architettonica degli edifici. Bisogna dunque essere capaci di leggere la città anche sotto questo profilo.
* del tipo di illuminazione. Con il tempo allungato della città contemporanea, l’illuminazione ha assunto un ruolo sempre più prevalente. Non tutti gli interventi di illuminazione dei palazzi e dei monumenti sono a mio avviso azzeccati, risolvendo in luce ciò che era stato pensato in ombra, togliendo massa lì dove era prevista. Ma la “maraviglia” della luce sovrasta anche questo tipo di errori. La luce notturna si lega ovviamente al tema della sicurezza urbana.
* leggibilità della città alla Lynch (confini, limiti, punti di riferimento, ecc.). La città si percepisce (e si ri-costruisce mentalmente) per parti significative. Queste parti sono state evidenziate da Kevin Lynch nei suoi libri da molto tempo, anche se onestamente si vedono poche analisi di questo tipo, sia all’Università che nella professione.
* del rapporto tra la città murata e i borghi circostanti. La città consolidata ha sempre dei borghi che si sono ormai assestati a ridosso della città più antica. E poi ci sono le frazioni, un po’ disperse, un po’ più lontane. Ogni città ha un modo di “sentire” le frazioni.
* della sezione stradale. Credo che uno dei metodi migliori per leggere l’urbanistica contemporanea e quella del passato risieda nel fare delle sezioni stradali. Il rapporto tra strada e edificio è infatti costituivo e denotativo.
* i cimiteri. Abbiamo espulso i cimiteri dalla città dopo il 1804. Ma anche da lontano essi sono un elemento fondamentale della città. Il loro rapporto con la città “vissuta” è sintomatico. Anche la loro architettura rivela molte cose. Nei cimiteri odierni si sfogano oggi tutte le frustrazioni dei progettisti (geometri, ingegneri, architetti), che non riescono a trovare soddisfazione nel tessuto vivo.
* infine: le criticità, i passi falsi, gli errori. Ogni città ha subito degli attacchi. Ci sono interventi architettonici e urbanistici che non sono proprio riusciti. Di questi bisogna sapere leggere la genesi e saper individuare le azioni necessarie a correggere gli errori (se possibile), o a curare il malato (la città) anche con operazioni dolorose: demolizione. Bisogna però essere onesti e non cedere alla vulgata, al mainstream. Saper distinguere la buona dalla cattiva architettura è esercizio difficilissimo e richiede degli occhi allenati e delle motivazioni sensate e comunicabili. Il rischio è di basarsi su un’opinione molto popolare o su un dogma accademico e formulare giudizi molto affrettati. Questa delle criticità obbliga anche a una mappatura dei valori architettonici in gioco.
Tutte queste analisi non portano necessariamente a un progetto fortemente contestuale, che si adagia e che conferma l’identità del luogo. Se l’identità è la stratificazione di ciò che siamo stati, l’arte ha il pregio e il discrimine di ampliare sempre la nostra identità: dopo una buona opera d’arte non siamo più gli stessi. Ecco, se il progetto d’architettura condivide qualcosa con l’opera d’arte, esso può benissimo ampliare la nostra sensibilità e la nostra identità.
GRAZIE GRANDE MICHAEL … CHE CI HAI INSEGNATO ANCHE A SORRIDERE … CON L’ARCHITETTURA …
MANNAGGIA …
Sul territorio agricolo*
Una riflessione seria sul territorio agricolo si impone.
Sul territorio agricolo e soprattutto sui suoi manufatti. Su un sistema, direi quasi, costituito da territorio, manufatti ed infrastrutture. Un sistema costituito quindi da campi, boschi, corsi d’acqua, strade, ponti, case, fienili, stalle.
Non si può non pensare, come condizione ideale, al quadro di Piero della Francesca con il Duca di Urbino, che si staglia su un paesaggio estremamente curato. O alle vedute del Perugino, del Raffaello, di Leonardo.
Purtroppo, alla base di una pianificazione che riguarda da vicino anche l’agricoltura, quale può essere anche la legge urbanistica regionale, sembra che manchi uno studio economico e sociale approfondito. Appare opportuno fare un’analisi, seppure solo abbozzata, della produzione agricola attuale. Esistono vari tipi di aziende.
La prima è la grandissima azienda. Il proprietario vive in un ampio casolare ristrutturato. Organizza il lavoro della sua azienda con qualche familiare. Ha molto spesso più di un podere. Ha quasi tutte le macchine che gli occorrono: trattori, seminatrici, trebbiatrici, irrigatori, mungitrici, ecc. Spesso i poderi sono in affitto a famiglie che curano l’orto o lavorano per lo stesso proprietario. Il patrimonio immobiliare (case, annessi, stalle) è del tutto funzionante. La potenza impiegata per ettaro è molto alta.
La seconda azienda è quella media, residuo della famiglia ancestrale. Il contadino cerca in questo caso di organizzare la sua produzione in modo da avere non tutta la tecnologia sufficiente. Il reddito è medio-basso. Troviamo il grano, l’orzo, l’avena, animali da cortile. L’indice di motorizzazione è basso. I fabbricati sono quasi tutti utilizzati.
Vi sono poi i terzisti. Possessori di trattori o di mezzi specializzati per determinate operazioni. Spesso vivono in campagna in aziende medio piccole. Hanno a disposizione fabbricati di notevoli dimensioni per rimettere le macchine agricole.
Vi sono poi le aziende agricole di nicchia. Aziende che si basano su pochi prodotti, di elevata qualità (olio, vino, farro, salumi, ecc). Spesso sono anche in luoghi pregevoli ed integrano il reddito con attività agrituristiche o similari.
Vi sono infine aziende zootecniche (bovini, suini). Da un punto di vista dei fabbricati questa azienda rappresenta un vero nodo da sciogliere. Spesso, infatti, la volumetria in dismissione è elevata.
Vi sono infine gli alberghi e ristoranti di lusso in campagna mascherati da agriturismo. Hanno spesso nomi fascinosi (relais, tenuta, ecc.), ma sono avulsi da qualsiasi rapporto produttivo con la campagna circostante.
Questo è a grandi linee, il mondo agricolo oggi.
Finché l’azienda agricola è vitale, sembrano non esservi problemi (torneremo comunque su questo punto quando parleremo della residenza). Il problema si pone quando ci si ritrova con degli immobili abbandonati. Ora, a parte il gusto per la rovina in sé, che appartiene ad una cultura estetizzante, un immobile abbandonato segnala un mutamento sociale forte ed improvviso.
La scelta politica da fare è quella che riguarda gli annessi in stato d’abbandono ci chiedono di fare. Una buona parte della sinistra più radicale (lo dico senza polemica), chiede di “congelare” il paesaggio così come si trova. Perseguendo questa linea si ritrova nella condizione di avere un atteggiamento reazionario di fronte al mondo contadino. E’ infatti in virtù di un pensiero edonistico e superficialmente ecologico, cioè per nulla progressivo, che si chiede una cosa simile.
Perché abbiamo molti immobili in dismissione? Se non si parte da questa domanda, a mio avviso, non riescono a calibrare le giuste contromisure.
I modi della produzione contadina non sono infatti più quelle di 50 anni, ma nemmeno quelle di 30 anni fa.
La tipizzazione che ho tracciato poco prima ne potrebbe essere la parte più visibile. Per sostenersi economicamente (contributi integrativi statali a parte), l’azienda agraria deve oggi trovare nicchie di mercato (alta qualità, DOC, DOCG, biologico, agriturismo) o specializzarsi in un settore (zootecnico o agricolo non fa qui la differenza), dimensionando la produzione in maniera adeguata. Semplifico ancora il discorso: sotto una certa soglia, data dalla dimensione aziendale e dalla tecnologizzazione, un’azienda agricola rischia di non decollare mai. Le aziende che non rientrano in questo schema sono destinate a deperire.
A questo si aggiunge un’altra dinamica tutta sociale: quella degli addetti all’agricoltura. Anche qui l’indice uomo/produzione lorda vendibile (il PIL dell’azienda agraria), vede il primo termine sempre in diminuzione. Questo vuol dire che i figli del contadino che fino ad ora era riuscito a sopravvivere in campagna, non coltiveranno la terra e si spartiranno l’azienda paterna. Ad un figlio andrà la casa, all’altro la terra con il fienile, ad esempio. Ne deriva una frammentazione che incide sulla dimensione dell’azienda media.
Approdando alla L.R. 11/2005, l’aspetto più iniquo appare proprio il “taglio” che si dà al recupero degli annessi agricoli. Infatti, chi ha la fortuna di avere un fabbricato residenziale e degli annessi può recuperare fino a 200 mq. degli stessi, anche con cambio d’uso.
Chi non ha la fortuna di avere un casolare e annessi, ma si ritrova, per vicende legate alla polverizzazione della proprietà contadina, ad avere solo gli annessi, è costretto a vederli degradarsi in rovine, o a mantenerli come solo annessi agricoli, magari del tutto incongrui con un’attività agricola che non c’è più.
Accenno infine al problema dell’abitazione, anche in seno ad un’azienda agricola vitale. L’indice attuale (2 mq/Ha.), è forse interessante per grandi proprietà dell’eugubino, dello spoletino, del sistema Norcia Cascia. Di nessun interesse per la maggior parte delle piccole proprietà umbre. Anche nel caso della nuova residenza, sono state favorite le grandi proprietà fondiarie.
Anche qui c’è bisogno di maggior coerenza. Se dobbiamo pensare all’agricoltura come ad una funzione da mantenere, ne consegue che dovremmo anche riflettere sulla possibilità di insediare la nuova fattoria (più piccola, più dinamica, integrata a valle verso il commercio ed il turismo). Una volta deciso che il nuovo intervento sia a costo zero per la collettività e che cioè il nuovo residente provveda egli stesso alle opere di urbanizzazione, e che l’intervento non sia micidiale sotto il profilo paesaggistico, ritengo che una riflessione pacata sull’argomento potrebbe farsi.
D’altra parte non si può essere innamorati del Web, del modello reticolare, della città diffusa, e poi impedire fenomeni come questi. Se la città rinnega la sua forma e si disperde non può che disperdersi in campagna.
Il secondo aspetto incoerente è la delimitazione delle aree agricole di pregio, almeno per quanto riguarda la piana assisana, in prossimità della SS75.
Bisogna avere la coerenza e la forza di dire che la SS75, segnando la valle umbra da Collestrada a Foligno e tra poco fino a Spoleto, ne determina una vocazione economica. La stessa cosa succede per la E45, anche se in misura meno evidente.
Parto da due considerazioni, due fattori.
-
Il coefficiente di motorizzazione (auto/uomo, mezzo/uomo) è destinato ad aumentare.
-
Il rapporto chilometri percorsi/uomo, è destinato ad aumentare.
Quella strada fa sì che il territorio contiguo sia destinato a diventare una sorta di galleria commerciale, dove ai lati abbiamo i migliori esempi di edifici industriali disegnati però con grande cura. Ne cito alcuni ad esempio andando da Collestrada verso Foligno: CONBIPEL, Divani & Divani, CONCETTI, LOFT, ISA, I nuovi insediamenti del PIP, Guzzini Illuminazione, GRANCASA, Margaritelli, ecc. Sono edifici produttivi-espositivi-commerciali: una nuova tipologia.
Bisogna avere il coraggio di dire, allora, che per una fascia di che so, 100 m. di qua e di là della strada, il territorio almeno non può dirsi agricolo di pregio.
Pensare al territorio agricolo come ad una Zona ben delimitata, destinata monotematicamente a certi usi, è un nostro limite, e non una conquista. Le Zone Territoriali Omogenee sono un frutto avvelenato dell’urbanistica moderna. La storia del territorio ci insegna che esso è mutato nel tempo: si è passati dalle paludi ai campi, alle alberate, alle viti; si è passati dai boschi ai pascoli; dal maggese alla rotazione. Noi siamo innamorati di questo paesaggio, ma non perché sia il migliore possibile, solo perché abbiamo una sorta di miopia storica.
Perché questa confusione di idee sul territorio? Perché si scontrano due grandi correnti di pensiero: l’una vede nel “cuore Verde d’Italia” la propria identità, ma anche il proprio futuro economico; l’altra vede nel naturale evolversi dei mercati il percorso da seguire. La prima tende quindi per una sorta di cristallizzazione del territorio. Essa vede nel paesaggio un luogo (anche concettuale) intangibile. Parla spesso del paesaggio come bene non rinnovabile, appropriandosi (male) di una terminologia tutta economica.
La seconda vede nel territorio il luogo della propria identità, ma anche della propria azione. Le città, ma anche i territori vivono in virtù di un’economia, di un sistema economico, che tuttavia assume diversi pesi. Vi sono città marinare, di frontiera, militari, di fiera, ecc. Lo stesso avviene per interi territori.
Poiché la vocazione economica predominante del territorio umbro sembra essere quella turistica, e la prima corrente di pensiero avvalora di fatto questa tesi, bisogna vedere che cosa possiamo e dobbiamo sacrificare per mantenere e rafforzare questa vocazione. Capire, in definitiva, quanto questa vocazione sia rigida. Quanto permetta ad altre economie di fiorire.
Poiché parliamo di immobili, vorrei focalizzare la mia attenzione su questi, e in particolare le case della piana assisana.
E’ innegabile che vi siano in questa campagna dei casolari di notevole pregio. Immobili caratteristici, per forma, per materiali, per funzione, per tipologia distributiva. Sono degli immobili nati in un determinato periodo storico (e quindi sociale), destinati a varie funzioni: abitazioni, stalle, fienili, rimesse attrezzi e, in ultimo, essiccatoi. La residenza e la produzione agricola avevano bisogno di quei manufatti, così come dei pozzi, dei fossi di scolo, delle strade, dei filari di gelso. La relativa scarsità produttiva veniva compensata da grandi superfici, o da un più alto numero di animali. La quantità veniva compensata dalla se non qualità del prodotto, dalla sua genuinità.
Facciamo una piccola analisi della casa colonica umbra, e dunque anche bastiola, fino alla fine degli anni cinquanta. E’ generalmente costruita con materiali locali (pietra arenaria, calcare bianco e rosa), legno, laterizio. E’ impostata su due piani: al piano terra vi sono i locali funzionali all’agricoltura (fondi, magazzini, cantine, stalle), e sopra vi è la residenza vera e propria. Il piano superiore è diviso in maniera molto semplice: vi è spesso un grande locale con il camino che funge da cucina e soggiorno (termine del tutto inadeguato in questo caso). Lo stesso locale consente l’accesso alle varie camere e ad un eventuale magazzino. Ovviamente non vi sono locali igienici. Al piano superiore si accede attraverso scale esterne, aggiunte al perfetto parallelepipedo della casa in sé. La scala, l’accesso, nonché il lato più lungo dell’edificio sono disposti a sud, o comunque secondo una direzione che consenta di evitare i venti più freddi. L’impaginato delle finestre è molto semplice: delle bucature nette sovrastate da un architrave di legno o di arenaria. Spesso le dimensioni delle finestre sono identiche. Altrettanto spesso, però, le dimensioni e il numero delle bucature verso nord diminuiscono. La copertura è a capanna o a padiglione, con una modesta gronda. La gronda è modesta per evitare complicazioni costruttive: infatti il sistema funziona con dei semplici zampini di legno che non possono aggettare più di tanto rispetto al filo di facciata. Ovviamente non vi sono terrazzi a sbalzo (invenzione tutta urbana), vista la loro totale inutilità in campagna.
La pietra che vediamo ora in piena luce era stata pensata per essere protetta dall’intonaco. Le pietre cantonali sono spesso “graffiate” per consentire un migliore attacco dell’intonaco. La cosa è comprensibile, poi, pensando a quante ore di lavoro occorrevano per costruire anche una modesta casa in pietra fino a 50-60 anni fa. Le case erano fatte per durare generazioni e quindi la pietra doveva essere protetta da un buon intonaco di calce. I casolari più fortunati, costruiti in mattoni, potevano permettersi anche delle parti in faccia a vista, così come alcune case padronali con parti in pietra a faccia a vista. In generale tutto ciò che è stato pensato in faccia a vista presenta delle superfici levigate, per favorire lo scolo dell’acqua, e dei giunti finissimi, per lo stesso motivo. Il che significa lavorare la pietra fino a renderla perfettamente complanare. Se dunque avessimo visto casolari in pietra non intonacati, avremmo dovuto dedurne che quella famiglia non era in buone condizioni economiche, e che l’indigenza gli aveva precluso l’intonaco.
I portici sono rarissimi e nella casa colonica perugina sono ricavati all’interno del parallelepipedo, mai all’esterno. Spesso gli ingressi della parete sud sono protetti da leggerissimi pergolati coperti da piante rampicanti (glicine, vite, lillà).
I fienili sono costruiti per rimettere il fieno, ma sono invenzioni piuttosto recenti, e cioè da quando è stato possibile pressare il fieno. Prima di tale pratica il fieno veniva ammucchiato intorno ad un palo e pressato naturalmente e coperto poi da uno strato di paglia o di fieno da sacrificare. Tali fienili sono di solito tettoie molto capienti, molto alte e poco o affatto chiuse sui lati. Le costruzioni piuttosto modeste che ancora vediamo nelle campagne, costituite da una tipologia riconducibile alla capanna, con le pareti traforate, erano luoghi in cui si potevano mettere ad essiccare derrate o particolari alimenti o produzioni (la capanna della “pula”), che necessitavano di un luogo coperto e ventilato. Le pareti che troviamo in alcuni esempi, costituiti da laterizi piuttosto fini (pianelle) a corsi alternati, sono dovute, più che a motivi estetici, a motivi costruttivi.
Discorso a parte va fatto poi per gli essiccatoi per il tabacco, dedicati ad una sola funzione. Anche questi edifici sono piuttosto recenti nel paesaggio agrario umbro. Sono edifici dalla configurazione piuttosto particolare, riconoscibili soprattutto per l’altezza predominante rispetto alle altre dimensioni e per gli sfiati messi in copertura.
Mi pare che realtà storica dei fatti, pure se descritta grossolanamente, sia questa. La società era quella: i modi di produrre erano quelli. Quei fabbricati e quei manufatti avevano un senso, allora. Ma ora?
La dimensione media dell’azienda agraria è diminuita, il modo di produrre è cambiato, il numero dei componenti la famiglia è cambiato, il loro lavoro è cambiato. Le domande sono allora queste: che senso, che valore dare a questi manufatti? E come gestire questo valore?
Dobbiamo mantenere questi manufatti? Che tipo di trasformazioni possiamo tollerare su questi edifici? E come collegare tutto questo alla nuova realtà economica?
Vi sono al riguardo diverse opinioni. C’è chi vorrebbe mantenere questi edifici così come si presentano ora, nella loro integrità formale e materiale. Il nucleo fondante del ragionamento (se colgo nel giusto), è che questi edifici rappresentano un valore di tipo paesaggistico e che quindi vanno mantenuti perché parte di un sistema, costituito da agricoltura, edifici, strade, ecc. Le trasformazioni possibili sono pochissime o nulle. Un’ulteriore raffinamento del pensiero, sempre all’interno di questa categoria, consentirebbe delle trasformazioni ma solo all’interno, salvaguardando comunque l’aspetto esterno.
Un’opinione del tutto differente è sostenuta da chi vorrebbe demolire tutti gli annessi non più funzionali all’attività agricola, recuperare la volumetria e trasformare tutti i casolari in agriturismi ( oggi si legga: alberghi di lusso in campagna), o in country-house.
Mi sia permesso dissentire dalle due opinioni principali sopra enucleate e, al tempo stesso, tentare una strada nuova.
La critica alla prima opinione è questa: che se questi beni rappresentano un valore, questo valore si traduce, per qualcuno, in ricchezza. Questi casolari mantenuti attirerebbero più turisti che a loro volta introdurrebbero, nella zona, una certa ricchezza aggiuntiva. Ora, il lato debole è proprio questo: che tale ricchezza si ridistribuisce tra tutti salvo che tra i proprietari di questi fabbricati. Si istituisce cioè una condizione sperequativa, dove chi produce ricchezza non è affatto ricompensato. Se si tiene conto poi che mantenere i fabbricati rurali nelle condizioni in cui si presentano ora significa sostenere dei costi (di ristrutturazione e di gestione), si comprende come tale idea sia per la maggior parte rifiutata dalla maggior parte dei committenti. Vivere in una casa colonica di 100 anni fa senza apportare modifiche è difficile, se non improponibile. La cosa non deve stupire: è come se obbligassimo gli stessi proprietari a coltivare la lavanda perché a noi piace, da maggio in poi, vedere questi campi odorosi e colorati di viola. Agli occhi di qualsiasi proprietario terriero ciò apparirebbe come un’imposizione, un sopruso. E lo sarebbe. Nessuno ha più l’autorità necessaria per imporre una simile idea.
Ora, chi ritiene possibile un alto grado di trasformazione fisica e materica sui fabbricati rurali, ma solo all’interno, tenta di salvare “capra e cavoli”. L’operazione, prima di tutto, non è semplice come sembra. Infatti qualsiasi trasformazione interna di un fabbricato si ripercuote necessariamente anche all’esterno, e a meno che la modifica non sia che l’introduzione di un servizio igienico “cieco”, l’aspetto esterno del fabbricato dovrà per forza essere modificato. Ancora, le frequenti scale esterne dei fabbricati rurali sono incompatibili con la residenza così come la intendiamo ora, specialmente se il fabbricato è di un’unica famiglia, come succede sempre. Ne deriverebbe che la scala esterna dovrebbe essere mantenuta, ma sarebbe falsa, perché inutilizzata.
Nell’uno e nell’altro caso si ha una visione romantica e pittoresca del fabbricato rurale. Purtroppo siamo tutti colpiti dalla “Sindrome del Mulino Bianco”, per cui si va a visitare il Mulino Bianco della Barilla e dimentica l’abbazia di San Galgano a due passi dal primo. Sia consentito infine sostenere che da un punto di vista di storia dell’architettura, che per un architetto, alcune modifiche interne dei fabbricati sono “oscene” quanto e più di alcune modifiche esterne. Tra scale in cemento armato e solai piani a 2.70 m c’è da restare inorriditi in molte case coloniche apparentemente integre. La possibilità di consentire queste trasformazioni interne sembra più una soluzione di ripiego, che un’idea forte dunque. Tra l’altro è anche difficilmente implementabile. Quali operazioni sono consentite? E su quali fabbricati? Qual è l’autorità competente a giudicare la bontà o meno di simili interventi? Ancora, da un punto di vista filologico, le case coloniche andrebbero intonacate e non messe a nudo.
Ma basta fare un giro (o guardare le planimetrie delle concessioni edilizie), per rendersi conto che cosa è stato permesso nei casolari tipici. Il piano terra è stato trasformato da rustico a residenziale, disimpegnato da uno schema distributivo molto semplice: ingresso, soggiorno, pranzo, camere, bagno. Il tutto servito da disimpegni o piccoli corridoi. Se la proprietà è unica (nei casi di famiglie benestanti), vi è una scala ad U (spesso a chiocciola) che porta di sopra, dove trova sistemazione la zona notte. Se le proprietà sono distinte, o se si è consentito il B&B o l’agriturismo, la scala esterna raggiunge la tipica loggia, che nel frattempo si è trasformata in ballatoio, per dare accesso a più miniappartamenti. Le finiture interne si discostano poco dalle finiture ed arredi che abbiamo orami dappertutto: finto cotto, gres porcellanato, soffitti piani intonacati, armadi, cucine con elementi pensili, lampadari esagerati, ecc.
La ricognizione di tutti i fabbricati rurali del territorio è certamente operazione utile e lodevole. Tuttavia non è di alcuna utilità se non si hanno le idee chiare: se non si sa cosa fare di queste informazioni e di questo patrimonio. Non è pensabile, infatti, a fronte di tale rilievo, ipotizzare gli interventi consentiti o meno su ciascun edificio.
L’opinione di chi vorrebbe demolire tutto per recuperare il volume ai fini agrituristici o per ristoranti ha una sua logica. La logica è quella del profitto, per cui chi sostiene i costi e crea nuovo valore si vede direttamente ricompensato. Benché biasimevole dall’esterno, la cosa è comprensibile. Ritengo che bisognerebbe avere il coraggio e l’onestà intellettuale di dire che in una situazione analoga, anche noi faremmo lo stesso, a meno di non trovarci in condizioni economiche più che floride. Poniamo il caso che in condizioni economiche agiate, siamo riusciti ad acquistare un casolare e 5 ha. di terreno vicino ad Assisi, dopo una vita di risparmi. Siamo sinceri: chi di noi si metterebbe a coltivare il tabacco e ad essiccarlo nell’essiccatoio? Chi, leggi sanitarie a parte, metterebbe le mucche al piano terra? Chi, per andare dal piano terra al primo piano, uscirebbe a prendere le scale esterne? Nessuno.
Chi compra o ristruttura un fabbricato rurale tenta di ricavarne la maggior ricchezza possibile, a meno che non sia, torno a dire, così ricco da acquistare un casolare per solo diletto.
Una possibile soluzione passa per un concetto cardine dell’azione amministrativa e direi anche della cultura sociale di un paese: l’interesse pubblico. Questo è il discrimine che consente anche decisioni forti, ma mai illegittime e raramente impopolari, se ben calibrate.
Indico due strade diverse solo perché si differenziano nell’avere o meno necessità di un organo che decida sugli interventi proposti.
Innanzi tutto l’amministrazione dovrebbe fare un atto ricognitivo dei casolari e manufatti agricoli nella zona. Compiere un rilievo ed una schedatura analitica, anche dell’interno.
A seguito di questa schedatura, andrebbero classificati in tre categorie:
-
indisponibili a qualsiasi modifica (sola manutenzione)
-
disponibili a modifiche (esterne ed interne)
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disponibili alla demolizione
La prima categoria, ridotta a pochissimi esemplari, deve consistere in una “museificazione” (conservazione spinta). Sono quegli edifici di cui viene riconosciuto l’alto valore: gli esempi migliori per forma, materia, tipologia distributiva. Per i proprietari di questa categoria deve essere previsto un indennizzo particolare (incentivi fiscali, modalità perequative, indennizzo tout-court). Faccio alcuni esempi:
-
vi è l’obbligo di preservare quegli edifici secondo quello stato di conservazione (da decidere). Non sono consentiti usi se non quelli attinenti all’agricoltura in senso stretto. Se è possibile la residenza, bene, altrimenti la volumetria del fabbricato residenziale non è conteggiata, ed al titolare è concesso edificare una nuova residenza con la metà della cubatura salvaguardata. Tale nuova edificazione può essere concessa in loco o nell’ambito del territorio comunale.
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Vi è l’obbligo di preservare quegli edifici secondo un certo stato. Sono consentiti usi anche non attinenti strettamente all’agricoltura, che permettano un ritorno economico. Ai titolari va riconosciuto un indennizzo economico sotto forma di detassazione.
Gli edifici rientranti nelle categorie 2 e 3 non pongono, ai fini di questo scritto, particolari problemi. Sottostanno alla disciplina attualmente vigente per gli edifici in zona agricola. Sono consentiti gli usi agricoli e agrituristici in senso ampio.
* Si tratta di una riflessione fatta nel 2005, a seguito di una mia estemporanea presenza in una Commissione Edilizia, e argomento di discussione con il Prof. Nigro anni dopo.



