Sul territorio agricolo*

Una riflessione seria sul territorio agricolo si impone.

Sul territorio agricolo e soprattutto sui suoi manufatti. Su un sistema, direi quasi, costituito da territorio, manufatti ed infrastrutture. Un sistema costituito quindi da campi, boschi, corsi d’acqua, strade, ponti, case, fienili, stalle.

Non si può non pensare, come condizione ideale, al quadro di Piero della Francesca con il Duca di Urbino, che si staglia su un paesaggio estremamente curato. O alle vedute del Perugino, del Raffaello, di Leonardo.

Purtroppo, alla base di una pianificazione che riguarda da vicino anche l’agricoltura, quale può essere anche la legge urbanistica regionale, sembra che manchi uno studio economico e sociale approfondito. Appare opportuno fare un’analisi, seppure solo abbozzata, della produzione agricola attuale. Esistono vari tipi di aziende.

La prima è la grandissima azienda. Il proprietario vive in un ampio casolare ristrutturato. Organizza il lavoro della sua azienda con qualche familiare. Ha molto spesso più di un podere. Ha quasi tutte le macchine che gli occorrono: trattori, seminatrici, trebbiatrici, irrigatori, mungitrici, ecc. Spesso i poderi sono in affitto a famiglie che curano l’orto o lavorano per lo stesso proprietario. Il patrimonio immobiliare (case, annessi, stalle) è del tutto funzionante. La potenza impiegata per ettaro è molto alta.

La seconda azienda è quella media, residuo della famiglia ancestrale. Il contadino cerca in questo caso di organizzare la sua produzione in modo da avere non tutta la tecnologia sufficiente. Il reddito è medio-basso. Troviamo il grano, l’orzo, l’avena, animali da cortile. L’indice di motorizzazione è basso. I fabbricati sono quasi tutti utilizzati.

Vi sono poi i terzisti. Possessori di trattori o di mezzi specializzati per determinate operazioni. Spesso vivono in campagna in aziende medio piccole. Hanno a disposizione fabbricati di notevoli dimensioni per rimettere le macchine agricole.

Vi sono poi le aziende agricole di nicchia. Aziende che si basano su pochi prodotti, di elevata qualità (olio, vino, farro, salumi, ecc). Spesso sono anche in luoghi pregevoli ed integrano il reddito con attività agrituristiche o similari.

Vi sono infine aziende zootecniche (bovini, suini). Da un punto di vista dei fabbricati questa azienda rappresenta un vero nodo da sciogliere. Spesso, infatti, la volumetria in dismissione è elevata.

Vi sono infine gli alberghi e ristoranti di lusso in campagna mascherati da agriturismo. Hanno spesso nomi fascinosi (relais, tenuta, ecc.), ma sono avulsi da qualsiasi rapporto produttivo con la campagna circostante.

Questo è a grandi linee, il mondo agricolo oggi.

Finché l’azienda agricola è vitale, sembrano non esservi problemi (torneremo comunque su questo punto quando parleremo della residenza). Il problema si pone quando ci si ritrova con degli immobili abbandonati. Ora, a parte il gusto per la rovina in sé, che appartiene ad una cultura estetizzante, un immobile abbandonato segnala un mutamento sociale forte ed improvviso.

La scelta politica da fare è quella che riguarda gli annessi in stato d’abbandono ci chiedono di fare. Una buona parte della sinistra più radicale (lo dico senza polemica), chiede di “congelare” il paesaggio così come si trova. Perseguendo questa linea si ritrova nella condizione di avere un atteggiamento reazionario di fronte al mondo contadino. E’ infatti in virtù di un pensiero edonistico e superficialmente ecologico, cioè per nulla progressivo, che si chiede una cosa simile.

Perché abbiamo molti immobili in dismissione? Se non si parte da questa domanda, a mio avviso, non riescono a calibrare le giuste contromisure.

I modi della produzione contadina non sono infatti più quelle di 50 anni, ma nemmeno quelle di 30 anni fa.

La tipizzazione che ho tracciato poco prima ne potrebbe essere la parte più visibile. Per sostenersi economicamente (contributi integrativi statali a parte), l’azienda agraria deve oggi trovare nicchie di mercato (alta qualità, DOC, DOCG, biologico, agriturismo) o specializzarsi in un settore (zootecnico o agricolo non fa qui la differenza), dimensionando la produzione in maniera adeguata. Semplifico ancora il discorso: sotto una certa soglia, data dalla dimensione aziendale e dalla tecnologizzazione, un’azienda agricola rischia di non decollare mai. Le aziende che non rientrano in questo schema sono destinate a deperire.

A questo si aggiunge un’altra dinamica tutta sociale: quella degli addetti all’agricoltura. Anche qui l’indice uomo/produzione lorda vendibile (il PIL dell’azienda agraria), vede il primo termine sempre in diminuzione. Questo vuol dire che i figli del contadino che fino ad ora era riuscito a sopravvivere in campagna, non coltiveranno la terra e si spartiranno l’azienda paterna. Ad un figlio andrà la casa, all’altro la terra con il fienile, ad esempio. Ne deriva una frammentazione che incide sulla dimensione dell’azienda media.

Approdando alla L.R. 11/2005, l’aspetto più iniquo appare proprio il “taglio” che si dà al recupero degli annessi agricoli. Infatti, chi ha la fortuna di avere un fabbricato residenziale e degli annessi può recuperare fino a 200 mq. degli stessi, anche con cambio d’uso.

Chi non ha la fortuna di avere un casolare e annessi, ma si ritrova, per vicende legate alla polverizzazione della proprietà contadina, ad avere solo gli annessi, è costretto a vederli degradarsi in rovine, o a mantenerli come solo annessi agricoli, magari del tutto incongrui con un’attività agricola che non c’è più.

Accenno infine al problema dell’abitazione, anche in seno ad un’azienda agricola vitale. L’indice attuale (2 mq/Ha.), è forse interessante per grandi proprietà dell’eugubino, dello spoletino, del sistema Norcia Cascia. Di nessun interesse per la maggior parte delle piccole proprietà umbre. Anche nel caso della nuova residenza, sono state favorite le grandi proprietà fondiarie.

Anche qui c’è bisogno di maggior coerenza. Se dobbiamo pensare all’agricoltura come ad una funzione da mantenere, ne consegue che dovremmo anche riflettere sulla possibilità di insediare la nuova fattoria (più piccola, più dinamica, integrata a valle verso il commercio ed il turismo). Una volta deciso che il nuovo intervento sia a costo zero per la collettività e che cioè il nuovo residente provveda egli stesso alle opere di urbanizzazione, e che l’intervento non sia micidiale sotto il profilo paesaggistico, ritengo che una riflessione pacata sull’argomento potrebbe farsi.

D’altra parte non si può essere innamorati del Web, del modello reticolare, della città diffusa, e poi impedire fenomeni come questi. Se la città rinnega la sua forma e si disperde non può che disperdersi in campagna.

Il secondo aspetto incoerente è la delimitazione delle aree agricole di pregio, almeno per quanto riguarda la piana assisana, in prossimità della SS75.

Bisogna avere la coerenza e la forza di dire che la SS75, segnando la valle umbra da Collestrada a Foligno e tra poco fino a Spoleto, ne determina una vocazione economica. La stessa cosa succede per la E45, anche se in misura meno evidente.

Parto da due considerazioni, due fattori.

  1. Il coefficiente di motorizzazione (auto/uomo, mezzo/uomo) è destinato ad aumentare.

  2. Il rapporto chilometri percorsi/uomo, è destinato ad aumentare.

Quella strada fa sì che il territorio contiguo sia destinato a diventare una sorta di galleria commerciale, dove ai lati abbiamo i migliori esempi di edifici industriali disegnati però con grande cura. Ne cito alcuni ad esempio andando da Collestrada verso Foligno: CONBIPEL, Divani & Divani, CONCETTI, LOFT, ISA, I nuovi insediamenti del PIP, Guzzini Illuminazione, GRANCASA, Margaritelli, ecc. Sono edifici produttivi-espositivi-commerciali: una nuova tipologia.

Bisogna avere il coraggio di dire, allora, che per una fascia di che so, 100 m. di qua e di là della strada, il territorio almeno non può dirsi agricolo di pregio.

Pensare al territorio agricolo come ad una Zona ben delimitata, destinata monotematicamente a certi usi, è un nostro limite, e non una conquista. Le Zone Territoriali Omogenee sono un frutto avvelenato dell’urbanistica moderna. La storia del territorio ci insegna che esso è mutato nel tempo: si è passati dalle paludi ai campi, alle alberate, alle viti; si è passati dai boschi ai pascoli; dal maggese alla rotazione. Noi siamo innamorati di questo paesaggio, ma non perché sia il migliore possibile, solo perché abbiamo una sorta di miopia storica.

Perché questa confusione di idee sul territorio? Perché si scontrano due grandi correnti di pensiero: l’una vede nel “cuore Verde d’Italia” la propria identità, ma anche il proprio futuro economico; l’altra vede nel naturale evolversi dei mercati il percorso da seguire. La prima tende quindi per una sorta di cristallizzazione del territorio. Essa vede nel paesaggio un luogo (anche concettuale) intangibile. Parla spesso del paesaggio come bene non rinnovabile, appropriandosi (male) di una terminologia tutta economica.

La seconda vede nel territorio il luogo della propria identità, ma anche della propria azione. Le città, ma anche i territori vivono in virtù di un’economia, di un sistema economico, che tuttavia assume diversi pesi. Vi sono città marinare, di frontiera, militari, di fiera, ecc. Lo stesso avviene per interi territori.

Poiché la vocazione economica predominante del territorio umbro sembra essere quella turistica, e la prima corrente di pensiero avvalora di fatto questa tesi, bisogna vedere che cosa possiamo e dobbiamo sacrificare per mantenere e rafforzare questa vocazione. Capire, in definitiva, quanto questa vocazione sia rigida. Quanto permetta ad altre economie di fiorire.

Poiché parliamo di immobili, vorrei focalizzare la mia attenzione su questi, e in particolare le case della piana assisana.

E’ innegabile che vi siano in questa campagna dei casolari di notevole pregio. Immobili caratteristici, per forma, per materiali, per funzione, per tipologia distributiva. Sono degli immobili nati in un determinato periodo storico (e quindi sociale), destinati a varie funzioni: abitazioni, stalle, fienili, rimesse attrezzi e, in ultimo, essiccatoi. La residenza e la produzione agricola avevano bisogno di quei manufatti, così come dei pozzi, dei fossi di scolo, delle strade, dei filari di gelso. La relativa scarsità produttiva veniva compensata da grandi superfici, o da un più alto numero di animali. La quantità veniva compensata dalla se non qualità del prodotto, dalla sua genuinità.

Facciamo una piccola analisi della casa colonica umbra, e dunque anche bastiola, fino alla fine degli anni cinquanta. E’ generalmente costruita con materiali locali (pietra arenaria, calcare bianco e rosa), legno, laterizio. E’ impostata su due piani: al piano terra vi sono i locali funzionali all’agricoltura (fondi, magazzini, cantine, stalle), e sopra vi è la residenza vera e propria. Il piano superiore è diviso in maniera molto semplice: vi è spesso un grande locale con il camino che funge da cucina e soggiorno (termine del tutto inadeguato in questo caso). Lo stesso locale consente l’accesso alle varie camere e ad un eventuale magazzino. Ovviamente non vi sono locali igienici. Al piano superiore si accede attraverso scale esterne, aggiunte al perfetto parallelepipedo della casa in sé. La scala, l’accesso, nonché il lato più lungo dell’edificio sono disposti a sud, o comunque secondo una direzione che consenta di evitare i venti più freddi. L’impaginato delle finestre è molto semplice: delle bucature nette sovrastate da un architrave di legno o di arenaria. Spesso le dimensioni delle finestre sono identiche. Altrettanto spesso, però, le dimensioni e il numero delle bucature verso nord diminuiscono. La copertura è a capanna o a padiglione, con una modesta gronda. La gronda è modesta per evitare complicazioni costruttive: infatti il sistema funziona con dei semplici zampini di legno che non possono aggettare più di tanto rispetto al filo di facciata. Ovviamente non vi sono terrazzi a sbalzo (invenzione tutta urbana), vista la loro totale inutilità in campagna.

La pietra che vediamo ora in piena luce era stata pensata per essere protetta dall’intonaco. Le pietre cantonali sono spesso “graffiate” per consentire un migliore attacco dell’intonaco. La cosa è comprensibile, poi, pensando a quante ore di lavoro occorrevano per costruire anche una modesta casa in pietra fino a 50-60 anni fa. Le case erano fatte per durare generazioni e quindi la pietra doveva essere protetta da un buon intonaco di calce. I casolari più fortunati, costruiti in mattoni, potevano permettersi anche delle parti in faccia a vista, così come alcune case padronali con parti in pietra a faccia a vista. In generale tutto ciò che è stato pensato in faccia a vista presenta delle superfici levigate, per favorire lo scolo dell’acqua, e dei giunti finissimi, per lo stesso motivo. Il che significa lavorare la pietra fino a renderla perfettamente complanare. Se dunque avessimo visto casolari in pietra non intonacati, avremmo dovuto dedurne che quella famiglia non era in buone condizioni economiche, e che l’indigenza gli aveva precluso l’intonaco.

I portici sono rarissimi e nella casa colonica perugina sono ricavati all’interno del parallelepipedo, mai all’esterno. Spesso gli ingressi della parete sud sono protetti da leggerissimi pergolati coperti da piante rampicanti (glicine, vite, lillà).

I fienili sono costruiti per rimettere il fieno, ma sono invenzioni piuttosto recenti, e cioè da quando è stato possibile pressare il fieno. Prima di tale pratica il fieno veniva ammucchiato intorno ad un palo e pressato naturalmente e coperto poi da uno strato di paglia o di fieno da sacrificare. Tali fienili sono di solito tettoie molto capienti, molto alte e poco o affatto chiuse sui lati. Le costruzioni piuttosto modeste che ancora vediamo nelle campagne, costituite da una tipologia riconducibile alla capanna, con le pareti traforate, erano luoghi in cui si potevano mettere ad essiccare derrate o particolari alimenti o produzioni (la capanna della “pula”), che necessitavano di un luogo coperto e ventilato. Le pareti che troviamo in alcuni esempi, costituiti da laterizi piuttosto fini (pianelle) a corsi alternati, sono dovute, più che a motivi estetici, a motivi costruttivi.

Discorso a parte va fatto poi per gli essiccatoi per il tabacco, dedicati ad una sola funzione. Anche questi edifici sono piuttosto recenti nel paesaggio agrario umbro. Sono edifici dalla configurazione piuttosto particolare, riconoscibili soprattutto per l’altezza predominante rispetto alle altre dimensioni e per gli sfiati messi in copertura.

Mi pare che realtà storica dei fatti, pure se descritta grossolanamente, sia questa. La società era quella: i modi di produrre erano quelli. Quei fabbricati e quei manufatti avevano un senso, allora. Ma ora?

La dimensione media dell’azienda agraria è diminuita, il modo di produrre è cambiato, il numero dei componenti la famiglia è cambiato, il loro lavoro è cambiato. Le domande sono allora queste: che senso, che valore dare a questi manufatti? E come gestire questo valore?

Dobbiamo mantenere questi manufatti? Che tipo di trasformazioni possiamo tollerare su questi edifici? E come collegare tutto questo alla nuova realtà economica?

Vi sono al riguardo diverse opinioni. C’è chi vorrebbe mantenere questi edifici così come si presentano ora, nella loro integrità formale e materiale. Il nucleo fondante del ragionamento (se colgo nel giusto), è che questi edifici rappresentano un valore di tipo paesaggistico e che quindi vanno mantenuti perché parte di un sistema, costituito da agricoltura, edifici, strade, ecc. Le trasformazioni possibili sono pochissime o nulle. Un’ulteriore raffinamento del pensiero, sempre all’interno di questa categoria, consentirebbe delle trasformazioni ma solo all’interno, salvaguardando comunque l’aspetto esterno.

Un’opinione del tutto differente è sostenuta da chi vorrebbe demolire tutti gli annessi non più funzionali all’attività agricola, recuperare la volumetria e trasformare tutti i casolari in agriturismi ( oggi si legga: alberghi di lusso in campagna), o in country-house.

Mi sia permesso dissentire dalle due opinioni principali sopra enucleate e, al tempo stesso, tentare una strada nuova.

La critica alla prima opinione è questa: che se questi beni rappresentano un valore, questo valore si traduce, per qualcuno, in ricchezza. Questi casolari mantenuti attirerebbero più turisti che a loro volta introdurrebbero, nella zona, una certa ricchezza aggiuntiva. Ora, il lato debole è proprio questo: che tale ricchezza si ridistribuisce tra tutti salvo che tra i proprietari di questi fabbricati. Si istituisce cioè una condizione sperequativa, dove chi produce ricchezza non è affatto ricompensato. Se si tiene conto poi che mantenere i fabbricati rurali nelle condizioni in cui si presentano ora significa sostenere dei costi (di ristrutturazione e di gestione), si comprende come tale idea sia per la maggior parte rifiutata dalla maggior parte dei committenti. Vivere in una casa colonica di 100 anni fa senza apportare modifiche è difficile, se non improponibile. La cosa non deve stupire: è come se obbligassimo gli stessi proprietari a coltivare la lavanda perché a noi piace, da maggio in poi, vedere questi campi odorosi e colorati di viola. Agli occhi di qualsiasi proprietario terriero ciò apparirebbe come un’imposizione, un sopruso. E lo sarebbe. Nessuno ha più l’autorità necessaria per imporre una simile idea.

Ora, chi ritiene possibile un alto grado di trasformazione fisica e materica sui fabbricati rurali, ma solo all’interno, tenta di salvare “capra e cavoli”. L’operazione, prima di tutto, non è semplice come sembra. Infatti qualsiasi trasformazione interna di un fabbricato si ripercuote necessariamente anche all’esterno, e a meno che la modifica non sia che l’introduzione di un servizio igienico “cieco”, l’aspetto esterno del fabbricato dovrà per forza essere modificato. Ancora, le frequenti scale esterne dei fabbricati rurali sono incompatibili con la residenza così come la intendiamo ora, specialmente se il fabbricato è di un’unica famiglia, come succede sempre. Ne deriverebbe che la scala esterna dovrebbe essere mantenuta, ma sarebbe falsa, perché inutilizzata.

Nell’uno e nell’altro caso si ha una visione romantica e pittoresca del fabbricato rurale. Purtroppo siamo tutti colpiti dalla “Sindrome del Mulino Bianco”, per cui si va a visitare il Mulino Bianco della Barilla e dimentica l’abbazia di San Galgano a due passi dal primo. Sia consentito infine sostenere che da un punto di vista di storia dell’architettura, che per un architetto, alcune modifiche interne dei fabbricati sono “oscene” quanto e più di alcune modifiche esterne. Tra scale in cemento armato e solai piani a 2.70 m c’è da restare inorriditi in molte case coloniche apparentemente integre. La possibilità di consentire queste trasformazioni interne sembra più una soluzione di ripiego, che un’idea forte dunque. Tra l’altro è anche difficilmente implementabile. Quali operazioni sono consentite? E su quali fabbricati? Qual è l’autorità competente a giudicare la bontà o meno di simili interventi? Ancora, da un punto di vista filologico, le case coloniche andrebbero intonacate e non messe a nudo.

Ma basta fare un giro (o guardare le planimetrie delle concessioni edilizie), per rendersi conto che cosa è stato permesso nei casolari tipici. Il piano terra è stato trasformato da rustico a residenziale, disimpegnato da uno schema distributivo molto semplice: ingresso, soggiorno, pranzo, camere, bagno. Il tutto servito da disimpegni o piccoli corridoi. Se la proprietà è unica (nei casi di famiglie benestanti), vi è una scala ad U (spesso a chiocciola) che porta di sopra, dove trova sistemazione la zona notte. Se le proprietà sono distinte, o se si è consentito il B&B o l’agriturismo, la scala esterna raggiunge la tipica loggia, che nel frattempo si è trasformata in ballatoio, per dare accesso a più miniappartamenti. Le finiture interne si discostano poco dalle finiture ed arredi che abbiamo orami dappertutto: finto cotto, gres porcellanato, soffitti piani intonacati, armadi, cucine con elementi pensili, lampadari esagerati, ecc.

La ricognizione di tutti i fabbricati rurali del territorio è certamente operazione utile e lodevole. Tuttavia non è di alcuna utilità se non si hanno le idee chiare: se non si sa cosa fare di queste informazioni e di questo patrimonio. Non è pensabile, infatti, a fronte di tale rilievo, ipotizzare gli interventi consentiti o meno su ciascun edificio.

L’opinione di chi vorrebbe demolire tutto per recuperare il volume ai fini agrituristici o per ristoranti ha una sua logica. La logica è quella del profitto, per cui chi sostiene i costi e crea nuovo valore si vede direttamente ricompensato. Benché biasimevole dall’esterno, la cosa è comprensibile. Ritengo che bisognerebbe avere il coraggio e l’onestà intellettuale di dire che in una situazione analoga, anche noi faremmo lo stesso, a meno di non trovarci in condizioni economiche più che floride. Poniamo il caso che in condizioni economiche agiate, siamo riusciti ad acquistare un casolare e 5 ha. di terreno vicino ad Assisi, dopo una vita di risparmi. Siamo sinceri: chi di noi si metterebbe a coltivare il tabacco e ad essiccarlo nell’essiccatoio? Chi, leggi sanitarie a parte, metterebbe le mucche al piano terra? Chi, per andare dal piano terra al primo piano, uscirebbe a prendere le scale esterne? Nessuno.

Chi compra o ristruttura un fabbricato rurale tenta di ricavarne la maggior ricchezza possibile, a meno che non sia, torno a dire, così ricco da acquistare un casolare per solo diletto.

Una possibile soluzione passa per un concetto cardine dell’azione amministrativa e direi anche della cultura sociale di un paese: l’interesse pubblico. Questo è il discrimine che consente anche decisioni forti, ma mai illegittime e raramente impopolari, se ben calibrate.

Indico due strade diverse solo perché si differenziano nell’avere o meno necessità di un organo che decida sugli interventi proposti.

Innanzi tutto l’amministrazione dovrebbe fare un atto ricognitivo dei casolari e manufatti agricoli nella zona. Compiere un rilievo ed una schedatura analitica, anche dell’interno.

A seguito di questa schedatura, andrebbero classificati in tre categorie:

  1. indisponibili a qualsiasi modifica (sola manutenzione)

  2. disponibili a modifiche (esterne ed interne)

  3. disponibili alla demolizione

La prima categoria, ridotta a pochissimi esemplari, deve consistere in una “museificazione” (conservazione spinta). Sono quegli edifici di cui viene riconosciuto l’alto valore: gli esempi migliori per forma, materia, tipologia distributiva. Per i proprietari di questa categoria deve essere previsto un indennizzo particolare (incentivi fiscali, modalità perequative, indennizzo tout-court). Faccio alcuni esempi:

  1. vi è l’obbligo di preservare quegli edifici secondo quello stato di conservazione (da decidere). Non sono consentiti usi se non quelli attinenti all’agricoltura in senso stretto. Se è possibile la residenza, bene, altrimenti la volumetria del fabbricato residenziale non è conteggiata, ed al titolare è concesso edificare una nuova residenza con la metà della cubatura salvaguardata. Tale nuova edificazione può essere concessa in loco o nell’ambito del territorio comunale.

  2. Vi è l’obbligo di preservare quegli edifici secondo un certo stato. Sono consentiti usi anche non attinenti strettamente all’agricoltura, che permettano un ritorno economico. Ai titolari va riconosciuto un indennizzo economico sotto forma di detassazione.

Gli edifici rientranti nelle categorie 2 e 3 non pongono, ai fini di questo scritto, particolari problemi. Sottostanno alla disciplina attualmente vigente per gli edifici in zona agricola. Sono consentiti gli usi agricoli e agrituristici in senso ampio.

* Si tratta di una riflessione fatta nel 2005, a seguito di una mia estemporanea presenza in una Commissione Edilizia, e argomento di discussione con il Prof. Nigro anni dopo.

Un primo tentativo sulle Quantità Edificatorie

Il principio dal quale sono partito nel pensare alle Quantità Edificatorie e nel redigere il conseguente Regolamento, e che mi ha obbligato ad un cambiamento epistemologico, è che la quantità edificatoria, come il suolo, non sono più quantità infinite, ma finite. Quindi scarse. Diventano in parte dei beni economici, in sostanza.

Il Comune ha pianificato, con il PRG vigente, una certa quantità di superficie da urbanizzare ed una certa quantità di edificazione. Queste quantità non potranno essere, in sede di successivo PRG, aumentate “a piacere”, ma solo nei limiti fissati dal PUT e poi dal PTCP. Si tratta allora di considerare queste due quantità come un piccolo “tesoretto”, in modo che il Comune le possa utilizzare per politiche allocative di tipo premiale o compensativo.

Il Registro che ho voluto proporre e che rappresenta un primo tentativo (sempre perfettibile, dunque), cerca di integrare il Regolamento ex art. 12 LR 12/2013, che prevede solo le quantità edificatorie ATTRIBUITE dal Comune ex-novo, con quelle derivanti da pianificazione pregressa. C’è da dire che quest’integrazione mi sembra la logica conseguenza del bilancio urbanistico, di cui costituisce anche un complemento. Il Registro non contempla quindi solo le quantità attribuite dal Comune, ma traccia e aggiorna le dinamiche relative all’edificazione sul territorio. La differenza tra il Regolamento ex LR 12/2013 e quello che propongo è appunto solo questa: che le capacità edificatorie del Comune possono derivare, oltre che dalla possibilità autoritativa di attribuire le stesse (generandole ex-novo, quindi), anche dalla possibilità di recupero di Quantità Edificatorie a cui il cittadino intende rinunciare.

E’ forse il caso di dire che questo Regolamento prevede Quantità Edificatorie “in volo”, come spesso si sente dire. Mi rendo conto della difficoltà, anche culturale (oltre che operativa), di gestire la novità. Bisogna anche, tuttavia, riconoscere che le Quantità Edificatorie che il Comune attribuisce per premialità e compensazione, sono in uno stadio addirittura preliminare rispetto al “volo”: devono essere infatti generate dal nulla. Generate, cioè, da una semplice decisione amministrativa. E quindi sono anch’esse in volo, in definitiva. D’altra parte non vedo molto il senso di Quantità Edificatorie che non possano andare in volo. Se infatti le QE devono avere individuate, da subito e simultaneamente, sia l’area di decollo che quella di atterraggio, ebbene questa operazione l’abbiamo sempre fatta: si tratta infatti di una normale variante puntuale al PRG, in compensazione delle capacità edificatorie (tralasciamo per ora il ragionamento sul consumo di suolo).

L’istituto della cessione di cubatura ed i vincoli di asservimento del terreno agricolo (seppure giuridicamente diversi), hanno già trattato Quantità Edificatorie “in volo”. Forse non interpreto bene (lo dico con sincerità ed umiltà), ma nella legge umbra non vedo dove sia la ventilata espressa preclusione alle quantità “in volo”. L’art. 10 prevede che le quantità edificatorie siano utilizzabili in loco o a distanza negli ambiti previsti dal PRG. Non stabilendo un termine, né una propedeuticità (prima questo, poi quello), mi pare evidente che il fattore tempo sia da mettere in conto, tra la fase di attribuzione e quella di utilizzazione. Infine l’aspetto della possibilità di negoziare dette Quantità (art. 10 co. 2), mi sembra incisivo. Se collego dunque i due commi, mi pare che “il volo” sia possibile, se non necessario. Non si vedrebbe tra l’altro l’utilità del commercio delle sole Quantità Edificatorie se tali quantità non potessero mai essere scisse dalle proprietà catastalmente identificate. Il mercato, a quel punto, si ricondurrebbe al più noto mercato della proprietà immobiliare. Per quanto mi riguarda il ragionamento sui Diritti Edificatori ha significato solo se si lega ad una certa libertà attraverso la quale creare le condizioni per un nuovo disegno di Piano.

A mio avviso finché le Quantità Edificatorie non atterrano, a seguito di una variante urbanistica, o in base ad un PRG costruito con aree accipienti, esse non dovrebbero preoccupare l’amministrazione.

Certo, con la possibilità di commercializzare le Quantità Edificatorie, la complessità del sistema impositivo aumenta, per il cittadino, ma questo prescinde dal fatto che si tratti di Quantità Edificatorie attribuite per premialità e compensazione, o da Quantità derivanti dal “tesoretto” comunale.

In sintesi, nel Regolamento che propongo, il privato che ha una certa capacità edificatoria impressa dal PRG, può decidere di:

* rinunciare del tutto alla propria capacità edificatoria

* trasferire la propria capacità edificatoria ad un altro soggetto (possibilità ora ribadita dall’innovato art. 2643 del Codice Civile), in tutto o in parte

* rinunciare solamente alla possibilità insediativa mantenendo per sé la capacità edificatoria

Il registro tiene conto di queste possibilità.

Nel primo caso, laddove cioè il cittadino voglia disfarsi della propria capacità edificatoria, questa torna nella disponibilità del Comune, che può accumulare così una quantità di capacità edificatoria, da usare poi per politiche incentivanti, compensative o perequative, in aggiunta a quelle che la legge urbanistica regionale già consente. In questo caso il registro tiene nota della richiesta del privato e, una volta perfezionata la variante urbanistica, riporta gli estremi della deliberazione. La variante è necessaria perché l’area deve ovviamente diventare inedificabile. La capacità edificatoria viene iscritta tra le disponibilità del Comune.

Nel secondo caso, il Registro tiene conto del trasferimento delle Quantità Edificatorie e riporta gli estremi dell’atto notarile con cui sono state trasferite le stesse Quantità Edificatorie.

Nel terzo caso, il Registro tiene conto della volontà del privato di rinunciare alla possibilità di localizzare sul proprio fondo la capacità edificatoria, mantenendo per sé la Quantità edificatoria. Anche in questo caso ciò avviene successivamente al perfezionarsi della variante urbanistica, con cui il fondo del privato viene riclassificato come Verde Privato o similare (una destinazione di zona ove cioè non sia consentito edificare).

Rispetto alle esperienze della altre regioni italiane, il modello umbro appare un po’ più complesso, poiché tiene conto della possibilità di avere incentivi anche attraverso cambi d’uso (artt. 5 e 6)

Per consentire questo tipo di operazioni  è stato introdotto il Coefficiente Perequativo (correttivo), che consente all’amministrazione, di volta in volta, di modulare le operazioni più significative sul territorio.  All’amministrazione non è precluso, invero, stabilire una volta per tutte detto coefficiente, anche se ovviamente, la individuazione del coefficiente unico è operazione più difficile e più delicata. Poiché nel governo del territorio si avranno sempre più moduli consensuali (convenzioni urbanistiche, accordi ex art. 11 L. 241/1990), reputo che il coefficiente correttivo possa essere individuato più efficacemente di volta in volta.

E’ evidente che la gestione delle Quantità Edificatorie presuppone un Piano Regolatore forse diverso da quello a cui siamo abituati: un Piano forse più debole, in grado di “plasticizzarsi”. Un Piano che può restare articolato su due livelli, con un primo molto rigido e serrato, destinato a tutelare i valori più forti del territorio, ma con un secondo molto più morbido e adattabile.

#Costituzione I troppi vizi di una #riforma devastante

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E’ già accaduto in Italia che la Costituzione fosse approvata in fretta e furia, solo a colpi di maggioranza con uno scarto ridottissimo di voti. Era il 2001 e si modificò in questo modo il Titolo V della Costituzione, dando maggiori poteri e autonomia alle regioni ed agli enti locali.

E’ unanimemente riconosciuto che quella riforma della Costituzione è stata devastante e disastrosa, essendo il primo tassello dell’impazzimento della spesa pubblica, dovuto ad un modello “federale” ingestibile, per effetto del quale senza che vi sia stato il minimo maggior controllo della spesa a livello locale, sono aumentate a dismisura le spese in particolare delle regioni e dei comuni.

Tanto è vero che uno dei contenuti maggiormente caratterizzanti la riforma della Costituzione attualmente all’esame del Parlamento è proprio la sostanziale cancellazione della riforma del 2001, a causa degli sconquassi da essa determinati.

Non è una novità che la gattina frettolosa (e…

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Benedizione

Ci sono cose che si apprezzano tempo dopo. Tanto tempo dopo. Una di queste, per me, è la “benedizione”.

Da piccoli non potevamo andare a dormire se prima non eravamo passati da nonna, dicendo “Benedizione”. Lei ci toccava la testa e ci diceva: “Che Dio ti benedica”. Ci toccava con le mani completamente deformate dall’artrite che l’aveva colpita ancora giovane. Io la ricordo, da sempre, con queste mani “accartocciate”, incapaci di aprirsi completamente. Anche il braccio era dolorante, sicché ogni benedizione sembrava una cosa solenne, poiché vi erano lentezza e dolore.

A quel tempo, questo rito serale non mi piaceva: non lo capivo. Mi sembrava il retaggio di una cultura antica, superstiziosa, contadina (nel peggiore senso del termine), e, alla fine inutile. Un rito stanco, svuotato: una formalità. E poi, che potere aveva mia nonna per poter “benedire”? Quando nonna se n’è andata, questa usanza tutta nostra, intima e famigliare, l’ha seguita.

Oggi, tanto tempo dopo, guardo i miei figli e capisco quello che ho perso: quello che abbiamo perso.  Non so quello che succederà domani e allora spero con tutto il cuore, la sera, che domani vada tutto bene per i miei figli, per la mia famiglia, per me. Era un bel rito, il momento di una cosa importante, e l’abbiamo perso.

Nonna non aveva nessun potere di benedire, ovviamente. L’unica cosa che poteva fare era trasmettere il suo immenso amore per noi. L’amore era così grande e la speranza del bene così intensa che l’unico atto che poteva riassumere tutto ciò, in maniera sintetica ma compiuta, era un atto di benedizione. Quell’amore avrebbe potuto fare da tramite (intercedere), e Dio ci avrebbe benedetti e resi inattaccabili dal male. Lo stesso amore con cui, in silenzio, la sera,  un padre guarda i propri figli e li benedice.

C’è posta per te, ovvero la conferenza di servizi nell’era della riproducibilità tecnica.

È sempre con un misto di piacere, stupore e delusione che assisto alle conferenze di servizi nel terzo millennio. Come si sa, le conferenze di servizi sono nate per snellire il procedimento amministrativo, attraverso un nuovo modo di organizzare i lavori: ritrovandosi cioè intorno al tavolo in modo da prendere decisioni in tempo reale (quasi).
Il pre-requisito della conferenza è che colui che vi interviene deve essere in grado di prendere decisioni in un quadro dinamico della situazione e della discussione all’ordine del giorno. Il soggetto deve essere, come dicono alcuni, legittimato. Io preferisco dire delegato, e infatti il partecipante dovrebbe normalmente presentare alla segreteria della conferenza una delega. Ma questa è una sfumatura.
La conferenza è presieduta dal presidente e vi è normalmente un segretario verbalizzante. Il verbale della conferenza è valido e efficace con la firma di questi due soggetti. L’oggetto della discussione è noto a tutti, in quanto gli intervenuti hanno già ricevuto la documentazione su cui pronuciarsi.
A fronte di quest’organizzazione piuttosto semplice e di buon senso, che succede in buona parte delle conferenze del terzo millennio?
Succede che da parte di alcuni enti vengono inviati “in missione” non uno, ma due dipendenti. Succede che qualche volta nessuno dei due ha la “delega”, che arriverà via fax (vietato tra pubbliche amministrazioni), dopo.
Succede che il partecipante arrivi con il parere già scritto e firmato, che consegna alla segreteria della conferenza, invece di limitarsi a spedirlo via mail dal suo ufficio. Se per caso la discussione evolve verso scenari in cui viene richiesta una decisione, può anche succedere che il partecipante si riservi l’invio della decisione dopo essersi consultato con il proprio dirigente, presso l’ente di appartenenza.
Succede che pur essendo terminata la discussione, tutti i partecipanti vengano “sequestrati” nell’attesa che la segreteria della conferenza rediga il verbale, da rileggere e limare perché a qualcuno non piace un certo inciso o un avverbio.  E perché tutti gli intervenuti controfirmino il verbale stesso.
Se la conferenza deve restare aperta per un certo tempo, in attesa di contributi da parte di altri soggetti o del pubblico, può anche succedere che la seduta della conferenza venga convocata di nuovo, alla scadenza, per prendere atto (come si dice in burocratichese), che non  sono pervenuti contributi. E in questo caso che si fa? Ci si guarda tutti un po’ spaesati e si firma un verbale dove si dice che non è successo nulla.

Teoria Poetica

C’è un interessante passaggio in un recente intervento su Facebook di Luigi Prestinenza Puglisi in cui egli dice in sostanza che abbiamo bisogno di poetiche e non di teorie. La frase è una di quelle che “acchiappa”: l’immagine è forte e il messaggio passa. E’ vero: abbiamo bisogno di poetiche. Su questo concordo. Sulla premessa implicita (non detta, ma evidente), che la teoria e la poetica si escludano a vicenda, non concordo. Il punto da approfondire è capire appieno il rapporto che c’è tra teoria e poetica. Il mio punto di vista è forse più radicale, poiché affermo che non c’è una poetica senza una teoria. Che poi la poetica sia una Poetica è un altro discorso, ed esula da questo.
Ma una teoria, e cioè una riflessione sul mondo, sul ruolo dell’artista nel mondo, sul ruolo della tecnica rispetto al prodotto artistico, ecc. è sempre necessaria. Necessaria non nel senso di piena e cosciente volontà di sistematizzare i propri pensieri, bensì nel senso che è impossibile non averne una. Spesso l’artista non sa o non vuole dare compiutezza ai propri pensieri: ciò nonostante non può fuggire al fatto che egli ha dei pensieri circa un determinato argomento, che può metterli in fila più o meno bene (Theoria), e che in ogni caso qualcun altro può sempre “appiccicargli” addosso una teoria ex-post. Quella fa la differenza è il grado di coerenza interno ed esterno della teoria. Per grado di coerenza interno voglio dire, in sostanza, la coerenza che c’è nei vari pensieri dell’artista in relazione a un determinato tema. L’assenza di contraddizioni è un buon indicatore del grado di coerenza, in genere. Il grado esterno è la congruenza tra i suoi pensieri e le sue opere artistiche. Ci sono diversi casi in cui un artista ha una teoria A e una pratica artistica che invece presuppone B. Vado un po’ più avanti: la determinazione del grado di coerenza della teoria è essa stessa teoria.
Credo infatti che molti artisti e architetti contemporanei abbiano proprio scelto una teoria così “cedevole”, “inclusiva”, dove tutto è permesso, dove tutto è possibile. Il consente loro un grado di sperimentazione molto alto. Sul fatto che la sperimentazione debba essere necessariamente fatta, in ogni luogo, in ogni occasione, vorrei tornare in un prossimo intervento. Non tutto ciò che è tecnicamente possibile fare deve essere fatto, insomma.

Il bosco è mio.

Quando diciamo: “Questo campo è mio, questo bosco è mio”, facciamo un errore di prospettiva e forse vediamo il mondo allo specchio. E’ il campo a dire: “Quest’uomo è mio”. E’ il bosco a dire: “Quest’uomo mi appartiene. Non lo sa ancora, forse non lo scoprirà mai,  ma mi appartiene”.

Ecco, a me sembra che si liberi dell’energia (che si diventi migliori), quando si riconosce che apparteniamo a quella terra, a quel bosco, a quel mare.

I limiti del Piano*

Buongiorno a tutti. Grazie all’Ing. Gianluca Fagotti per avermi invitato a questo convegno. Anche se dovrei essere abituato a parlare in pubblico, non è così. In realtà non sono ancora riuscito a sviluppare questa positiva abitudine, soprattutto quando parlo ad una platea qualificata, e quindi permettetemi un po’ di emozione. Mi perdonerete quindi qualche incertezza o qualche lacuna nell’esposizione.

Il mio intervento si intitola “I limiti del Piano”. L’ho articolato in tre parti e resterò nei limiti, appunto, dei 20 minuti. La prima parte vuole evidenziare alcuni limiti del PRG così come lo conosciamo ora. La seconda è una digressione, una sorta di interludio. La terza tratteggia quello che a mio avviso sembra essere l’evoluzione della “Forma-Piano”. Il PRG è forse l’atto amministrativo più importante di un’amministrazione. Ma perché facciamo il PRG? E’ una domanda che vuole essere provocatoria, ma non più di tanto. Si fa per tanti motivi, anche se la più bella (anche per continuare a fare questa professione), mi sembra questa: il PRG si fa per rendere felici gli uomini. Insomma, il PRG dovrebbe rendere felici la maggior parte della collettività, avendo come orizzonte ideale quello di far felice tutta la collettività locale. In effetti, prima, far felice tutta la collettività era operazione molto difficile. Oggi, con gli strumenti della perequazione e della partecipazione che l’ing. Nodessi e l’arch. Paolo Ghirelli  ci illustreranno successivamente, è sicuramente più facile. Prima lo era un po’ meno. Tant’è che scherzando, con il prof. Nigro, mi ero inventato questa battuta bruttissima del  Piano Regalatore, invece che Regolatore.

Ad ogni buon conto, l’ambizione del PRG è questa. E quali strumenti ha un PRG? Fin dove può arrivare? Il PRG è sostanzialmente una legge, una legge che una collettività locale si dà, per migliorare le proprie condizioni di vita. Rispetto ad altre leggi, il PRG ha la particolarità di individuare spazialmente alcune proprie esigenze e quindi di disegnare, di tracciare confini. E’ una legge potentissima, che dice che in un certo luogo si può fare una cosa e in un altro un’altra cosa. E dice anche come bisogna farla, con quale procedimento amministrativo. E con chi bisogna mettersi d’accordo per fare una certa cosa (il confinante, ecc.). E anche entro quanto tempo si può fare qualcosa.

E quindi il PRG può fare tutto? No, ovviamente: ci sono dei limiti.

Il primo, banalmente ma non troppo, è quello del territorio amministrato. La nostra architettura istituzionale prevede ancora  i Comuni e prevede ancora i piani regolatori limitati al territorio comunale. Questo è evidentemente un limite, poiché ci sono magari delle particolarità per cui sarebbe meglio vedere il territorio ad una scala più vasta. Ma vasta quanto? E’ semplice intuire che in ogni caso avremmo dovuto stabilire una scala di pertinenza: un limite di pertinenza.  Il disaccoppiamento tra l’ambito territoriale e il livello di governance è esercizio difficile in Italia e finora non ha dato grandi frutti. I limiti amministrativi diventano quindi anche limiti concettuali. E di conseguenza limiti operativi. Ma è evidente che sul territorio incidono enti portatori di interessi più ampi e diffusi di quelli della collettività locale. L’esempio più semplice è quello del tracciato ferroviario, la cui definizione sfugge al completo potere pianificatori del Comune. Il Comune può partecipare (in varie forme), alla definizione del tracciato, ma certo non è completamente padrone di esso. Ora, la ferrovia e una stazione o una fermata hanno ricadute urbanistiche di non poco conto. Occorre quindi che il PRG integri queste variabili esterne all’interno di un disegno di piano coerente. Così come una zona industriale al confine con un altro Comune. Ancora più difficile integrare le valenze del paesaggio con un disegno di piano focalizzato sul singolo Comune. La nozione di paesaggio è infatti indifferente ai limiti amministrativi, ovviamente. Questo esercizio di integrazione non è sempre facile, anzi: non lo è quasi mai. Come vedete, lo spazio concettuale prima e operativo poi si riduce sempre più. Lo spazio di manovra del PRG è sempre più eroso, magari da piani di settore: il PAI, il PRAE. La torta è sempre più “smangiucchiata”. 

Anche nelle aree tutelate (Dlgs. 42/2004: fiumi, aree boscate, intorni dei beni puntuali, ecc.), benché non sia sottratta completamente, la potestà pianificatoria del Consiglio Comunale deve prima flettersi alla tutela e poi alla valorizzazione. In molti casi ciò si traduce in una vincolistica di tipo conservativo, in ossequio al principio di prevenzione e di precauzione. Poiché non abbiamo molta fiducia nelle nostre capacità progettuali, e pensiamo che sicuramente faremo peggio di quanto hanno fatto i nostri padri, meglio fare i danni da un’altra parte.

Poi ci sarebbe la sacrosanta questione del Consumo di suolo. In realtà non sarebbe né sacra né santa, ma visto che siamo a Assisi …

Non bisogna consumare suolo, punto. E la legge regionale fissa le percentuali massime disponibili. Come vedete, il baricentro del PRG si sposta da logiche spaziali a logiche di tipo comportamentale.

Il tempo. E’ veramente impensabile, ormai, immaginare strumenti urbanistici che abbiano durata indeterminata, come era quella del PRG ex L. 1150/1942. Il PRG dovrebbe migliorare le condizioni di vita della collettività e quindi magari ampliare il benessere attraverso l’insediamento di attività produttive, commerciali, terziarie, ecc. Tuttavia queste iniziative sono spesso frutto di valutazioni imprenditoriali che non sempre collimano con l’assetto pianificato. Insomma occorre pensare il PRG alla luce del fatto che l’economia e la socialità intrattengono con il territorio rapporti non necessariamente sedimentati e stratificati sul luogo. Ci sembra evidente che la vita della città, dipende da fenomeni che hanno radici geografiche lontane. Anche se siamo in fase di redazione del Piano Regolatore Generale, che canonicamente si fonda sul territorio, bisogna rendersi conto che lo stesso territorio è teatro di negoziazione tra soggetti che non hanno più un legame storico e fondante con il territorio. A questo va associato anche un fenomeno generale di “de-materializzazione” dell’economia, secondo il quale una parte dell’economia stessa transita ormai su luoghi e su reti che prescindono dal territorio, o che lo occupano in via temporanea. Si pone sempre dunque il problema delle varianti. A parte il tema spaziale, territoriale, per l’impresa si apre un tema fortissimo legato ai tempi. Le aziende hanno programmi insediativi molto dinamici. Ci sono delle vere e proprie finestre temporali per cui quell’investimento va fatto in quella finestra oppure non va più fatto. La stessa cosa succede spesso per finanziamenti comunitari, che richiedono un progetto già quasi bell’e pronto. Paradossalmente mai come ora si assiste all’importanza del fattore tempo nella pianificazione. Analisi e pianificazione debbono per forza integrare la variabile tempo nella loro equazione ed abbandonare uno statuto epistemologico “forte” per fare i conti con una realtà molto più fluida. A un PRG oggi si chiede forse uno statuto meno autoritario, ma più flessibile, più veloce nel rispondere a delle richieste che pervengono dalla società. Lo Sportello Unico (in realtà Struttura unica, e la cosa aveva una sua giustificazione), aveva proprio questa intenzione: facilitare e snellire quanto più possibile procedimenti legati alla produzione di ricchezza, alle attività. Certo, dobbiamo dircelo: il 90% delle domande presentate al SUAP è in variante al PRG. Possibile che sbagliamo così tanto a fare i PRG? Perché se lo dobbiamo variare vuol dire che quello di prima non era adeguato. O allora dobbiamo passare ad una visione della pianificazione più elastica, costruire un meccanismo più cedevole? Ecco, è un po’ come le strutture sismiche: dobbiamo costruire strutture che si deformano per assorbire l’energia del sisma. Forse dobbiamo progettare dei PRG che si deformano per assorbire l’energia della società.

Perché per fare un PRG occorre anche qui, del tempo. Quanto? Da una mia piccola indagine, in Umbria, siamo intorno ai 6 anni. Nonostante l’ottimo lavoro fatto dalla Regione ultimamente in materia di governo del territorio con la redazione del Testo Unico, la mole di conoscenza necessaria e la concatenazione dei procedimenti porta a questi tempi. Consideriamo i soli strumenti che occorre conoscere per redigere il PRG: PUT, PTCP, DST, PAI, PRAE, RR 7/2010 ecc. C’è poi il “rischio guerra” come nelle polizze assicurative internazionali: se l’amministrazione nuova non è concorde con quella appena uscita, si assiste ad un blocco totale e ad un ricominciamento.

E arriviamo alla seconda parte del mio intervento, dedicata all'”ansia valutativa”

A tutta la mole di conoscenza richiesta per la parte più “urbanistica” del PRG si aggiunge tutta la parte necessaria alla VAS: PRQA, PTA, PDG, RSA, PRT, PFV, PSR, PRAE, SEAR, PRRA, Si tratta di circa 10.000 pagine più tutti gli allegati sotto forma di matrici e tavole. Il solo PTA e il Piano di Gestione delle Acque dell’Autorità di Bacino sono 936 pagine. A queste aggiungiamo gli strumenti nazionali. Vi rendete conto che si tratta di uno sforzo di conoscenza molto intenso.

Ormai valutiamo tutto ed è, nella maggior parte dei casi, un bene. Occorre tuttavia anche qui stabilire una misura, tornare a unaurea mediocritas, perché altrimenti rischiamo di infilarci in un pozzo senza fondo: in un ultimo SUAP di cui mi sono interessato, alla ennesima conferenza di servizi è stata balenata la necessità di fare una VIS: una Valutazione di Impatto Sanitario. Probabilmente necessaria, ma certo demotivante per chi deve fare un investimento. Ormai, dunque, siamo immersi nella vertigine delle valutazioni: VIA, VAS, VINCA, VIC (Valutazione Impatto Commerciale), VIS. Bene: ne prendiamo atto, come si dice. Anzi, grazie al mio passato nelle arti marziali, e con una mossa di Aikido, senza voler essere polemico, mi chiedo se non sia giunto il momento di valutare quale contributo portano queste pratiche valutative al normale percorso di redazione del PRG. Quanto costa la Valutazione (in termini di tempo e di soldi) così come svolta oggi e quanto riporta a casa di contributo utile? Perché ovviamente deve esserci un punto di equilibrio.

La mia piccola proposta è rivolta alla Regione: forse potrebbe bandire qualche assegno di ricerca per i nostri neolaureati alla Facoltà di Ingegneria per capire nel merito e costruttivamente qual è il giusto grado di importanza che dobbiamo dare a queste pratiche.

E sono alla terza fase del mio intervento: l’evoluzione degli strumenti per il governo del territorio.

Dai limiti del PRG a cui ho appena accennato sopra e ad altri, già noti, emerge chiaramente che la forma del PRG attuale non riesce a collimare la componente strategica di un territorio.

Per questo dal Piano Strategico di Torino in poi, abbiamo assistito ad altri piani di questo tipo. Anche Perugia si era dotata di un Piano Strategico, che coinvolgeva altre amministrazioni. Ultimamente assistiamo poi a Contratti di Fiume, Contratti di Paesaggio, ecc. Sono tutti strumenti che cercano di sopperire ai limiti del piano, in qualche modo, cercando di allargare l’ambito territoriale di riferimento, formulando accordi, innovando anche la governance. Anche il QSV va in questa direzione, sebbene limitandosi ai centri storici.

Credo allora che il futuro del Piano sarà quello di spostare sempre più il suo timone verso il Piano Strategico, accompagnato dalla Valutazione Strategica. E che si rovesceranno i pesi tra urbanistica e VAS, dove cioè sarà l’urbanistica a diventare una delle tecniche o delle pratiche della VAS.

Se sarà così, alle amministrazioni comunali non verrà richiesto di valutare i progetti secondo una rigida conformità al Piano: sarà richiesta invece una valutazione di congruenza, di coerenza, tra obiettivi del Piano Strategico e obiettivi del progetto. Ciò presuppone ovviamente una nuova mentalità nel dipendente pubblico e un nuovo processo di partecipazione pubblico-privato, con garanzie e tutele per entrambi.

Questo scenario implica anche la necessità di passare dalla copianificazione alla co-gestione. Ormai la copianificazione è entrata nella prassi ordinaria sia degli urbanisti che delle amministrazioni. Il punto è nella gestione ordinaria del territorio che abbiamo bisogno di una nuova architettura istituzionale o nuovi moduli procedimentali. Perché la semplificazione (seppure benedetta), non può sempre farsi con la riduzione dei tempi di istruttoria, dei tempi della conoscenza, se gli enti coinvolti sono tanti. se per mettere un cartello pubblicitario abbiamo bisogno di un minimo di titolo abilitativo in Comune, del nullaosta della Provincia, del parere della Soprintendenza, del parere della Commissione per la Qualità, dell’autorizzazione per l’occupazione del suolo pubblico, e così via, voi capite che possiamo anche ridurre i termini per le istruttorie, ma sotto una certa soglia non si può scendere.

Lo Sportello Unico potrebbe essere il pivot intorno a cui ruota una conferenza di servizi permanente, composta da rappresentanti dei vari enti, la quale dovrebbe esaminare i progetti in maniera continua, e possibilmente sincrona, anche per territori da ricomprendere in aree più vaste del singolo Comune. Un super-ufficio per la gestione del territorio: una Struttura Unica, appunto.

* Traccia dell’intervento tenuto al Convegno “Il nuovo PRG di Assisi. Urbanistica e Sviluppo del territorio: quali prospettive di crescita” ad Assisi il 30/01/2015

SUOLA ELEMENTARE E MEDIA ALLA ROMANINA, ROMA di Herman Hertzberger e Marco Scarpinato

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Nella carriera professionale di Herman Hertzberger, classe 1932, la progettazione di scuole rappresenta la parte più significativa, avendone realizzate circa una trentina e conservando numerosi progetti incompiuti. Come egli stesso suole affermare più volte, le scuole sono i suoi edifici preferiti. La sua ricerca in merito, spintasi oltre i confini dell’architettura esondando nei campi della sociologia e della pedagogia, ha mosso non architetti a ragionarne attorno agli esiti. Tra gli ultimi, il sociologo Abram de Swaan ha scritto un saggio inserito nell’ultimo libro a firma HH, The schools of Herman Hertzberger, del  2009, nel quale le opere dell’architetto olandese vengono analizzate in funzione delle ripercussioni sullo sviluppo socio-emotivo, oltre che strettamente comportamentale, che esse stesse producono sui bambini che ne usufruiscono. La bibliografia sull’architetto olandese è lunga e diversificata, si snoda tra articoli e monografie senza soluzione di continuità dal 1983 a oggi. A tanta letteratura dedicata corrisponde una…

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Adolfo Natalini, Hotel Relais San Lorenzo, Bergamo, 2013

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Apparso su Industria delle costruzioni, n.440 Adolfo Natalini e il suo Studio Associato hanno realizzato l’ampliamento dell’hotel San Lorenzo in Piazza Nuova – adesso rinominata Piazza Mascheroni –  sulla rocca di Bergamo. L’intervento, conclusosi nel 2013 dopo quattro anni tra lavori e progettazione, ha affrontato un lungo dialogo con la Soprintendenza, ed è stato al centro di numerosi articoli di cronaca sui giornali locali. Questo perché esso affronta due temi al contempo delicati e spinosi del dibattito architettonico italiano: l’inserimento del nuovo nell’antico e il rapporto con le preesistenze archeologiche. Per entrambi, la cultura italiana è quella che ha l’atteggiamento più conservativo nell’intero panorama intellettuale, perdendo spesso di vista la necessità di istruire, se stessa e gli italiani, a un’estetica di sintassi piuttosto che di contemplazione. Preservare il senso dei luoghi non può essere interpretato né in maniera ruskiniana – enfatizzando il sublime della rovina –  né agendo in…

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